"Notizie dalla Terra Santa"


 

Anno III,  Comunicato n. 94 , del 18 DICEMBRE  2008

Dalla relazione di Filippo Landi

(corrispondente RAI da Gerusalemme)

 al Convegno “Terra Santa, terra ferita”

Bocche Scucite, Firenze 29 novembre 2008

 

Ma se è tutto vero, perché questo silenzio?

 

[In accordo con l'autore è stato mantenuto il tono discorsivo dell'intervento]

 

Sono qui al Convegno di Pax Christi anche per rendere omaggio

all’intelligenza di coloro che scrivono la rivista on line

“BoccheScucite” di cui ho letto più numeri e mi sono rafforzato

nell’idea di venire leggendo quello che voi avete scritto.

Così il corrispondente della Rai da Gerusalemme, FILIPPO LANDI, ha esordito

nella sua relazione al Convegno “Terra Santa, terra ferita” del 29

novembre a Firenze.

L'incipit della sua preziosa riflessione è stato l'editoriale del n.65.

Mi ha colpito e voglio rileggere alcuni passaggi di un recente

editoriale di BoccheScucite: “Non ci stancheremo di denunciarlo: tutto

quello che, a causa dell’occupazione, la gente subisce e sopporta

pazientemente ogni istante e in ogni ambito della sua esistenza, non

scandalizza più nessuno semplicemente perché nessun media riporta

la notizia. Persino lì dove la tragedia è diventata catastrofe umanitaria

nella Striscia di Gaza sotto assedio ed embargo, tutto ciò che accade è

conosciuto solo da chi si trova lì sul posto e vede con i suoi occhi un

crimine che rimarrà impunito.(...)”

 

Nel vostro BoccheScucite, citate spesso una serie di fatti che non si

sono visti in TV né si son letti sui giornali con l’eccezione della scorsa

settimana, quando in tarda serata su Report si sono viste alcune

immagini molto interessanti sull'attività di un’associazione, legata a un

eccezionale personaggio israeliano che lavora per evitare che le case

palestinesi vengano abbattute, soprattutto a Gerusalemme, e lavora

anche nel ricostruire quelle distrutte. Io potrei aggiungere molti altri

fatti che accadono ma di cui non si ha notizia nei media.

 

Per esempio, avete sentito o letto qualcosa dell’Imam Majd Barghouti, parente del noto leader Marwan che è in carcere? Egli viveva in un piccolo

villaggio di tremila abitanti, alla periferia di Ramallah. Una sera è stato

preso da uomini incappucciati e portato ad un posto di polizia

palestinese, poi, dopo qualche giorno hanno telefonato alla moglie

perché andasse all’ospedale dove avrebbe trovato suo marito. In effetti

era lì, ma dopo poco è morto, a causa delle percosse subite durante

l'interrogatorio della polizia palestinese. L’Imam Barghouti era un

Imam molto stimato, ma aveva il torto di appartenere ad Hamas, e per

questo l'hanno interrogato pesantemente, lui come tante altre persone,

perché volevano sapere da lui dove nascondeva le armi, o meglio, dove

i militanti di Hamas le nascondono. Dopo un interrogatorio pesante gli

è venuto un infarto ed è morto, e così l’hanno riconsegnato alla

famiglia. Marwan Barghouti, dal carcere, si è molto arrabbiato e ha

fatto sapere ad Abu Mazen che o metteva in piedi una commissione di

indagine oppure dal carcere avrebbe pubblicamente denunciato come

un crimine questa vicenda. La commissione d'indagine si è riunita e,

dopo qualche tempo, ha detto che l’Imam era morto per un attacco

cardiaco. Era una commissione indipendente. Ho visto le fotografie

dell’Imam da morto. Certo i lividi non deponevano per un infarto

spontaneo...In realtà la commissione è stata il frutto di un

compromesso. Nessuno ha detto che è stato un crimine della polizia

palestinese, ma il capo dei servizi segreti palestinesi, non più tardi di un

mese fa, si è dimesso.

 

Ho proposta che questa vicenda venisse ripresa in un mio servizio, ma

la risposta è stata: “Mi dispiace, non c’è spazio per mandarla in

onda...”. Eppure mi sembrava interessante perché mette in ballo tante

cose rispetto ai diritti dell’uomo, anche verso coloro che sono di

Hamas. Questa impossibilità si ripete tante volte.

Ad esempio non c’è stato spazio per raccontare della famiglia sfrattata a Gerusalemme est una quindicina di giorni fa e, visto che stiamo parlando di infarti, il vecchietto che hanno portato via di casa alle quattro di notte in

ambulanza è morto dopo pochi giorni in ospedale. Il proprietario aveva

deciso di vendere la casa ai coloni ebrei che si erano insediati intorno e

questa piccola vicenda poteva essere l’occasione per riflettere su quello

che sta accadendo a Gerusalemme est, ma... “Non c’è spazio!”.

 

Così c’è stato poco spazio per la notizia delle soldatesse israeliane che

sono finite diritte dal liceo al carcere, e non c’è stato spazio per le loro

amiche che hanno organizzato un concerto sotto la loro prigione. Si

erano rifiutate di fare il servizio militare nei territori palestinesi

occupati. Il collega Alberto Stabile è riuscito a fare un pezzo che è

miracolosamente apparso su Repubblica, ma in televisione...poco

spazio o quasi niente.

Potrei continuare a lungo ma, invece, preferisco porre una domanda retorica, una domanda che voi stessi potreste porre a me legittimamente: i fatti che abbiamo raccontato finora, quelli che voi scrivete su BoccheScucite, quelli che io ho detto oggi, sono veri o sono falsi? E se sono veri, io sono dentro o sono fuori questo silenzio che riguarda tanti episodi della vita di un intero popolo, quello palestinese, e tanti altri che riguardano il popolo israeliano? La risposta è che io non sono fuori da questo silenzio. Non mi sento assolto

dall'esserne parte solo perché il TG3 e il giornale radio per i quali

lavoro mi consentono "di tanto in tanto" di parlare di qualcuno di questi

episodi.

 

Spesso, in vero, ricevo richieste per fare altri servizi che mi sembrano

per lo meno folcloristici nel contenuto. Mi salvo, perché preparando il

servizio lo interpreto e lo inquadro in contesti più seri e rilevanti.

Accade così che in testa ci metto, su 17 righe, 11 righe sul tema

commissionatomi mentre uso le altre sei righe per allargare e dar

notizia di altro, aggiungendo: “ma oggi è accaduto anche questo...”.

 

Utilizzo così la mia autonomia professionale anche per apportare

spicchi di verità che a Roma sembrano non interessare. Però, in

definitiva, io non sono estraneo al silenzio complessivo che è calato

sulla vicenda medio-orientale. Io ne faccio parte. Allora è giusto porre

un'altra domanda retorica: ma perché tutto questo accade? Perché i

media si comportano così? Perché frenano anche giornalisti che, per la

loro cultura, per la loro esperienza e per la loro storia, vorrebbero dire

più cose, costringendoli in un angolo? Perché? Ho individuato alcune

risposte e ciascuna di queste meriterebbe un approfondimento. Questi

fattori, che semplicemente elenco, aiutano a comprendere la

complessità di fatti che in parte ci sovrastano, in parte ci vedono dentro

e in parte non possiamo in questo momento cambiare. Quest'ultima è

ovviamente una considerazione amara, ma va fatta con grande sincerità.

 

I fatti che, secondo me, creano questa cappa di silenzio sono i seguenti:

 

Primo: la sindrome del terrorismo. Non servono tante spiegazioni. E’

sufficiente aprire un giornale e scorrere i titoli per verificarla a tutti i

livelli, sia nell’opinione pubblica sia in chi fa informazione. La

sindrome “denuncia” come onnipresente il terrorismo e fa sì che il

terrorismo venga ritenuto più importante di ogni altro fatto o problema.

Secondo: la fobia verso il mondo arabo ed islamico. E qui c’è una

grande responsabilità dei mass media italiani e c’è una responsabilità

morale di una parte dei giornalisti, sia della carta stampata che della

televisione, nell'aver alimentato e nell’alimentare oggi questa fobia.

Terzo: un senso religioso e cattolico anti-islamico. Credo che sia

evidente per voi, come è evidente per me che sono a Gerusalemme.

Talvolta incontro pellegrini e le guide religiose del pellegrinaggio che

si ritengono buoni cattolici. Soffermandosi davanti alle moschee della

città vecchia le guide dicono: “ecco vedete, queste sono le moschee

costruite contro le chiese cattoliche!”. Il pellegrinaggio diventa allora,

purtroppo, la ricerca della propria radice cristiana in Terra santa, ma

nella sfida con e contro gli islamici. Fortunatamente non tutte le

“guide” hanno questa idea del pellegrinaggio in Terra Santa.

Quarto: il senso di colpa europeo per la Shoah. Questo fatto aumenta

il silenzio dell’opinione pubblica e di chi fa informazione rispetto a

molti eventi che accadono in Medio Oriente. Il senso di colpa per

l’Olocausto fa sì che vengano giustificate molte cose, altrimenti non

giustificabili. È anche in aumento una pregiudiziale politica filoisraeliana,

che è un passaggio successivo. Accade così che vengano

giustificati molti atti compiuti dai governi israeliani, indipendentemente

da ogni valutazione etico-morale. È il caso del blocco economico alla

popolazione di Gaza. Questa è una pregiudiziale molto forte. Non si

devono dare “giudizi” su quello che i governi israeliani fanno e si cade

così nel ridicolo. I giornalisti israeliani appaiono molto più liberi di noi.

È sufficiente prendere alcuni numeri di BoccheScucite e vedrete quanti

sono gli articoli di giornalisti israeliani e quanti di quelli italiani. I

giornalisti israeliani hanno una capacità critica verso gli atti del loro

governo che noi italiani non abbiamo più.

Quinto: le pressioni di istituzioni israeliane e di gruppi ebraici

europei ed italiani. Le istituzioni israeliane incidono sui

corrispondenti e, saltando i corrispondenti, direttamente sui quartieri

generali a Roma, Londra, Parigi ecc. Ci sono dei corrispondenti a

Gerusalemme che dopo un po’ di tempo diventano sgraditi e le

istituzioni israeliane, comprese le ambasciate israeliane all’estero,

chiedono, per esempio, al direttore della BBC di sollevare dall’incarico

una collega perché troppo filo-palestinese. Oggi lavora in Pakistan.

Questi interventi accadono con una certa frequenza. Inoltre, ci sono i

gruppi ebraici dei singoli paesi che cercano di incidere su chi fa

informazione, anche bypassando il giornalista sotto accusa, arrivando

direttamente al direttore della testata e al direttore editoriale. Mi

raccontava una collega finlandese che era letteralmente subissata di email

per quello che scriveva a Gerusalemme. La stessa cosa capita a

noi italiani e a tanti altri. Ci sono quindi due tipi di pressioni che certe

volte si intersecano: quella delle istituzioni israeliane e quella dei

gruppi ebraici locali.

Sesto: la divisione all’interno dei palestinesi. Non è davvero il fattore

meno importante. La divisione genera una ulteriore autocensura.

Quest’anno poco meno dell’1% delle piante di ulivo sono state

danneggiate dai coloni israeliani in Cisgiordania. Se questo è

importante, però… ci sono anche i razzi di Hamas, che cadono su

Sderot o nel deserto israeliano. L’Imam Barghouti è stato torturato…

ma forse è un caso isolato. La divisione tra i palestinesi dal punto di

vista di chi fa informazione, di chi dirige l’informazione, ha così

accentuato la scelta di non parlare dei problemi dei palestinesi.

 

Come vedete, questi elementi messi insieme influenzano l’opinione

pubblica e fanno sì che non solo venga censurata una parte della realtà

palestinese, ma viene pure censurata una parte della società israeliana.

 

Questo non mi stancherò mai di ripeterlo. Il problema è che si è

formata un’immagine della società israeliana a livello di chi dirige i

mezzi di comunicazione di massa e di chi influenza la politica, per cui è

difficilmente accettabile un servizio che, ad esempio, faccia vedere il

livello di povertà che c’è a Gerusalemme. Nell’immaginario che si

crede e che si vuole venga rappresentato, gli israeliani non sono poveri

bensì ricchi. I poveri, per loro colpa, sono i palestinesi. Gli ebrei

poveri non ci sono e non ci devono essere. Le violenze sessuali nelle

famiglie ebree osservanti sono uno dei fenomeni più in crescita, e più

statisticamente rilevanti della società israeliana. Ma questo non

coincide con l’immaginario che qualcuno vuole trasmettere, perché

sono invece le donne musulmane le sole vittime di cattivi mariti

musulmani. C’è stato il caso di un rabbino fuggito in Canada inseguito

da un ordine di cattura per violenza. Il caso è stato ignorato, in primo

luogo dalle agenzie di stampa, assai importanti per rilanciare poi le

notizie attraverso giornali e televisioni. C’è il fenomeno dei refusnik,

ragazzi israeliani che non vogliono fare il servizio militare nei territori

occupati… “Ok, si può fare un pezzo, ma senza esagerare”. Perché?

 

L’immaginario è fermo al fatto che tutti i giovani israeliani difendono

la loro patria.

 

In tempi recenti si è dimesso il Capo dello stato israeliano per molestie

sessuali e un primo ministro per corruzione: c’è stato un dibattito

sull’informazione italiana sulla crisi della società politica in Israele? E

così mentre l'informazione in Europa -soprattutto in Italia - si

autocensura, rimangono solo alcuni giornalisti israeliani con una

severa capacità di critica.

 

Una conclusione. In otto anni vissuti tra Il Cairo e Gerusalemme e in

diciassette anni vissuti in Medio Oriente ho imparato che gli arabi e i

musulmani (uso la parola “arabo” e la parola “musulmano” ma voi

sapete purtroppo che per molti non c’è distinzione! Non capiscono che

a Giakarta non sono arabi...E chi pensa così non sono solo giornalisti

ma anche politici…) sono innanzitutto Persone come noi. Hanno cioè

aspirazioni e desideri che sono esattamente uguali ai miei e ai vostri. Il

desiderio, per esempio, di una felicità familiare, di allevare i propri

figli, di farli studiare. Nel mondo arabo, molto più che da noi, le

famiglie si ammazzano di lavoro e di debiti pur di mandare i figli a

scuola. Inimmaginabile è stato per esempio il dolore delle famiglie di

Gaza, quando all’inizio dell’anno scolastico si è dovuto fare una

selezione all’interno delle famiglie perché non c’erano soldi per

comperare i quaderni e i libri per tutti, e quindi alcuni figli hanno

potuto andare a scuola mentre altri sono stati costretti a lavorare. E

quanti esempi potrei fare...

 

Di loro, moltissimi sono musulmani come ci sono anche arabi cristiani.

 

Quello che non può sfuggire è che tutti sono realmente delle persone!

 

Questo dato elementare è stato estirpato dall’informazione. Questo va

detto con grande forza, perché ci sono giornalisti che lo dimenticano.

Così, le persone vengono descritte come “musulmani”, intendendo con

ciò che sono potenzialmente dei terroristi. Questo è gravissimo. Inoltre,

dal punto di vista dei cattolici, è in gioco il nostro modo di guardare

alle persone. Mi chiedo: la fede permette a un cattolico di avvicinarsi a

un musulmano senza paura? Sì o no? Uno è abbastanza convinto di

quello che ha incontrato nella propria vita da potersi avvicinare

all’altro senza timore, o no? A me sembra che siamo a questo punto

nodale: ci sono cattolici, laici e religiosi, preti e vescovi, che hanno

questo timore e questo fa sì che il rapporto fra cristiani e musulmani si

complichi. Vengo invitato alla prudenza su questo argomento, io

rispondo in un altro modo: ricordo il giorno dei funerali di papa

Giovanni Paolo II che ho vissuto a Gerusalemme. Non c’era televisione

nelle case dei musulmani o nei negozi dei musulmani che non fosse

accesa sulle “televisioni dei terroristi” Al Jazeera e Al-Arabyia, che

trasmettevano in diretta i funerali da San Pietro. Non c’era musulmano

che quel giorno incontrandomi non mi abbia fatto le condoglianze e ho

perfino ricevuto telefonate di condoglianze. Questo cosa vuol dire? Che

è fondamentale sapere che di fronte abbiamo sempre delle persone con

aspirazioni e desideri uguali ai nostri, ed è sbagliato issare recinti.

 

Anche i musulmani sanno riconoscere chi tra i cattolici parla a loro

avendo a cuore la loro umanità. Per questo, nell’affrontare i problemi

dei cristiani in Medio Oriente, in Palestina, ed anche nel parlare

dell’esodo dei cristiani da Betlemme, si deve avere a mente che spesso

i problemi riguardano, ad esempio, ogni singola persona che vive a

Betlemme.

 

Cristiana o musulmana che sia, se non ha da mangiare vive

lo stesso dramma. Se poi il cristiano ha la fortuna di avere il visto per

espatriare e il musulmano non può averlo, voi capite che l’esodo si

fonda su un problema comune.

 

È superficiale dire: “ci dobbiamo interessare dei cristiani a Betlemme”.

 

In realtà ci dobbiamo interessare della gente che vive a Betlemme e allora sarà immediato sentirci impegnati a solidarizzare con i cristiani e cercare di aiutarli.

 

Filippo Landi (corrispondente RAI da Gerusalemme)

 


 

 

Tratto da “Bocche Scucite n. 67 del 15 dicembre 2008

 

Link a questa pagina :

http://www.terrasantalibera.org/RelazioneLandi12-08.htm

 

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