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Dalla
relazione di Filippo Landi
(corrispondente RAI da Gerusalemme)
al
Convegno “Terra Santa, terra ferita”
Bocche Scucite,
Firenze 29 novembre 2008

Ma se è tutto
vero, perché questo silenzio?
[In accordo con l'autore è stato
mantenuto il tono discorsivo dell'intervento]
“Sono
qui al Convegno di Pax Christi anche per rendere omaggio
all’intelligenza di coloro che
scrivono la rivista on line
“BoccheScucite” di cui ho letto più
numeri e mi sono rafforzato
nell’idea di venire leggendo quello che voi avete
scritto”.
Così il
corrispondente della Rai da Gerusalemme, FILIPPO LANDI, ha esordito
nella sua
relazione al Convegno “Terra Santa, terra ferita” del 29
novembre a
Firenze.
L'incipit della
sua preziosa riflessione è stato l'editoriale del n.65.
“Mi
ha colpito e voglio rileggere alcuni passaggi di un recente
editoriale di BoccheScucite: “Non ci
stancheremo di denunciarlo: tutto
quello che, a causa dell’occupazione,
la gente subisce e sopporta
pazientemente ogni istante e in ogni
ambito della sua esistenza, non
scandalizza più nessuno semplicemente
perché nessun media riporta
la notizia. Persino lì dove la
tragedia è diventata catastrofe umanitaria
nella Striscia di Gaza sotto assedio
ed embargo, tutto ciò che accade è
conosciuto solo da chi si trova lì
sul posto e vede con i suoi occhi un
crimine che rimarrà impunito.(...)”
Nel vostro
BoccheScucite, citate spesso una serie di fatti che non si
sono visti in TV
né si son letti sui giornali con l’eccezione della scorsa
settimana, quando
in tarda serata su Report si sono viste alcune
immagini molto
interessanti sull'attività di un’associazione, legata a un
eccezionale
personaggio israeliano che lavora per evitare che le case
palestinesi
vengano abbattute, soprattutto a Gerusalemme, e lavora
anche nel
ricostruire quelle distrutte. Io potrei
aggiungere molti altri
fatti che accadono ma di cui non si ha notizia
nei media.
Per esempio, avete sentito o letto
qualcosa dell’Imam Majd Barghouti, parente del noto leader Marwan
che è in carcere? Egli viveva in un piccolo
villaggio di
tremila abitanti, alla periferia di Ramallah. Una sera è stato
preso da uomini
incappucciati e portato ad un posto di polizia
palestinese, poi,
dopo qualche giorno hanno telefonato alla moglie
perché andasse
all’ospedale dove avrebbe trovato suo marito. In effetti
era lì, ma dopo
poco è morto, a causa delle percosse subite durante
l'interrogatorio
della polizia palestinese. L’Imam Barghouti era un
Imam molto
stimato, ma aveva il torto di appartenere ad Hamas, e per
questo l'hanno
interrogato pesantemente, lui come tante altre persone,
perché volevano
sapere da lui dove nascondeva le armi, o meglio, dove
i militanti di
Hamas le nascondono. Dopo un interrogatorio pesante gli
è venuto un
infarto ed è morto, e così l’hanno riconsegnato alla
famiglia. Marwan
Barghouti, dal carcere, si è molto arrabbiato e ha
fatto sapere ad
Abu Mazen che o metteva in piedi una commissione di
indagine oppure
dal carcere avrebbe pubblicamente denunciato come
un crimine questa
vicenda. La commissione d'indagine si è riunita e,
dopo qualche
tempo, ha detto che l’Imam era morto per un attacco
cardiaco. Era una
commissione indipendente. Ho visto le fotografie
dell’Imam da
morto. Certo i lividi non deponevano per un infarto
spontaneo...In
realtà la commissione è stata il frutto di un
compromesso.
Nessuno ha detto che è stato un crimine della polizia
palestinese, ma il
capo dei servizi segreti palestinesi, non più tardi di un
mese fa, si è
dimesso.
Ho proposta che
questa vicenda venisse ripresa in un mio servizio, ma
la risposta è
stata: “Mi dispiace, non c’è spazio per
mandarla in
onda...”. Eppure mi sembrava
interessante perché mette in ballo tante
cose rispetto ai
diritti dell’uomo, anche verso coloro che sono di
Hamas. Questa
impossibilità si ripete tante volte.
Ad esempio non c’è stato spazio per
raccontare della famiglia sfrattata a Gerusalemme est una quindicina
di giorni fa e, visto che stiamo parlando di infarti, il vecchietto
che hanno portato via di casa alle quattro di notte in
ambulanza è morto
dopo pochi giorni in ospedale. Il proprietario aveva
deciso di vendere
la casa ai coloni ebrei che si erano insediati intorno e
questa piccola
vicenda poteva essere l’occasione per riflettere su quello
che sta accadendo
a Gerusalemme est, ma... “Non c’è spazio!”.
Così c’è stato poco spazio per
la notizia delle soldatesse israeliane che
sono finite
diritte dal liceo al carcere, e non c’è stato spazio per le loro
amiche che hanno
organizzato un concerto sotto la loro prigione. Si
erano rifiutate di
fare il servizio militare nei territori palestinesi
occupati. Il
collega Alberto Stabile è riuscito a fare un pezzo che è
miracolosamente
apparso su Repubblica, ma in televisione...poco
spazio o quasi
niente.
Potrei continuare
a lungo ma, invece, preferisco porre una domanda retorica, una
domanda che voi stessi potreste porre a me legittimamente: i fatti
che abbiamo raccontato finora, quelli che voi scrivete su
BoccheScucite, quelli che io ho detto oggi, sono veri o sono falsi?
E se sono veri, io sono dentro o sono fuori questo silenzio che
riguarda tanti episodi della vita di un intero popolo, quello
palestinese, e tanti altri che riguardano il popolo israeliano? La
risposta è che io non sono fuori da questo silenzio. Non mi sento
assolto
dall'esserne parte
solo perché il TG3 e il giornale radio per i quali
lavoro mi
consentono "di tanto in tanto" di parlare di qualcuno di questi
episodi.
Spesso, in vero, ricevo
richieste per fare altri servizi che mi sembrano
per lo meno
folcloristici nel contenuto. Mi salvo, perché preparando il
servizio lo
interpreto e lo inquadro in contesti più seri e rilevanti.
Accade così che in
testa ci metto, su 17 righe, 11 righe sul tema
commissionatomi
mentre uso le altre sei righe per allargare e dar
notizia di altro,
aggiungendo: “ma oggi è accaduto anche questo...”.
Utilizzo così la
mia autonomia professionale anche per apportare
spicchi di verità
che a Roma sembrano non interessare. Però, in
definitiva, io non
sono estraneo al silenzio complessivo che è calato
sulla vicenda
medio-orientale. Io ne faccio parte. Allora è giusto porre
un'altra domanda
retorica: ma perché tutto questo accade?
Perché i
media si comportano così? Perché
frenano anche giornalisti che, per la
loro cultura, per
la loro esperienza e per la loro storia, vorrebbero dire
più cose,
costringendoli in un angolo? Perché? Ho individuato alcune
risposte e
ciascuna di queste meriterebbe un approfondimento. Questi
fattori, che
semplicemente elenco, aiutano a comprendere la
complessità di
fatti che in parte ci sovrastano, in parte ci vedono dentro
e in parte non
possiamo in questo momento cambiare. Quest'ultima è
ovviamente una
considerazione amara, ma va fatta con grande sincerità.
I
fatti che, secondo me, creano questa cappa di silenzio sono i
seguenti:
Primo: la sindrome del terrorismo.
Non servono tante spiegazioni. E’
sufficiente aprire
un giornale e scorrere i titoli per verificarla a tutti i
livelli, sia
nell’opinione pubblica sia in chi fa informazione. La
sindrome
“denuncia” come onnipresente il terrorismo e fa sì che il
terrorismo venga
ritenuto più importante di ogni altro fatto o problema.
Secondo: la fobia verso il mondo arabo
ed islamico.
E qui c’è una
grande
responsabilità dei mass media italiani e c’è una responsabilità
morale di una
parte dei giornalisti, sia della carta stampata che della
televisione,
nell'aver alimentato e nell’alimentare oggi questa fobia.
Terzo: un senso religioso e cattolico
anti-islamico.
Credo che sia
evidente per voi,
come è evidente per me che sono a Gerusalemme.
Talvolta incontro
pellegrini e le guide religiose del pellegrinaggio che
si ritengono buoni
cattolici. Soffermandosi davanti alle moschee della
città vecchia le
guide dicono: “ecco vedete, queste sono le moschee
costruite contro
le chiese cattoliche!”. Il pellegrinaggio diventa allora,
purtroppo, la
ricerca della propria radice cristiana in Terra santa, ma
nella sfida con e
contro gli islamici. Fortunatamente non tutte le
“guide” hanno
questa idea del pellegrinaggio in Terra Santa.
Quarto: il senso di colpa europeo per
la Shoah.
Questo fatto aumenta
il silenzio
dell’opinione pubblica e di chi fa informazione rispetto a
molti eventi che
accadono in Medio Oriente. Il senso di colpa per
l’Olocausto fa sì
che vengano giustificate molte cose, altrimenti non
giustificabili. È
anche in aumento una pregiudiziale politica filoisraeliana,
che è un passaggio
successivo. Accade così che vengano
giustificati molti
atti compiuti dai governi israeliani, indipendentemente
da ogni
valutazione etico-morale. È il caso del blocco economico alla
popolazione di
Gaza. Questa è una pregiudiziale molto forte. Non si
devono dare
“giudizi” su quello che i governi israeliani fanno e si cade
così nel ridicolo.
I giornalisti israeliani appaiono molto più liberi di noi.
È sufficiente
prendere alcuni numeri di BoccheScucite e vedrete quanti
sono gli articoli
di giornalisti israeliani e quanti di quelli italiani. I
giornalisti
israeliani hanno una capacità critica verso gli atti del loro
governo che noi
italiani non abbiamo più.
Quinto: le pressioni di istituzioni
israeliane e di gruppi ebraici
europei ed
italiani.
Le istituzioni israeliane incidono sui
corrispondenti e,
saltando i corrispondenti, direttamente sui quartieri
generali a Roma,
Londra, Parigi ecc. Ci sono dei corrispondenti a
Gerusalemme che
dopo un po’ di tempo diventano sgraditi e le
istituzioni
israeliane, comprese le ambasciate israeliane all’estero,
chiedono, per
esempio, al direttore della BBC di sollevare dall’incarico
una collega perché
troppo filo-palestinese. Oggi lavora in Pakistan.
Questi interventi
accadono con una certa frequenza. Inoltre, ci sono i
gruppi ebraici dei
singoli paesi che cercano di incidere su chi fa
informazione,
anche bypassando il giornalista sotto accusa, arrivando
direttamente al
direttore della testata e al direttore editoriale. Mi
raccontava una
collega finlandese che era letteralmente subissata di email
per quello che
scriveva a Gerusalemme. La stessa cosa capita a
noi italiani e a
tanti altri. Ci sono quindi due tipi di pressioni che certe
volte si
intersecano: quella delle istituzioni israeliane e quella dei
gruppi ebraici
locali.
Sesto: la divisione all’interno dei
palestinesi.
Non è davvero il fattore
meno importante.
La divisione genera una ulteriore autocensura.
Quest’anno poco
meno dell’1% delle piante di ulivo sono state
danneggiate dai
coloni israeliani in Cisgiordania. Se questo è
importante, però…
ci sono anche i razzi di Hamas, che cadono su
Sderot o nel
deserto israeliano. L’Imam Barghouti è stato torturato…
ma forse è un caso
isolato. La divisione tra i palestinesi dal punto di
vista di chi fa
informazione, di chi dirige l’informazione, ha così
accentuato la
scelta di non parlare dei problemi dei palestinesi.
Come vedete, questi elementi messi insieme
influenzano l’opinione
pubblica e fanno
sì che non solo venga censurata una parte della realtà
palestinese, ma
viene pure censurata una parte della società israeliana.
Questo non mi stancherò mai di ripeterlo.
Il problema è che si è
formata
un’immagine della società israeliana a livello di chi dirige i
mezzi di
comunicazione di massa e di chi influenza la politica, per cui è
difficilmente
accettabile un servizio che, ad esempio, faccia vedere il
livello di povertà
che c’è a Gerusalemme. Nell’immaginario che si
crede e che si
vuole venga rappresentato, gli israeliani non sono poveri
bensì ricchi. I
poveri, per loro colpa, sono i palestinesi. Gli ebrei
poveri non ci sono
e non ci devono essere. Le violenze sessuali nelle
famiglie ebree
osservanti sono uno dei fenomeni più in crescita, e più
statisticamente
rilevanti della società israeliana. Ma questo non
coincide con
l’immaginario che qualcuno vuole trasmettere, perché
sono invece le
donne musulmane le sole vittime di cattivi mariti
musulmani. C’è
stato il caso di un rabbino fuggito in Canada inseguito
da un ordine di
cattura per violenza. Il caso è stato ignorato, in primo
luogo dalle
agenzie di stampa, assai importanti per rilanciare poi le
notizie attraverso
giornali e televisioni. C’è il fenomeno dei refusnik,
ragazzi israeliani
che non vogliono fare il servizio militare nei territori
occupati…
“Ok, si può fare un pezzo, ma senza
esagerare”. Perché?
L’immaginario è fermo al fatto
che tutti i giovani israeliani difendono
la loro patria.
In tempi recenti
si è dimesso il Capo dello stato israeliano per molestie
sessuali e un
primo ministro per corruzione: c’è stato un dibattito
sull’informazione
italiana sulla crisi della società politica in Israele?
E
così mentre l'informazione in Europa -soprattutto in Italia - si
autocensura, rimangono solo alcuni giornalisti israeliani con una
severa capacità di critica.
Una conclusione. In otto anni
vissuti tra Il Cairo e Gerusalemme e in
diciassette anni
vissuti in Medio Oriente ho imparato che gli arabi e i
musulmani (uso la
parola “arabo” e la parola “musulmano” ma voi
sapete purtroppo
che per molti non c’è distinzione! Non capiscono che
a Giakarta non
sono arabi...E chi pensa così non sono solo giornalisti
ma anche
politici…) sono innanzitutto Persone come noi. Hanno cioè
aspirazioni e
desideri che sono esattamente uguali ai miei e ai vostri. Il
desiderio, per
esempio, di una felicità familiare, di allevare i propri
figli, di farli
studiare. Nel mondo arabo, molto più che da noi, le
famiglie si
ammazzano di lavoro e di debiti pur di mandare i figli a
scuola.
Inimmaginabile è stato per esempio il dolore delle famiglie di
Gaza, quando
all’inizio dell’anno scolastico si è dovuto fare una
selezione
all’interno delle famiglie perché non c’erano soldi per
comperare i
quaderni e i libri per tutti, e quindi alcuni figli hanno
potuto andare a
scuola mentre altri sono stati costretti a lavorare. E
quanti esempi
potrei fare...
Di
loro, moltissimi sono musulmani come ci sono anche arabi cristiani.
Quello che non può
sfuggire è che tutti sono realmente delle persone!
Questo dato elementare è stato estirpato
dall’informazione. Questo va
detto con grande
forza, perché ci sono giornalisti che lo dimenticano.
Così, le persone
vengono descritte come “musulmani”, intendendo con
ciò che sono
potenzialmente dei terroristi. Questo è gravissimo. Inoltre,
dal punto di vista
dei cattolici, è in gioco il nostro modo di guardare
alle persone. Mi
chiedo: la fede permette a un cattolico di avvicinarsi a
un musulmano senza
paura? Sì o no? Uno è abbastanza convinto di
quello che ha
incontrato nella propria vita da potersi avvicinare
all’altro senza
timore, o no? A me sembra che siamo a questo punto
nodale: ci sono
cattolici, laici e religiosi, preti e vescovi, che hanno
questo timore e
questo fa sì che il rapporto fra cristiani e musulmani si
complichi. Vengo
invitato alla prudenza su questo argomento, io
rispondo in un
altro modo: ricordo il giorno dei funerali di papa
Giovanni Paolo II
che ho vissuto a Gerusalemme. Non c’era televisione
nelle case dei
musulmani o nei negozi dei musulmani che non fosse
accesa sulle
“televisioni dei terroristi” Al Jazeera e Al-Arabyia, che
trasmettevano in
diretta i funerali da San Pietro. Non c’era musulmano
che quel giorno
incontrandomi non mi abbia fatto le condoglianze e ho
perfino ricevuto
telefonate di condoglianze. Questo cosa vuol dire? Che
è fondamentale
sapere che di fronte abbiamo sempre delle persone con
aspirazioni e
desideri uguali ai nostri, ed è sbagliato issare recinti.
Anche i musulmani sanno riconoscere chi tra i cattolici parla a loro
avendo a cuore la loro umanità. Per
questo, nell’affrontare i problemi
dei cristiani in
Medio Oriente, in Palestina, ed anche nel parlare
dell’esodo dei
cristiani da Betlemme, si deve avere a mente che spesso
i problemi
riguardano, ad esempio, ogni singola persona che vive a
Betlemme.
Cristiana o musulmana che sia, se non ha da mangiare vive
lo stesso dramma. Se poi il cristiano
ha la fortuna di avere il visto per
espatriare e il
musulmano non può averlo, voi capite che l’esodo si
fonda su un
problema comune.
È superficiale
dire: “ci dobbiamo interessare dei cristiani a Betlemme”.
In realtà ci
dobbiamo interessare della gente che vive a Betlemme e allora sarà
immediato sentirci impegnati a solidarizzare con i cristiani e
cercare di aiutarli.
Filippo Landi
(corrispondente RAI da Gerusalemme)
Tratto da “Bocche Scucite n. 67 del
15 dicembre 2008
Link a questa pagina :
http://www.terrasantalibera.org/RelazioneLandi12-08.htm
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