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Secondo un punto di
vista ampiamente condiviso l'elezione di Barack Obama è
una buona notizia per la Russia. Il nuovo presidente
degli Stati Uniti – si dice – abbandonerà
l'atteggiamento provocatorio e tendente allo scontro di
George W. Bush per adottare una linea più conciliatoria
in politica estera, e dunque anche nelle relazioni con
Mosca.
Vi sono pochi dubbi che la
presidenza Bush sia stata disastrosa sia per l'America
che per il resto del mondo. Qualsiasi cosa ponga fine al
controllo repubblicano della Casa Bianca può dunque
sembrare bene accetta. Sfortunatamente, tuttavia, ci
sono molte ragioni per essere pessimisti sulle future
relazioni tra Oriente e Occidente sotto il Presidente
Obama.
La prima è naturalmente la politica estera del
Presidente Obama stesso. Il vice presidente Joe Biden è
tristemente noto per le sue posizioni anti-russe. Nel
suo discorso di accettazione della candidatura
democratica, ad agosto, Biden ha specificatamente
attaccato l'amministrazione Bush per non aver saputo
affrontare la Russia, cioè per aver diretto i propri
attacchi contro il nemico sbagliato. Durante un discorso
sulla politica estera tenuto a Cincinnati il 25
settembre, Biden ha detto che la Russia è una minaccia
quanto l'Iran, e ha parlato calorosamente della propria
visita a “Misha” Saakashvili, il presidente della
Georgia con il quale si da evidentemente del tu e con il
quale ha discusso su come il Presidente Obama avrebbe
fatto “pagare” alla Russia l'“aggressione” nei confronti
del suo “democratico” paese.
Ma la principale ragione per essere pessimisti risiede
nelle relazioni con l'Europa. Il Presidente Medvedev,
fin dalla sua elezione, ha condotto una politica estera
improntata al corteggiamento dei leader europei,
soprattutto lo scorso mese a Evian. La sua proposta di
un nuovo patto per la sicurezza in Europa rappresenta un
tentativo di dare alla Russia un punto d'appoggio nelle
strutture militari che attualmente la escludono, e
dunque ridurre il dominio americano su di esse. Come
tale, la sua proposta andrebbe considerata la
continuazione di un progetto geopolitico che risale
almeno alla firma degli accordi di Helsinki da parte
dell'URSS nel 1975.
Tuttavia l'elezione di un democratico alla presidenza
degli Stati Uniti significa che a essere rafforzata sarà
la relazione tra Stati Uniti e Unione Europea, e non
quella tra Europa e Russia. Gli anni della presidenza
Bush sono stati straordinariamente difficili per l'élite
pro-americana che governa l'Europa. Tutti i maggiori
attori della politica europea sono visceralmente
pro-Stati Uniti (e in concomitanza anti-russi), ma il
loro fondamentale desiderio di amare l'America – e di
essere simili a essa, per esempio creando gli Stati
Uniti d'Europa – è stato frustrato dal disprezzo con cui
si guarda a George Bush in tutto il mondo (compreso il
suo paese) e dalla palese ottusità della sua politica
estera.
Al contrario di un Bush che si dilettava della propria
reputazione di bifolco reazionario, Barack Obama incarna
tutti i valori di cui sono infatuati i leader europei –
progressismo, giovinezza, dinamismo, cambiamento,
perfino diversità etnica. Durante la corsa elettorale
hanno contenuto a stento la loro eccitazione alla
prospettiva di questo risultato. Be', Obama scrive
perfino libri. Anni e anni di pro-americanismo represso
traboccheranno non appena alla Casa Bianca ricomincerà a
risuonare la musica d'atmosfera del multilateralismo. I
leader dell'Unione Europea saranno nuovamente in grado
di identificare l'“America” con il “progresso”, proprio
come quando erano giovani, e andranno in brodo di
giuggiole ogniqualvolta il Presidente Obama proporrà un
nuovo piano internazionale (cioè transatlantico) per
diffondere i valori politici occidentali nel mondo (e
aumentare il potere dell'Occidente su di esso).
All'opposto, vedranno la Russia come politicamente
reazionaria e come una minaccia agli ideali più cari.
Lo hanno dimostrato le recenti
dichiarazioni di due politici europei di spicco. La
scorsa settimana, nel suo discorso annuale all'Istituto
per gli Studi sulla Sicurezza dell'Unione Europea di
Parigi, l'Alto Rappresentante per la Politica Estera e
di Sicurezza dell'Unione Europea, Javier Solana, ha
parlato con evidente calore ed entusiasmo dell'alleanza
transatlantica. Ha detto: “Ho creduto e tuttora credo
fermamente nel potere degli Stati Uniti e dell'Europa di
agire come una forza del bene nel mondo” e non ha
pronunciato una sola parola di critica nei confronti
della politica estera degli Stati Uniti negli ultimi
tremendi otto anni.
Quando è giunto a parlare di Russia, tuttavia, il suo
tono di voce si è fatto più duro e freddo. Si è espresso
come se la Russia fosse un paese con il quale è
costretto ma riluttante a trattare. Ha insinuato
pesantemente che la Russia stia usando le esportazioni
energetiche come arma strategica – un'accusa grave da
rivolgere a un paese vicino con cui l'Unione Europea sta
cercando di negoziare un accordo di cooperazione – e ha
liquidato la proposta del Presidente Medvedev di un
nuovo patto per la sicurezza in Europa (nella misura in
cui ne ha fatto menzione) in quanto troppo “vaga” per
meritare di essere presa ora in considerazione. Ha
aggiunto con condiscendenza che i russi hanno una
mentalità politica particolare che gli europei hanno il
dovere di tentare di decifrare, quasi che la Russia
soffrisse di una strana psicosi collettiva. Le
credenziali pro-Stati Uniti di Solana, naturalmente, non
sono mai state in dubbio: era Segretario Generale della
NATO durante l'attacco dell'Alleanza contro la
Jugoslavia nel 1999.
Lo stesso vale per l'articolo
del presidente del Parlamento Europeo, Hans-Gert
Pöttering, pubblicato martedì dal Guardian. Anche
Pöttering si diceva entusiasta della prospettiva di un
“nuovo inizio transatlantico” dopo le elezioni
americane, e invitava il nuovo presidente degli Stati
Uniti a tenere un discorso al Parlamento Europeo il
prossimo anno. La reazione di Pottering all'elezione di
Dmitrij Medvedev nel mese di marzo e al suo insediamento
a maggio fu invece di totale silenzio in entrambe le
occasioni. Le uniche dichiarazioni di Pottering relative
alla Russia negli ultimi mesi sono state fatte per
offrire sostegno alla Georgia e per attaccare la
Bielorussia.
In queste circostanze è
altamente improbabile che i tentativi del Presidente
Medvedev di dirigere l'attenzione e la simpatia delle
élite dell'Unione Europea verso gli altri europei a est
dell'Ucraina possano mai decollare. La divisione del
continente europeo tra Est e Ovest, così utile alla
strategia geopolitica americana, probabilmente
continuerà.
Originale:
Russia versus Europe - the same old story
Articolo originale pubblicato il
5/11/2008
Manuela Vittorelli è
redattrice dei blog russologi
http://mirumir.altervista.org/
e
http://mirumir.blogspot.com/
e membro di
Tlaxcala,
la rete di traduttori per la diversità linguistica.
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