...ma
a volte i premi letterari ci azzeccano...
di Giuseppe Reguzzoni
28/12/2007
Martin
Mosebach è uno scrittore tedesco,
noto e apprezzato in Germania per i suoi romanzi e i suoi
lavori teatrali.
Con «Häresie der
Formlosigkeit. Die römische Liturgie und ihr Feind»
[L’eresia dell’assenza di forma. La liturgia romana e il suo
nemico, Vienna-Lipsia, 2002] però, Mosebach ha deciso di
affrontare un tema decisamente poco politically correct.
Il volume è infatti un inno alla tradizione e alla forma
della liturgia romana, non solo come ispiratrice di
capolavori d’arte e di cultura, ma come spazio di fede
autentica: «Si prega
in ginocchio o non si prega» (citazione dal
libro).
Si tratta di una raccolta di saggi e contributi dedicati al
rapporto tra fede e arte, tra arte e liturgia e alle
devastazioni da questa subita negli ultimi quarant’anni.
L’annus fatalis è ovviamente il 1968, quello delle rivolte
studentesche (che per Mosebach facevano della mancanza di
igiene un valore rivoluzionario), ma anche quello della
rivoluzione culturale cinese, con i suoi milioni di morti e,
nello specifico, l’anno della rivoluzione liturgica, imposta
dall’alto.
Ovvio
che un libro del genere
sia passato per «reazionario», al punto che qualche
intellettuale illuminato in Germania avrebbe voluto che a
Mosebach fosse negato o persino ritirato il premio Georg
Büchner 2007, il Nobel degli scrittori tedeschi.
Gli intellettuali di casa nostra hanno fatto prima, facendo
semplicemente finta che l’autore non esista proprio, ivi
compresi i talent scout delle grandi case editrici
cattoliche, che lo hanno volutamente ignorato, malgrado i
riconoscimenti ben visibili alla, da loro
frequentatissima, Buchmesse di Francoforte (la fiera del
libro, da cui piovono in Italia novità di ogni genere).
Mosebach
crede,
e proprio perché crede parla in questo volume di Gesù, ma
non di quello non risorto di molti esegeti moderni e dei
riformatori liturgici, che - la battuta è sua - «potrebbe
tranquillamente essere un membro onorario della SPD»
(il potente partito socialdemocratico tedesco).
Mosebach critica la prassi per cui i fedeli hanno dovuto
subire prodotti artistici astratti o inconsistenti, che
hanno reso loro estranea l’iconografia tradizionale, allo
scopo di «strappare
loro le immagini dai cuori» a colpi di
un’inaudita battaglia iconoclasta consistente in dosi
massicce di banalizzazione, fino al rincretinimento.
Il frutto di queste continue sperimentazioni per lo
scrittore tedesco non è altro che una «volgare profanazione
senza gusto», che non ha avvicinato nessuno alla Chiesa, ma
Le ha recato danni di portata incalcolabile per il Suo
futuro.
Quasi
allo scopo di rendersi ancor più
politicamente scorretto, nella sua lectio magistralis per
l’assegnazione del premio Büchner, Martin Mosebach ha osato
infrangere un altro dogma, tutto tedesco, paragonando un
discorso di Heinrich Himmler del 1943 con un comizio del
giacobino Saint Just, tenuto nell’ultima fase della
Rivoluzione Francese e, sostanzialmente, mettendo in
relazione i due contesti storici.
Quasi scontata la reazione dei soliti noti.
Il più elegante è stato lo storico Heinrich Winkler che ha
parlato di abbandono dei pilastri della democrazia e
dell’illuminismo (che per lui sono la stessa cosa).
Inutile dire che la reazione più dura è venuta dai teologi
cattolici, che - alla faccia del dialogo con il mondo della
cultura - lo hanno definito «ultramontano e reazionario».
Troppo tardi, però, per impedire il conferimento del premio,
dovuto a romanzi di straordinario valore letterario, come
«La luna e la fanciulla» o «La bella abitudine di vivere»,
quest’ultimo tutto dedicato all’Italia, Paese che Mosebach,
secondo la migliore e più nobile tradizione tedesca ama
profondamente.
Ma,
niente paura,
Mosebach in Italia resta uno sconosciuto: da noi regna e
continua a regnare la dittatura dello scaffale, e meno male
che la censura è cosa d’altri tempi.
Giuseppe
Reguzzoni
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