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Israele: Arrestato il “provocatore” dei
disordini di Akko. Ma il clima resta teso
di Claudio Accheri*
12-10-2008

La polizia ha arrestato il cittadino israeliano, di origine
araba, che diede inizio ai
quattro giorni di disordini
nella città di Akko (l’antica San Giovanni d’Acri), con le
accuse di guida in stato di ebbrezza, eccesso di velocità, e
lesioni alla sensibilità religiosa.
Secondo i cittadini di origine ebrea della cittadina, durante
lo Yom Kippur (il giorno più sacro del calendario ebraico,
che ricadeva il 9 Ottobre scorso) Jamal Tawfik avrebbe assunto
un comportamento volutamente provocatorio, aggirandosi in una
delle zone più conservatrici della città, dove una folla di
ebrei stava uscendo da una sinagoga, ascoltando della musica
ad alto volume, a bordo della propria automobile.
Il detenuto aveva già manifestato ai giornalisti l’assenza di
intenti provocatori, dichiarando che “semplicemente dovevo
passare da lì per tornare a casa. Mi dispiace immensamente per
ciò che, sia pure involontariamente, ho causato. Se potessi,
darei la vita per riportare la pace tra noi arabi e gli
ebrei”.
Dopo le dichiarazioni di scuse riferite alla stampa, Jamal ha
rivendicato la propria innocenza rispetto alle accuse di guida
in stato di ebbrezza ed eccesso di velocità, sostenendo di
essere utilizzato come capro espiatorio.
In seguito ai cinque giorni di violenza scaturita in occasione
dello Yom Kippur, centinaia di agenti di polizia israeliani
sono stati dispiegati a nord della città divenuta, in poco
tempo, il teatro di gravi violenze e di episodi di guerriglia
urbana perdurati nell’ultima settimana.
Dalla notte fra il 9 e 10 Ottobre, in cui avvenne il primo
violento confronto fra le due parti, circa dieci poliziotti
sono stati feriti dai rivoltosi, mentre sono state
arrestate,ad oggi, 64 persone.
Nell’ultima settimana si sono succedute varie scaramucce
verbali, presto degenerate in violenti scontri, con le due
frange della popolazione che si sono accusate,
vicendevolmente, di voler dare vita a
pogrom.
Numerosi rappresentanti politici, oltre agli ufficiali della
polizia, hanno cercato di riportare la calma attraverso il
dialogo con alcuni leader religiosi della cittadina, senza
trovare, fino ad ora, dei risultati positivi e palpabili.
Gli scontri, caratterizzati dal lancio di pietre nel centro
storico durante il primo giorno, sono proseguiti con numerosi
atti aggressivi ingiustificati, fra cui l'incendio appiccato
ad una casa di arabi da parte di alcuni estremisti ebrei.
Il proprietario della casa, Subhi Murasi, ha dichiarato al
quotidiano Haaretz
che "tutti pensano che nel quartiere orientale siano stati
feriti solo i cittadini ebrei, mentre nessuno ripone alcuna
attenzione verso di noi. Tutto il denaro che avevo era
investito in questa casa, e ora è stata distrutta".
Per fronteggiare i sempre più numerosi casi di aggressione e
devastazione, nella settimana sono stati impiegati circa 700
ufficiali di polizia, in una città di appena 50mila abitanti.
Ad eccezione dell'uso di armi da fuoco, la polizia e la
guardia di frontiera hanno l'ordine di reprimere con la
massima durezza gli episodi violenti.
Il timore è che, come nel 2000, il clima teso degeneri,
espandendosi anche negli altri centri israeliani dove le due
comunità, ebraica e araba, hanno una pacifica convivenza.
In settimana alcuni ufficiali di spicco della polizia hanno
incontrato i leader arabi per cercare di ristabilire la calma.
Nonostante l’intervento pacificatore, le violenze non si sono
interrotte, spingendo, il 12 ottobre, i due rabbini capi,
Shlomo Amar (sefardita) e Yona Metzger (ashkenazita), a
chiedere ai cittadini di riportare la calma e la pace nella
cittadina.
Il quotidiano israeliano
Haaretz ha
riportato i primi commenti del primo ministro Ehud Olmert, che
ritiene necessaria l’applicazione di una politica di
tolleranza zero, in risposta al perdurare delle violenze che
si stanno consumando in una città, che a detta del primo
ministro, è da sempre “fulgido esempio della coesistenza
pacifica”.
Il ministro della cultura, Ghaleb Majadleh, il più alto
esponente arabo nella politica israeliana, ha trascorso la
giornata nel tentativo, di convincere il sindaco di Akko,
Shlomo Lankry, ad autorizzare lo svolgimento del Festival
annuale di teatro alternativo.
Secondo Lankry, tuttavia, non essendo presenti le condizioni
per svolgere l'evento culturale, che normalmente richiama
migliaia di visitatori, è necessaria una sospensione. In
un'intervista rilasciata alla radio
Majadleh,
Lankry ha anche accusato il rabbino capo Yashar di aver
soffiato sul fuoco della violenza nei giorni scorsi,
alimentando il clima teso della cittadina.
Il 13 ottobre si è recato ad Akko anche il capo di Stato
israeliano Shimon Peres, nel tentativo di calmare gli animi.
Peres ha convocato nel municipio gli esponenti di entrambe le
parti, chiedendo il loro impegno per riportare alla normalità
una città in cui, a casa delle violenze, 14 famiglie
israeliane e arabe non hanno ancora la possibilità di tornare
nelle proprie case.
Il capo di Stato ha poi dichiarato che “ci sono diverse
religioni in Israele”, ma “vi è un solo diritto e una
polizia".
Nel frattempo Hamas e il Movimento islamico in Israele hanno
incitato la popolazione araba della cittadina a mantenere un
atteggiamento rigido, e hanno supportato la popolazione con
l’organizzazione di alcune manifestazioni di sostegno ai
cittadini arabi.
Mohammed al-Harazin, uno degli organizzatori, ha dichiarato
che “Akko fa parte della Palestina storica, così come
Gerusalemme, Gaza, Hebron e Ramallah”.
* per
Osservatorio Iraq
http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&file=article&sid=6522
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