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Un piano per seppellire definitivamente la Palestina
di
Mustafa Barghouti

Chiunque abbia seguito i discorsi di Annapolis non sarà sorpreso
dalle caratteristiche dell'attuale progetto di Olmert. Egli cerca
di scolpire nella pietra la strategia doppia e coordinata
perseguita da Israele sin da Oslo: dividere e procrastinare le
questioni dello status definitivo fino a quando non siano
diventate superflue dalle realtà di tempo e di fatto, invocando
intanto la sicurezza come pretesto per il rifiuto di rispettare
gli impegni. Ogni menzione della sicurezza si riferisce
esclusivamente a quella israeliana; l'idea è di formalizzare lo
strano principio per cui chi è sotto occupazione ha la
responsabilità di garantire la sicurezza dell'occupante!
La proposta di Olmert è un accordo simbolico, da rimandare ad
oltranza. Potrebbe essere attuato immediatamente senza costare
alcunché ad Israele, nemmeno uno stop all'ampliarsi delle colonie.
L'Autorità Palestinese (AP), intanto, dovrebbe provare due cose:
di essere un espertissimo poliziotto per procura, per conto
dell'occupante, e di poter riprendere il controllo di Gaza. Ma se
non può dimostrarlo, l'accordo resta simbolico. In questo modo,
Israele prende due piccioni con una fava: rinvia un'altra volta le
questioni chiave, guadagnando tempo per costruire ulteriori
colonie, e può dare la colpa ai palestinesi per il mancato onore
all'accordo e l'attuazione della pace alla quale il suo governo
sostiene di ambire.
Forse l'aspetto più pericoloso del progetto di Olmert è il
tentativo di far dipendere un'attuazione parziale dei diritti
nazionali palestinesi dalle performance securitarie dell'AP. Per
questo è condannato a fallire fin dall'inizio: pone l'AP contro il
suo stesso popolo e la sua causa nazionale, rendendo evidente, in
modo sfacciato, che chi domina realmente è solo Israele. Eppure
otterrà lo stesso l'obiettivo primario di quest'ultimo:
approfondire le divisioni interne palestinesi, consolidandole.
Il progetto sostiene che l'AP ha acconsentito a posticipare la
questione dello status di Gerusalemme. Davvero? E fino a quando?
Dato l'intensificarsi della costruzione di colonie e la continua
ebraicizzazione di Gerusalemme, posticipare può avere un solo
significato: rinunciare ad ogni rivendicazione palestinese sulla
città. Ma nessun palestinese, nessun arabo onesto può
assolutamente acconsentire ad un accordo che non faccia sì che la
Gerusalemme araba sia la capitale dello Stato palestinese.
Dobbiamo ricordare che ogni tentativo di posporre la questione
della città è un tentativo di rescinderla dall'insieme dei diritti
palestinesi, ponendo le basi per eliminarla del tutto.
Il progetto di Olmert pone il massimo di energie nel legittimare
l'annessione delle principali colonie in Cisgiordania:
costituiscono solo il sette per cento della regione, sostiene
Olmert, ma il conto è quanto mai fuorviante. Significa ratificare
il muro dell'apartheid, condannato dalla Corte Internazionale di
Giustizia, come confine ufficiale di Israele. Vuol dire altresì
annettere l'80% delle risorse idriche palestinesi. E in cambio di
che? Di una chiazza di deserto arido vicino al confine di Gaza...
e se, e solo se la situazione nella Striscia cambierà, con
l'affermarsi del controllo dell'AP. Non solo acconsentire allo
scambio di territori ratifica l'annessione di terreni sull'altro
lato del muro e del muro stesso: ratifica anche l'intero sistema
di apartheid israeliano.
Quanto ai coloni, resteranno negli insediamenti – tutti – fino a
che l'AP non dimostri “buona volontà”, sbarazzandosi di chiunque
sia sgradito a Israele. Nel frattempo, l'espandersi di Ma'ale
Adumim, Ariel, Gush Etzion, e di tutte le colonie intorno a
Gerusalemme prenderà velocità, in apparenza per far posto ai
coloni che acconsentono a trasferirvisi. Come spiegare il
silenzio, da parte dei sostenitori del processo di Annapolis,
circa il fatto che la costruzione delle colonie da quell'incontro
è aumentata di 20 volte, e l'insistere perché i negoziati
continuino, malgrado questo ampliarsi febbrile?

Quel che Olmert fino ad ora ha tenuto segreto è che Israele
continuerà a controllare i confini, la Valle del Giordano e quanto
resta delle risorse acquifere sotterranee, con il pretesto di
misure di sicurezza. Tutto questo ammonta chiaramente a ben di più
che al sette per cento del territorio. In quel sette per cento non
si menzionano affatto la valle del fiume Giordano, il Mar Morto, i
villaggi di Latrun ecc.
Il piano israeliano, sostenuto dagli USA, è di portare ogni
accordo raggiunto alla benedizione dell'ONU, cancellando in questo
modo tutte le precedenti risoluzioni internazionali e le leggi a
sostegno dei diritti nazionali palestinesi. Il prezzo a cui
Israele mira consiste, oltre che nel rimuovere Gerusalemme
dall'equazione, nel porre fine, una volta per tutte, alle
rivendicazioni dei profughi.
In sostanza, il piano che Olmert ha posto sui tavoli di
negoziazione non è altro che un progetto per seppellire i principi
nazionali palestinesi, minando una volta per tutte i legittimi
diritti del nostro popolo.
Segna la fine della tragicommedia di Oslo, e il trionfo di tutti
coloro per i quali 'realismo' significa 'resa'. È un tentativo di
eludere, eliminandole, quattro questioni dello status definitivo:
Gerusalemme ed i profughi, colonie ed annessione di vaste zone
della Cisgiordania, posponendo tutto il resto fino a quando le
realtà sul terreno non rendano parimenti superflua ogni richiesta
palestinese. In breve, è un tentativo di trasformare ogni idea di
uno Stato indipendente in cantoni isolati, amministrati da
un'autorità non sovrana, prigioniera in un regime di apartheid.
È tempo che i palestinesi fermino questo disintegrarsi del
processo di pace. È tempo che facciano di più che proferire
debolissime “riserve” calcolate su questa o quella idea di Olmert.
Devono rifiutare tutte le soluzioni parziali e ad interim,
smascherando la politica israeliana: imporre realtà di fatto con
negoziati che si cerca a tutti i costi di non far riuscire.
La vera risposta ad Olmert e all'establishment razzista che domina
in Israele è di ristabilire l'unità nazionale, creando una
leadership unificata e forgiando una strategia collettiva per
gestire la lotta contro l'occupazione, non per conformarvisi. Tale
strategia deve combinare forme di resistenza di massa e di base
contro l'occupazione ed il sistema di apartheid con politiche
sociali ed economiche che sostengano la gente e vadano incontro
alle loro preoccupazioni. Deve anche costruire un forte movimento
di solidarietà internazionale con la nostra causa, ravvivando il
legame nazionale comune, fra i palestinesi qui e quelli
all'estero.
Da Al-Ahram settimanale, 28 agosto – 3 settembre 2008
L'autore è segretario generale dell'Iniziativa Nazionale
Palestinese.
Traduzione: Paola Canarutto
BoccheScucite settembre 2008 |