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Inconciliabilità tra «progressismo» e cattolicesimo
Stefano Maria Chiari
24/01/2008
Non ne abbiano a male
i dossettiani né i cattocomunisti se il loro modo di vedere
sarà inesorabilmente fuori dalla logica di un sano ed
autentico cattolicesimo e ne dimostri la sua reale
incompatibilità.
La formulazione della ideologia marxista figlia
dell'idealismo filosofico, che, «rivoltando la dialettica
idealista di Hegel, fornì al materialismo una concezione sui
processi di cambiamento quantitativo e qualitativo chiamata
materialismo dialettico, e un'interpretazione materialista
del corso della storia, nota come materialismo storico»
(1), appare non del tutto estinta nelle teorie di
partito, ma, al contrario, profondamente radicata nel
tessuto sociale che pretendeva alla lunga di formare e di
uniformare; e benché il delirio soggettivo ed immanentista
di onnipotenza che si reputi in grado di produrre (se non
addirittura «creare») la realtà circostante - e che,
pertanto, rifiuti l'ipotesi creazionista di un Dio
trascendente ed immortale ed onnipotente - si riveli in
definitiva dallo spessore ideologico privo di reale
consistenza oggettiva, illusione perversa di cuori corrosi e
di intelletti deviati, vede la propria sopravvivenza (dopo
il palese fallimento macroscopico dell'attuazione politica
dittatoriale che prese piede nell'Est europeo), nelle
attuali «correnti di sinistra», attraverso un camaleontico
mutar di pelle, ma non di sostanza.
La verità della scomunica nella quale incorrevano
(2) tutti coloro che
avessero voluto abbracciare quel tipo di ideologia
«intrinsecamente perversa», risiede nella totale
inaccettabilità dei presupposti materialistici sui quali
essa si fonda e sulle negazioni fondamentali che pretende di
attestare mediante indimostrabili postulati
aprioristicamente assunti; essa, prescindendo, oggi, dalle
fondamentali opzioni di partito, è oramai comune senso del
giusto e del vero; da mera ipotesi filosofica di piccoli
circoli elitari, passa a vivere e respirare come comune
elemento del sociale sentire, percezione unanime dell'uomo
della strada, catechizzato dal «Grande Fratello» o da
«Beautifull».
Un riscontro evidente del fatto
che
gli errori della Russia si siano, ahimè!, in certa misura,
diffusi nel mondo intero (come profetizzato a Fatima) si
avverte proprio nella estesa convinzione, quasi unanime, che
ritenga anche inconsciamente ed inconsapevolmente accettata
la fede materialistica.
Tale ideologia, infatti, suppone, a ben vedere, come assiomi
di partenza sostanzialmente equivalenti sia l'opzione
dell'ateismo militante sia quella del totale indifferentismo
religioso o dell'agnosticismo; in quest'ottica, se Dio
esiste non è un problema che riguardi l'uomo o, comunque,
non si tratta di un'evidenza di matematica certezza e facile
acquisizione, essendo, alla fin fine, l'essere umano
sostanzialmente svincolato dalla divinità, da cui, forse
dipende, non più di quanto un convinto panteista da Dio
stesso.
Ora, le conseguenze a caduta libera sono notevoli non
soltanto sul piano delle persuasioni esistenziali, ma anche
su quello delle ricadute etiche e morali.
Supporre infatti l'assenza (sostanziale o di fatto) di Dio,
significa svincolarsi da ogni principio cardine di natura
superiore e di per sé inamovibile.
Quanto asserito è sotto gli occhi di tutti.
Il relativismo morale nel quale viviamo imbevuti ed in cui
navighiamo satolli, scaturisce proprio dalla mancanza di
certezze trascendenti che abbiano natura oggettiva e
moralmente vincolante per l'uomo ed il suo agire.
Il progressismo ideologico,
invece (che si veste di modernismo in campo religioso)
suppone proprio la sovversione delle certezze ideologiche
sulla base di una potenza generativa, che procede dal basso;
l'ordine logico e consequenziale che appartiene alla natura
dell'uomo ed alla evidenza del reale resta vittima di
un'aberrante sovversione nichilista: non è il reale ad
essere percepito e conosciuto come dato esterno ed
informante l'uomo (come per esempio Dio e la sua legge), ma
rimane chiuso nel circolo vizioso di una creazione umana,
parto del pensiero dell'uomo ed ancor di più del fatto
comportamentale.
Se l'idea della rivoluzione deve permeare il reale di sé
tanto da essere capace di cambiargli consistenza, e di
determinarne l'esistenza e la verità, allora non è più la
fede a formare il pensiero e questi a guidare la vita,
l'atto ed il comportamento etico, ma sarà, viceversa, il
dato fattuale o comportamentale, divenuto anche o perfino
consuetudine viziosa ad originare le proprie convinzioni
morali e, come valanga, le proprie credenze teologiche.
Per questo è più facile apostatare la fede e divenire
induista o buddista, per esempio; secondo tali concezioni
infatti non c'è un peccato da condannare risolutamente né un
uomo da salvare dall'eterna dannazione, ma una
consapevolezza (del proprio essere divino) da acquisire, con
evidente acquiescenza del proprio stato concupiscente e
vizioso.
Il processo di dissonanza cognitiva farà il resto; l'uomo,
nel suo vivere, estraneo ai principi più alti, dovrà
necessariamente piegare sé, le sue idee e la propria
coscienza alle circostanze accidentali che abbiano la meglio
su ogni convincimento: questo significa piena vittoria della
concupiscenza e del vizio sulla verità e la virtù e completo
abbandono di ogni difesa razionale dell'etica, con
conseguente sottomissione della ragione all'istinto, della
verità al vizio.
Esempio di palese tipicità è quella del perché molti
psicologi contemporanei non pensino più l'omosessualità come
comportamento sessualmente disordinato.
«In campo psicologico,
molti considerano l'omosessualità come un disordine soltanto
quando non è voluta dalla persona, cioè quando è
ego-distonic: questo è, per esempio, l'approccio del
Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders,
voluto dal consiglio direttivo dell'APA, l'Associazione
Psichiatrica Americana, anche quando un sondaggio
indipendente, realizzato fra gli psichiatri statunitensi -
mentre il Manual era in preparazione - mostrava che la
maggioranza di essi considerava l'omosessualità come un
disordine del comportamento sessuale. La posizione accolta
dal Manual non è di carattere scientifico, ma espressione
del relativismo nel campo della psicologia, dal momento che,
nella sua prospettiva, ogni considerazione
sull'omosessualità - e non solo - dev'essere non di tipo
oggettivo, ma di tipo soggettivo. Se il soggetto, cioè, si
sente gratificato dagli atti omosessuali esso è da
considerarsi normale: è come dire che, se il
tossicodipendente, l'alcolizzato, lo zoofilo, il voyeur, il
sadico, il masochista si sentono gratificati dalle loro
azioni disordinate, sono da considerarsi normali e vanno
incoraggiati a proseguire nella loro scelta di vita. Nel
1994 il consiglio direttivo dell'APA ha tolto dal settore
delle patologie del Manual anche la pedofilia, e con le
stesse motivazioni: la pedofilia sarebbe un disordine
soltanto se il pedofilo soffre per la sua pedofilia»
(3); solo chi
voglia negare la ragione si renderà conto della assurdità di
simili assunti e della pericolosità di tale approccio
ideologico relativista; tutto ciò è alla base della
cosiddetta variabilità della morale, del senso del pudore e
del buon costume; oggi si sente pudico ciò che domani non lo
sarà più.
L'obiezione che veda l'omosessualità
ed
ogni devianza umana presente fin dall'antichità non ne
giustifica affatto la bontà e giustezza; il fratricidio
risale a Caino, ma non per questo è cosa buona.
Chiaramente non si tratta di puntare l'indice contro
l'omosessuale, ma di parlare della verità delle cose (Verità
che nessuno possiede se non per Dio stesso rivelata in e per
Gesù nella Santa Chiesa); si tratta di chiamare le cose col
loro vero nome; nel caso di specie, l'omosessuale è e resta
una persona che abbisogna di cure e di terapie, inutile
nascondersi dietro un dito e far passare la cosa come
«normale»; non lo è affatto.
Tuttavia questa evidenza non può essere riconosciuta come
tale dalle ideologie progressiste e sinistrofile, proprio
perché esse saranno serve del «così fan tutti» e del «se
piace che male c'è».
Già alcuni tra i filosofi pagani dell'antichità mettevano in
guardia contro ogni facile e godereccio approccio
esistenziale.
Lo stesso «carpe diem» letto alla luce del pensiero di
Seneca era ben altro da ogni istintiva soddisfazione di
bassi istinti.
Il cattolicesimo pretende
(e
riesce a farlo!) di fissare la verità della sua morale sulla
trascendenza infinita dell'Essere immutabile, non soggetto a
cambiamento e mutazione di sorta; totalmente radicato nella
realtà di un'etica non negoziabile né soggetta all'umano
capriccio, perchè rivelata per sempre!, elevando in tal modo
l'uomo alle sue più nobili capacità, proiettandolo
nell'universo dell'infinito, lo rende simile a Colui al
quale deve aderire e del quale - se vuole la Vita - deve
vivere in eterno.
Stefano Maria Chiari
Note
1)
da
http://it.wikipedia.org/wiki/Materialismo
2) Benché con
l'entrata del nuovo Codice di Diritto Canonico si debba
intendere tacitamente abrogata, non è escluso che essa trovi
comunque spazio in «foro interno» allorché l'avversione alla
Chiesa ed alla sua dottrina siano evidenti matrici portanti
dell'ideologia prescelta.
3)
Da
www.alleanzacattolica.org/indici/articoli/
Fonte:
http://www.effedieffe.com/interventizeta.php?id=2592¶metro=
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