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Gli uomini invisibili
di
Abu Yasin Merighi

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Ennesimo attacco aereo israeliano nella Striscia di
Gaza: morti e feriti, tra cui donne e bambini,
colpiti “ per sbaglio ”… Certo errare è umano,
perseverare decisamente meno, come ben sanno i media
embedded nostrani, che non a caso parlano
indistintamente di rappresaglia ( pare infatti che i
palestinesi – Hamas, Jihad Islamica, altri ? –
abbiano osato uccidere tre militari israeliani, che
verosimilmente non stavano distribuendo caramelle e
cioccolata ai bambini, come suole fare spesso un
esercito di occupazione ) e si affrettano a dire che
è ripreso con grande intensità il lancio di razzi
verso il sud di Israele.
Mirabile astrazione, degna del miglior scrittore
sudamericano: il sud di una terra che non ha confini
certi, che forse neppure un viaggiatore del calibro
di Bruce Chatwin avrebbe potuto descrivere con
efficacia. |
O
dove forse avrebbe anche potuto morire, contento di
trovare un angolo di mondo dove finzione e realtà si
avvolgono in interminabili spire, in un tango a ritmo
lentissimo, estenuante, da togliere il respiro.
Sessant’anni di menzogne e di inganni, un popolo –
quello ebraico – tenuto in ostaggio da una dirigenza
criminale e visionaria, schiacciato dal terrore e dalla
manipolazione, vittima inconsapevole di una sottile
pedagogia dell’odio, educato ad una tragica ed
ineluttabile predestinazione. Un paese che si è dotato
di tecnologie all’avanguardia, che esporta competenze
nel campo della sicurezza, dell’informatica e delle
telecomunicazioni in buona parte del mondo
industrializzato, un paese a cui i territori che detiene
comprensibilmente vanno stretti. Un paese ostile, che
compie molte azioni di natura militare.
Azioni che possono essere valutate in vari modi, certo;
dalla vuota, acritica e irrispettosa mitizzazione che ne
può fare una Debora Fait o il Pagliara di turno, fino a
rappresentazioni ideologiche di segno opposto che,
all’apparenza, non sembrano particolarmente utili per
inquadrare il problema. Comunque sia, data per acquisita
l’estrema gravità della situazione, l’analisi delle
vittime rimane uno strumento di grande utilità per
valutare l’entità di una forza nemica, le sue capacità
operative ed il relativo modus operandi, la sua
conoscenza del territorio et cetera; un po’ come
l’attività investigativa, che non può prescindere dallo
studio approfondito delle vittime di un serial killer.
Naturalmente non è questa la sede idonea a stabilire i
colpevoli di tanto scempio, né si tratta di assicurare
alla giustizia un pericoloso criminale psicopatico;
invero – questo sì possiamo tentare, umilmente, di farlo
- un modesto tentativo di inquadrare alcuni soggetti
dell’azione, per loro natura anonimi, anzi, direi di
più, resi “invisibili” da altri soggetti attivi.
Rimaniamo dunque su quella che viene definita dai media
“la rappresaglia israeliana”.
Velivoli militari lanciano i loro missili verso bersagli
quasi immobili ( nel caso di veicoli che non si muovono
certo con velocità da formula uno – targets praticamente
fermi se rapportati alla rapidità di un jet supersonico
) o contro edifici privi di qualsivoglia protezione
anti-balistica.
Dell’azione, lo spettatore televisivo ( anche quello che
segue alcuni canali arabi che garantiscono una maggiore
copertura di simili eventi ) o il navigatore della rete
vedono solo una parte delle conseguenze dirette (
solitamente feriti trasportati in ospedale su mezzi di
fortuna, muri anneriti, tracce di sangue sul terreno ),
ma c’è una cosa che non vede mai, un elemento che rimane
nascosto e impenetrabile: i piloti dei caccia o degli
elicotteri impiegati nell’attacco. Uomini invisibili,
almeno per una parte consistente del mondo.
Un
atto disumano che viene, surrettiziamente,
de-umanizzato. Una superiorità tecnologica che ammanta
di luce sinistra i contorni del disastro. Ma questi
uomini, però, esistono: non solo in carne ed ossa,
ovviamente, ma anche in qualche parte remota della
coscienza israeliana. L’opinione pubblica occidentale
per contro, anche quella dichiaratamente filo-sionista,
sembra invece del tutto indifferente al problema.
Liquidarli come soldati che compiono il loro dovere
sarebbe ingiusto, specie per la delicatezza del loro
impiego operativo. Non dimentichiamoci che pilotare un
moderno aereo da combattimento, un caccia di ultima
generazione, è qualcosa che richiede una preparazione
tecnica e fisica di primissimo piano; la selezione è
dura e i piloti che la superano è gente che ha dei
numeri. Indubbiamente.
Salire su una macchina del genere è qualcosa che
trasmette senz’altro potenti scariche di adrenalina, e
non solo la prima volta. Reazione ormonale
fisiologicamente normale, utilissima, specie se si pensa
a quello che dovrebbe essere lo scenario tipico di un
combattimento aereo: velivoli che si inseguono e
incrociano a velocità inaudite, nel tentativo di
abbattere o, quantomeno, di allontanare il nemico da un
obbiettivo sensibile alla cui difesa è preposta la
propria attività.
Un
pilota di caccia normale esegue periodiche
esercitazioni, attività di routine e pattugliamenti
aerei; siamo nella norma. Ma un top-gun israeliano è
impiegato con grande frequenza in azioni reali, dove
però il nemico è microscopico, un puntino scuro sulla
terra giallastra di quelle latitudini, un target
potenzialmente innocuo per il caccia da cui partono i
missili. Il top-gun israeliano vola in assenza di una
minima difesa antiaerea sul terreno, e anche quando
sorvola i paesi confinanti – cosa che fa con una certa
frequenza – è sicuro di tornare a casa senza graffi
sulla fusoliera. Il top-gun israeliano ha a disposizione
uno spazio aereo “amico” di enormi dimensioni, e se a
volte capita che commetta un tragico errore sa di avere
le spalle abbondantemente coperte, come ben sanno varie
Associazioni di parenti vittime di qualche strage. Al
tempo stesso, la diplomazia del suo governo,
cancellandogli ogni nemico dell’aria, lo ha
profondamente demotivato. È un pilota che produce molta
meno adrenalina dei suoi colleghi, è un pilota che si
sente a disagio. Mostra i segni di un precoce
affaticamento, è un essere umano condannato dal suo
governo ad una lenta agonia. A fine carriera potrà
pilotare gli aerei della compagnia di bandiera, ma resta
un uomo dal passato pesante e dal futuro incerto.
Immaginiamoci che abbia dei bambini; assomiglieranno
magari a qualcuna delle vittime di uno dei tanti raid
che gli sono toccati in sorte. Il tragitto di poche
centinaia di metri tra la sua casa e l’asilo può
dilatarsi di colpo in un abisso di nuvole e orizzonte
giallo-azzurro, se sopra la sua testa sfreccia veloce un
caccia di ritorno dai Territori. Non dev’essere una vita
facile, per niente. Un gesto di pochi secondi che lascia
tracce indelebili per una vita intera. Un chirurgo
convive con la morte dei suoi pazienti, dialoga con essa
perché la vede, sente il battito del cuore del suo
paziente, ne vede le forme, ne sente perfino l’odore.
Chi lavora nei reparti di terapia intensiva sviluppa
altrettanta capacità di gestione, coadiuvato in questo
da personale solitamente qualificato. Ma il pilota di un
caccia è da solo quando aziona il comando di un missile,
è da solo quando compie la prima virata di rialzo, è da
solo quando atterra rientrando alla base. Non vede il
sangue delle sue vittime, non glielo fanno vedere.
Ma
l’acqua con cui si fa la doccia, al rientro, sgorga
nella medesima terra di chi ha colpito durante la sua
missione, la frutta che mangia – buonissima a quelle
latitudini – ha sentito lo stesso sole che brucia la
pelle dei bambini che non andranno a scuola l’indomani,
la sabbia che entra nelle sue narici ha sporcato i
vestiti sudati di tanti civili ridotti allo stremo delle
forze dall’iniqua occupazione militare di cui egli è
solamente una micidiale propaggine.
È
un uomo invisibile, perché così lo vuole chi comanda da
quelle parti.
Ma
è anche un uomo a cui viene negato perfino il diritto di
una lacrima, per di più da una classe dirigente che da
oltre sessant’anni non fa altro che piangersi addosso.
Eccellente militare, per molti versi una vittima
eccellente.
Relegato, con l’ignave complicità occidentale,
all’infame ruolo di killer di bambini.
Una triste figura, che offende la memoria dei veri eroi
dell’aria, morti sotto molte bandiere, morti sotto un
unico cielo.
Pilota automatico, pilota invisibile.
17
aprile 2008
http://www.islam-online.it/aereo.htm
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