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Veterani israeliani parlano
Eyal Press, 3 Febbraio 2008

Ai critici di Israele si muove spesso la critica di non tenere nella giusta
considerazione i pericoli che il paese affronta, e di
ignorare la difficoltà del compito di quelli che rischiano
le loro vite per difenderlo.
Ma
persino i più granitici difensori di Israele probabilmente
esiterebbero prima di muovere queste accuse agli uomini e
alle donne i cui video e fotografie furono di recente
esibiti a The Rotunda, un centro artistico nell'Università
della Pennsylvania.
La mostra, che il 1 Marzo si sposterà
alla Harvard University Hillel a Cambridge, Massachussets,
cataloga la routine giornaliera della vita nella città di
Hebron, nella West Bank, vista attraverso gli occhi dei
soldati israeliani ordinati in servizio di un'occupazione
che dura ormai da 41 anni.
I soldati sono membri di
Breaking the Silence, un gruppo di combattenti veterani
israeliani che al momento del congedo hanno deciso di
testimoniare per il costo morale che l'occupazione
politicamente incendiaria ha comportato.
A giudicare dalla sequenza delle foto in mostra, il costo è
stato sia corrosivo interiormente che dannoso esteriormente.
Qualcosa di ciò che è nelle foto - le rovine, il pattume
nelle strade, i coloni che gironzolano armati in yarmulkes,
i graffiti razzisti ("Via gli Arabi") scritti in ebraico sui
negozi palestinesi - riuscirano familiari a chiunque sia
stato nella West Bank.
E qualcosa in essi potrà sembrare assolutorio.
Non ci sono muri macchiati di sangue, non ci sono cadaveri
mutilati, non si sono bambini terrorizzati dal passaggio dei
carri armati.
Ma è proprio la banalità delle immagini, la sensazione che trasmettono che quanto è
documentato sia semplice routine, che dovrebbe turbare
ognuno che sostiene di avere a cuore Israele.
In
diverse immagini, vediamo soldati che stanno in piedi
guardando Palestinesi con le braccia legate dietro alla
schiena e con bende sugli occhi.
Dall'espressione distaccata dei soldati (e dalle
testimonianze disponibili) si deduce che quelli non sono
terroristi ma "balordi" a cui viene impartita una lezione
per banali trasgressioni come la violazione del coprifuoco o
l'aver camminato in strade riservate ai soli coloni.
In un'altra foto, un soldato su un divano sorride mentre un'incontro di calcio è
trasmesso nella tv dietro di lui. Si è fatta irruzione nella
casa e i suoi abitanti palestinesi sono stati evacuati, ci
informa la didascalia, non per ragioni strategiche ma solo
perché avevano la TV e c'era una partita dei mondiali.

In altre foto, soldati che sembrano studenti universitari, sono in posa vicino ai
loro prigionieri bendati, con sorrisi a trentadue denti
sulle loro facce.
Lo
scintillio di esultanza nei loro occhi richiama alla mente i
festosi pollici in alto di Lynndie England e Charles Graner
ad Abu Ghraib, dove, come Luc Sante ha osservato, gli
Americani in servizio "si sentivano a loro agio nell'esibire
il loro trionfo e la loro gioia non perché fossero degli
psicopatici, ma perché il pensiero di una punizione non gli
aveva mai sfiorato il cervello".
Anche nella West Bank l'opportunità di esercitare un potere senza restrizioni su
un nemico senza faccia e senza diritti è stato intossicante,
per alcuni.
"Credevo di essere immune... All'improvviso, mi sono accorto che mi stavo
assuefacendo a comandare sulle persone", confessa un
soldato. "Ricordo che lo facevo con un tale sorriso",
ricorda un altro.
Non è odio ma un miscuglio tossico di apatia
e condiscendenza in un ambiente in cui un muro impenetrabile
che separa "noi" e "loro" alimenta una simile condotta,
suggeriscono le testimonianze della mostra.
"Non è un cane, non è un animale, tu non pensi a lui come a
un essere inferiore, semplicemente lui non esiste",
spiega un soldato, sotto la foto di un Palestinese bendato
trattenuto su una sedia.
In un'altra foto, vediamo un ragazzo su un tetto che si protende verso dei piccioni
senza sapere, come viene indicato da linee che attraversano
in verticale e in orizzontale l'immagine, di trovarsi nel
mirino collimatore di un cecchino che presumibilmente ha
scattato la foto (e che, non si può fare a meno di pensare,
poteva tirare il grilletto in ogni momento).
Breaking the Silence si è costituita nel 2004.
La prima mostra del gruppo, tenuta a Tel Aviv, causò molte
polemiche e attirò 7.000 spettatori. L'organizzazione non è
mai riuscita a far sentire la sua voce fuori da Israele, e
occorre ora ringraziare alcuni co-sponsor della mostra come
L''Alleanza Ebraica per la Giustizia e la Pace, Americani
per la Pace Ora, e diverse altre organizzazioni
progressiste. Probabilmente subiranno rappresaglie per aver
apprestato una piattaforma per un gruppo con una agenda
"anti-Israele".
Ma
Breaking the Silence non ha agenda, se non quella contenuta nelle parole del fondatore
del gruppo, Yehuda Shaul, "dire la verità".
Alcuni dei suoi membri sono gente di sinistra, altri non lo
sono.
Shaul è un ebreo ortodosso cresciuto in una famiglia di
destra. Quando è stato arruolato nell'esercito israeliano,
la politica era l'ultima cosa nella sua mente, mi ha detto
di recente in un caffè di fronte a The Rotunda.
"Pensavo di essere una brava persona",
ha detto.
Subito dopo che il suo battaglione fu dispiegato a Hebron,
gli venne ordinato di sparare cinque colpi in un quartiere
resindenziale e di entrare in tutte le case palestinesi in
certe strade.
Alla fine, il suo senso della chiarezza morale cominciò ad
annebbiarsi.
La differenza tra bene e male, giusto e sbagliato, "finì in
un frullatore", mi disse.
Questo, naturalmente è un sentimento che alcuni soldati americani possono condividere.
Guarda caso, un gruppo di veterani della guerra in Iraq ha
tenuto un evento alla Penn nella stessa settimana in cui la
mostra delle foto era lì.
Arnon
Degani, un altro membro di
Breaking the Silence che veniva da Israele parlò con un
soldato. "E' molto simile", disse riferendosi agli
abusi e delle ingiustizie. "Descriveva le gradassate con
i bambini. Io ricordo di averlo fatto".
Ad essere esatti, nessuno reagisce allo stesso modo quando
sente di queste cose.
Prima, avevo intrasentito
Degani in un'aspra discussione con due Israeliani che
avevano visto un manifesto per la mostra di
Breaking the Silence ed erano entrati.
Quando gli chiese cosa pensassero della mostra, risposero che si
sentivano orgogliosi perché niente mostrato lì si avvicinava
ai livelli di violenza di Abu Ghraib.
Degani era stupefatto. Quando menzionai lo scambio di vedute
con Yehuda Shaul, lui andò al suo laptop e mi mostrò alcune
foto che erano state lasciate fuori dalla mostra, compresi
diversi soldati che stavano in piedi su cadaveri di
Palestinesi.
La mostra non prevede l'esibizione di violenza, non perché
essa non ci sia, ma perché lo scopo era catturare ciò che
era meno sensazionale, ma forse più insidioso in quanto
realtà quotidiana.
Che qualcuno possa non vederla come insidiosa era "una prova
di come l'occupazione ha corrotto la società israeliana.
Se questo è quello che abbiamo fatto per 40 anni, queste
cose banali possono essere digerite -- non è poi così male".
Quando gli ho chiesto perché avevano deciso di portare la loro mostra in America, sia
Shaul che Degani dissero che
volevano che i più decisi sostenitori di Israele capissero
che, come in Iraq, gli abusi nei territori occupati non
accadono per colpa di "poche mele marce".
Per sottolineare il concetto, Degani mi condusse all'ultimo gruppo di foto della
mostra, un muro coperto di ritratti di soldati impegnati
nelle stesse azioni che gli altri pannelli documentavano.
Non c'era
una traccia di minaccia nelle loro facce, che risplendevano
di giovanile idealismo. "Sono poster dell'esercito", mi
disse Degani, con lo sguardo rivolto in basso, "ma
ripresi da un'orribile realtà".
[Per
ulteriori informazioni su Breaking the Silence, visita il
sito:
shovrimshtika.org]
Eyal
Press
scrive per la rivista The Nation magazine. L'edizione
economica del suo primo libro, Absolute Convictions: My
Father, a City, and the Conflict That Divided America, è
appena uscita per Picador.
Fonte:
Middle East Online
Segnalazione dell’Agenzia InfoPal.it |