Palestina: L’Aipac striglia Obama
Matteo
Bernabei - Rinascita (quotidiano) - 16 marzo 2010

Assomiglia molto ad un
messaggio mafioso quello che l’Aipac (The American Israele public
affairs committee), la potente lobby statunitense pro-Israele, ha
inviato alla Casa Bianca chiedendole di abbassare i toni della
polemica con Tel Aviv. Una polemica nata dopo la decisione del governo
Netanyahu di costruire altre 1600 abitazioni da destinare agli ebrei a
Gerusalemme Est.
“Le attuali relazioni fra Stati Uniti e Israele sono un serio motivo
di inquietudine per Aipac, che chiede all’amministrazione Obama di
prendere misure immediate per ridurre la tensione con lo stato
ebraico”, si legge in una nota emessa dall’organizzazione secondo la
quale “l’escalation retorica di questi ultimi giorni allontana dai
problemi urgenti, che sono la volontà dell’Iran di dotarsi di armi
nucleari e la ricerca della pace fra Israele e l’insieme dei suoi
vicini arabi”. Per capire bene l’entità del messaggio inviato dalla
lobby al presidente Usa va ricordato, a ogni buon conto, che di questa
fanno parte importanti politici sia democratici sia repubblicani
nonché esponenti di importantissime multinazionali che posso contare
su ingenti capitali e importanti contatti politici in tutto il mondo.
Sul sito dell’organizzazione, ad esempio, una sezione particolare è
dedicata al lavoro fatto dall’ex inquilino della Casa Bianca George W.
Bush e dal suo predecessore Bill Clinton per rinforzare i rapporti tra
Washington e Tel Aviv.
Da ricordare anche che l’Aipac era inizialmente nata come
organizzazione a carattere prettamente sionista e nota con il nome di
American Zionist Committee for Public Affairs. Solo in un secondo
momento, a causa delle tensioni con l’esecutivo di Eisenhower, fu
trasformata in una lobby pro-Israele. Ora bisogna attendere, però, la
risposta del presidente Obama, il quale nel fine settimana appena
trascorso insieme, con molti membri del suo governo, ha più volte
accusato il governo israeliano di aver messo volutamente in pericolo
la ripresa dei negoziati di pace con i palestinesi e di aver umiliato
il vicepresidente Joe Biden che proprio in quei giorni si trovava in
visita nella regione. Per l’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti,
Michael Oren, quella in corso è la peggiore crisi fra i due Paesi dal
1975. Da quando cioè Henry Kissinger, segretario di Stato di Henry
Ford, aveva minacciato di sospendere gli aiuti finanziari a Tel Aviv
nel tentativo di favorire il disimpegno militare israeliano dal Sinai.
Sulla questione è poi tornato ieri il primo ministro Benjamin
Netanyahu, il quale tuttavia, dopo aver rinnovato le proprie scuse a
tutto il governo nordamericano, ha dichiarato che non revocherà
l’ordinanza per la costruzione delle nuove abitazioni nella parte
araba della Città Santa. “Le costruzioni a Gerusalemme, come in ogni
altro luogo continueranno, secondo quella che è stata la consuetudine
negli ultimi 42 anni”, ha detto il premier israeliano aggiungendo
anche che la data di scadenza della ridicola quanto inutile moratoria
sull’ampliamento delle colonie in Cisgiordania non subirà alcuna
proroga.
Leggendo tra le righe di tutte le dichiarazioni fin qui rilasciate da
esponenti dell’entità sionista o da personalità e associazioni ad essa
vicine, emerge una volontà comune di costringere la Casa Bianca a
limitare i propri interventi pubblici sull’operato di Tel Aviv. In
sostanza poco importa al governo israeliano se alle parole non seguono
poi i fatti, nessuno si deve comunque permettere di mettere bocca
nella politica territoriale portata avanti dal governo di Netanyahu:
una poco velata nostalgia dell’ex presidente George W. Bush tanto caro
all’Aipac.
La tensione tra Tel Aviv, Ramallah e Washington resta dunque alta e la
situazione sul territorio non è certo migliore. Numerose le
manifestazioni di protesta che sono state indette nei giorni scorsi a
Gerusalemme e nei territori dopo la provocazione israeliana. Una
tensione incrementata anche dalla decisione del ministro della Difesa,
Ehud Barak, di prolungare fino alla mezzanotte di oggi la chiusura di
tutti valichi con la Cisgiordania. Almeno 10 gli studenti feriti e
quattro quelli arrestati dalla polizia israeliana durante le proteste
per l’inaugurazione di una nuova sinagoga nel quartiere vecchio di
Gerusalemme, lo stesso dal quale molti arabi sono stati cacciati per
fare spazio alle nuove case dei cittadini ebrei.
Matteo Bernabei - Rinascita
(quotidiano) - 16 marzo 2010