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L’arma spuntata dell’«Olocausto palestinese»: rafforzamento del dogma olocaustico e vicolo cieco dell’antifascismo di
Enrico Galoppini e
Antonio Grego, 20 ottobre 2009,
cpeurasia.org
Premessa:
prima di leggere quest’articolo è a nostro avviso indispensabile, per
inquadrarlo adeguatamente, leggere la
Messa a punto sul Sionismo e la Palestina (http://www.cpeurasia.org/?read=16587&)
Si direbbe “incredibile”, ma anche la recente tragedia di Gaza, attraverso la manipolazione mediatica (compresa quella della “controinformazione”), ha contribuito ad alimentare sia il dogma olocaustico che l’antifascismo. Quest’articolo si propone di analizzare come e perché ciò è accaduto.
Alcune analisi di celebri firme della “controinformazione” scritte durante i recenti terribili bombardamenti sionisti sui palestinesi proponevano, per esecrarne senza possibilità d’appello gli autori, un parallelismo tra il Sionismo e il Nazismo, il “Male assoluto”, tra Gaza e gli Ebrei del ghetto di Varsavia, le “vittime” per eccellenza. Il tutto compendiato da un’espressione ricorrente negli scritti di molti altri opinionisti filo-palestinesi e critici, in vario modo, dello Stato israeliano: “L’Olocausto di Gaza”.
Non vorremmo passare per degli incontentabili bastian contrario, ma a nostro avviso, e sulla base delle riflessioni già svolte su Sionismo e Palestina dal Coordinamento Progetto Eurasia (v. premessa), tali accostamenti sono assolutamente arbitrari e “politicamente corretti”, poiché partendo da premesse completamente errate (sia dal punto di vista storico che ideologico) conducono ad un unico grottesco risultato: il rafforzamento del dogma olocaustico e, perciò, dell’antifascismo, che, come sappiamo, sono le armi ideologiche con cui i “liberatori” angloamericani e le lobby sioniste tengono sotto ricatto l'Europa [1]. Tutto questo, senza un reale beneficio per i palestinesi (neppure nella cosiddetta “guerra dell’informazione”), che continuano a morire sotto le bombe sioniste, e anzi con un indiretto danno per loro in quanto il rafforzamento della religione olocaustica e dell’antifascismo in Europa comportano maggior indifferenza e perciò appoggio, dichiarato o implicito, per i crimini sionisti. Proseguire su questa strada, se si è in buona fede, non solo non apporta vantaggi alla “causa” della Palestina, ma anzi è esiziale per la stessa sopravvivenza di un’opposizione mondiale al Sionismo e all’Angloamerica, che con il loro modello di “civiltà” ed il tipo umano da essi postulato ed incoraggiato, sono il vero nemico del genere umano.
La nostra convinzione, che proveremo a dimostrare, è infatti che dogma olocaustico (la “religione dell’Olocausto”) ed antifascismo sono oggi due fenomeni strettamente correlati, che hanno una fonte comune e che perseguono di pari passo il medesimo obiettivo: l’asservimento all’Angloamerica e al Sionismo. Ma prima che le vestali delle due suddette ‘religioni’ insorgano, o i morsi dal dubbio si ritraggano di fronte ad una “esagerazione”, specifichiamo che sappiamo benissimo trattarsi di due fenomeni storici ben distinti: l'antifascismo originale nasce negli anni successivi alla Grande Guerra, in Italia, come opposizione all'ascesa del movimento fascista, ed aveva perciò una natura contingente legata agli eventi politici dell'epoca, quindi una sua “legittimità”. La propaganda dell'Olocausto incomincia dal 1945, ma solo a partire dagli anni Settanta del XX secolo conosce un deciso sviluppo (ma si consideri che ancora sul finire degli anni Settanta una rivista divulgativa di storia a larga tiratura concedeva uno spazio a Robert Faurisson)[2], per poi “esplodere” con il crollo dell'Unione Sovietica, trasformandosi in ‘dogma di fede’ in quella parte del mondo assoggettata agli Stati Uniti [3]. Si tratta dunque originariamente di due fenomeni storici distinti e non collegati da rapporto causa-effetto, senonché oggi, alla luce degli esiti della Seconda guerra mondiale che ha sancito l’antifascismo quale ideologia che unisce la destra, il centro e la sinistra dei Paesi “liberati”, e soprattutto, con la creazione della base politico-territoriale del Sionismo, le carte in tavola sono completamente cambiate, così i due fenomeni dacché correvano su binari paralleli sono divenuti vistosamente interdipendenti, anche psicologicamente. Per comprendere meglio come ciò avvenga ricorriamo ad un piccolo esempio tratto dalla manipolazione televisiva. Qualche tempo fa, per l'ennesima volta, Fabio Fazio ha ospitato un intellettuale ebreo nella sua trasmissione "Chetempochefa". La discussione verteva, come al solito, sul Nazismo, l'Olocausto e, ovviamente, la giustificazione dell'aggressione sionista a Gaza. In pratica la solita unilaterale, pedissequa propaganda filo-israeliana e filo-sionista, che l'idolo del “popolo della sinistra” Fazio conduce ormai da anni su una rete nazionale italiana. A dargli man forte il comico Antonio Albanese che invocava il ritorno dell'antifascismo militante nelle strade, con Fazio raggiante. Ovviamente nessun “organismo di vigilanza” della Rai ha trovato da ridire, questa volta, sulla faziosità di… Fazio, come invece ha avuto modo d’intervenire contro “Anno Zero”, trasmissione condotta da Michele Santoro ‘rea’ di avere parzialmente (e sottolineiamo “parzialmente”) ristabilito la verità in merito alle stragi di Palestinesi.
Se non si registrasse addirittura nel campo “filo-palestinese” una pervicace (perché ideologica) riluttanza a tener collegate tutte queste cose, sarebbe scontato ripetere quanto fin dall'inizio la “questione olocaustica” sia legata a doppio filo alla “questione sionista” (che è errato considerare, riduttivamente, “palestinese”), e di come l'una - la demonologia olocaustica che uccide in ogni nuova generazione qualsiasi possibilità di risveglio europeo [4] - dia la fondamentale copertura mondiale all'altra - Israele, le sue azioni, la sua egemonia - tramite l'indispensabile rete propagandistico-politica della cosiddetta “diaspora” (alla Fiera del Libro di Torino, che quest’anno aveva come “ospite d’onore” l’Egitto, propagandisti sionisti regalavano all’entrata copie delle loro pubblicazioni!). Così come, all'inverso, sarebbe parimenti scontato osservare quanto Israele contribuisca in maniera fondamentale a potenziare enormemente la rete della cosiddetta “diaspora” (e quindi lo spazio e la risonanza dell'incantesimo olocaustico) facendole da retroterra, con l'estesa penetrazione del Mossad all'estero (si pensi alla collaborazione sul tema del “terrorismo”), l'opera di coordinazione delle attività lobbistiche svolta dalle centrali israeliane, il rafforzamento della “identità ebraica” e quindi il freno contro la sua dissoluzione rappresentato dalla sussistenza di Israele stesso come realtà “identitaria” ebraica ecc. ecc.
L'aiuto che durante gli oltre venti giorni di aggressione a Gaza i media occidentali filo-sionisti hanno dato all’Entità Sionista (quanti scrupoli certi “filo-palestinesi” si fanno nell’utilizzare questa denominazione!) [5] si è diviso in due fasi: la prima è consistita nel minimizzare e nel coprire i crimini dell’esercito israeliano ordinati dal suo governo spalleggiato dall’Angloamerica e dall’UE; la seconda fase, che guarda caso ha fatto coincidere la fine del conflitto con i festeggiamenti mondiali per la “Giornata della memoria”, è consistita nell'inondare il pubblico di propaganda olocaustica, in modo da riattivare il “complesso di colpa” occidentale nei confronti dell'ebreo, e giocarlo a favore del Sionismo. Nei giorni che precedono e seguono il 27 gennaio non c'è tv nazionale che si astenga dal fare massiccia e capillare propaganda trasmettendo tutti i film e i documentari girati sul tema, così come sui principali quotidiani l'Olocausto campeggia in prima pagina, per continuare all'interno in tutte le “pagine culturali”. Per dimostrare come la “Religione dell’Olocausto” abbia superato di gran lunga il Cristianesimo come numero di fedeli e si sia addirittura sostituita ad esso, basta considerare che delle feste cristiane quali il Natale e la Pasqua nei media si parli - tra l’altro con particolare enfasi sugli aspetti socio-consumistici - solo in prossimità e in coincidenza del giorno festivo stesso [6]. Mentre dell'Olocausto si parla non solo nei giorni che precedono e seguono il 27 gennaio, bensì tutto l'anno, tra l'altro con una propaganda crescente, come se ogni anno tale ‘festa’ diventasse sempre più importante per il mondo intero! Non dubitiamo che alle maestre e agli insegnanti d’ogni ordine e grado venga ordinato - o vivamente “consigliato” (pena l'esclusione dal consesso civile, la “scomunica sociale”) - di mostrare a tutti gli alunni - dagli scolaretti agli studenti maggiorenni – polentoni indigeribili di impressionante granguignolismo olocaustico (alla faccia degli scrupoli di una Lucia Annunziata, che sui massacri di Gaza voleva che si mostrassero solo reportage “distaccati” e “senza esibizione di morti”). Lo scopo di questo indottrinamento è evidente: in quegli scolaretti, una volta diventati adulti, deve scattare la ‘censura del subconscio’ che impedirà loro di criticare in qualsivoglia maniera l'operato dei sionisti allo scoppio delle guerre sioniste prossime venture, come quella “prevista” contro l'Iran [7]. Chiediamoci perché, nonostante la gravissima crisi economica incombente sul mondo, la propaganda olocaustica non cessa di martellare le menti e le coscienze, ma anzi si continuano a costruire in ogni città - a spese degli erari pubblici! - “musei della memoria” come se non ci fossero cose ben più importanti a cui pensare. È presto detto il perché: il mito olocaustico deve essere instillato a tutti in maniera capillare e massiccia allo scopo di operare come un ‘vaccino’ che preservi innanzitutto chi è al potere – ricattandolo - da pericolosi ‘revival’ e/o impedire al malcontento popolare in ascesa d’incanalarsi in quei binari che risulterebbero mortali per un sistema imposto dai “liberatori” sessant’anni fa.
L'Olocaustianesimo (perché è ormai come una religione fanatica ed intollerante che ci viene proposto, anzi imposto) [8] sembra essere ormai la chiave di lettura e il termine di paragone con cui viene trattato ogni argomento. Basta vedere come è stato presentato il caso della “revoca della scomunica” ai lefebvriani: i giornali e telegiornali (cioè gli uomini ligi al Sionismo che li dirigono) l'hanno trattato non per l'eventuale portata teologica o dottrinale del reingresso nella Chiesa della frangia anti-conciliare, ma unicamente come lo “scandalo del vescovo che ha negato le camere a gas”. Niente da dire ovviamente, da parte dei laicisti che si lamentano quotidianamente delle “ingerenze religiose” [9], sui rabbini-capo che si permettono d’intimare al Papa un “atto di sottomissione olocaustico” al vescovo in questione, o meglio, a tutta la congregazione implicata. Con la Chiesa che prontamente ubbidisce e impone al vescovo “eretico” di ritrattare e abiurare le proprie idee come un nuovo Galileo Galilei! Questa patetica vicenda non mostra forse come se si vuol far parte della “società civile occidentale” si deve fare autodafé di tutto quanto ostacola il Sionismo?
Passiamo ora all’antifascismo, l’altro termine strettamente correlato al dogma olocaustico. Qua bisogna distinguere tra quello “vecchio”, di tipo ideologico e politico portato avanti da persone legate ad una ben precisa ideologia (per la maggior parte quella comunista), e il nuovo antifascismo, quello che vediamo scatenarsi ai giorni nostri, di carattere apolitico ed emozionale. Si tratta di un tipo di antifascismo del tutto irrazionale e non collegato - come quello vecchio che abbiamo definito comunque “legittimo” ancorché fuori dal tempo ormai – ad una qualunque ideologia: in genere se ne fanno portatori giovani assolutamente apolitici e apartitici, così come persone più anziane ma che al massimo si definiscono “liberali” o genericamente “di sinistra” (meno “di destra”, poiché in quella posizione è insito l’equivoco per cui il Fascismo sarebbe un “regime d’ordine” e nient’altro, “di destra”, appunto) [10]. Certo, c'è anche il “vecchio partigiano” così come il giovane sedicente “comunista” del centro sociale, ma queste ultime sono categorie in via di estinzione e già oggi ultraminoritarie. La gran parte dell'antifascismo lo si vede inoltre in televisione e nei cinema, portato dalla cinematografia hollywoodiana, dalla radio o su Mtv, attraverso la propaganda della musica pop anglo-americana, nella pubblicità, in internet, nella “cultura moderna” ed in tutto il brodo mediatico in cui siamo immersi, che incita alla “trasgressione” e diffonde una retorica anarcoide, libertaria, antiautoritaria ed egualitaria. Insomma è la globalizzazione stessa, mano a mano che avanza e ingloba le culture, a richiedere la diffusione dell'antifascismo, che, ripetiamo, ha poco o niente a che vedere con quello dei tempi del Fascismo storico (1922-1945) né con quello violento (ed eterodiretto dai registi della “Strategia della tensione”) degli anni Settanta, ma ha molto a che vedere con la cultura moderna e americanizzata cosiddetta “globale” e “post-ideologica”.
E se ieri la maggior parte degli "antifascisti" aveva un “nonno partigiano” (ma questa categoria è in diminuzione per cause anagrafiche), oggi la ‘conversione’ passa per la televisione e l'ennesimo film o documentario sui “poveri bambini ebrei” col pigiama a righe [11], che inducono ad associare quel particolare tipo di “crimine” con il “nazifascismo” (strano neologismo che non ha nessuna legittimità storica). Ecco perché alle persone “di sinistra” (più è estrema e più il discorso è valido), in quei pochi casi in cui riescono a vedere le immagini delle devastazioni di Gaza e dei bambini palestinesi ridotti a brandelli (immagini molto più forti di quelle degli ebrei con la stella gialla; primo perché sono vere e non frutto di fotomontaggi o manipolazioni, secondo perché si riferiscono ad eventi odierni!) non si accende minimamente la scintilla che dovrebbe condurle a fare le nostre medesime riflessioni, ma, al contrario, si attiva nel migliore dei casi la spia del pensiero che associa i palestinesi agli ebrei deportati nei lager. Tutto questo per una questione di ‘imprinting psicologico’, perché la prima cosa assolutamente negativa su cui sono stati istruiti sin da bambini è “l'Olocausto degli ebrei”, e quello è, nelle loro menti, il paradigma del “Male assoluto” a cui tutto deve essere ridotto, confrontato e proporzionato.
Questa equazione pavloviana Palestinesi=Ebrei viene operata da tutti quelli che in qualche modo affermano di opporsi al Mondialismo e al Sionismo, non necessariamente da posizioni “di estrema sinistra”. Si pensi a chi, da posizioni di “Cattolicesimo integrale”, da quando è iniziato l'assalto a Gaza (inizialmente condotto con un embargo) si è ‘convertito’ ad una sorta di “antinazismo militante”, ostentato in maniera ancor più ossessiva di quello dell'estrema sinistra, tranne riconsiderare meno negativamente il regime hitleriano quando esso era intento a “spazzare via” il Comunismo. Per di più, chiamare “Quarto Reich” lo “Stato di Israele” ha il difetto di generare un reazione di rifiuto in coloro che fanno proprio un antifascismo classico “di sinistra” del tipo summenzionato, i quali, anzi, saranno i primi ad affibbiare a chi azzarda oltre certi limiti il paragone tra il Sionismo e il Nazismo l’etichetta di “antisemita”! [12]
Questo paragone stantio viene poi adottato da tutti coloro che, proposti all’ammirazione del campo filo-palestinese da un apparato mediatico “alternativo” completamente in mano alla “estrema sinistra”, finiscono per incarnare l’esempio vivente di una “corretta” posizione antisionista (“pacifismo”, “diritti umani”, “cosmopolitismo”, “laicismo” e dunque difficoltà a capire le ragioni dell’ascesa di Hamas, e, ovviamente, antifascismo fanatico), di fronte alla quale ogni altro antisionismo sarà squadrato dall’alto in basso come “antisemitismo”… Ciò, sia detto per inciso, a riprova che la Palestina è solo una scusa presa come ostaggio delle proprie predilezioni: una “causa” che non “unisce” affatto, perché un conto è partire da un’analisi geopolitica di che cosa è il Sionismo e di quali interessi serve, un altro è andare a Gaza a vivere l’ennesima pagina della lotta contro il “Fascismo eterno”.
Insomma, questa tragedia di Gaza che nelle menti delle persone avrebbe dovuto risvegliare una presa di coscienza, una prospettiva diversa ed un giudizio meno condizionato verso gli Ebrei ed il Sionismo, ha invece contribuito a rafforzare l'antifascismo e il dogma olocaustico!
Il sistema dell’informazione globalista è in grado di sfruttare qualsiasi fatto per rafforzare il mito del Nazismo (e del Fascismo) come “Male assoluto” ed il dogma della “unicità dell'Olocausto ebraico” quale religione che tende a sostituire il Cristianesimo nel cosiddetto Occidente, anche grazie al fatto che di quest’ultimo la “Religione dell’Olocausto” costituisce una vera parodia. La tragedia dei palestinesi - con dimostrazioni nelle quali sfilavano cartelli con “Gaza 2009=Varsavia 1943” - è stata utilizzata a questo scopo, e più questo dogma diviene forte e radicato nelle menti delle persone più la possibilità di sconfiggere il Sionismo diviene una pura illusione. Perché, invece, tutti questi zelanti “filo-palestinesi” della protesta ritualizzata non paragonano ciò che accade a Gaza alle ‘imprese’ degli Stati Uniti, non meno feroci, quantitativamente superiori e pure più recenti? Avranno visto o no altri film oltre a quelli sull’“Olocausto degli ebrei”? Si pensi a "La canzone di Carla", di Ken Loach, ambientato in un Nicaragua dissanguato dagli yankee, o a “L’Amerikano”, di Costa-Gavras, che descrive perfettamente come una nazione può essere vampirizzata dalla prepotenza degli stessi protettori e sponsor del Sionismo. Ci si faccia furbi: si prenda atto che il problema non è una cosa che è stata sconfitta militarmente nel 1945 ma il cui ‘ricordo’ viene tenuto quotidianamente in vita proprio dai vincitori che si afferma di contrastare… La verità è che i “filo-palestinesi” in servizio permanente (quelli con la “patente”) dovrebbero prendere atto che si sono infilati in un labirinto di contraddizioni perché non hanno voluto fare i conti fino in fondo con quel che implica dirsi “democratici e antifascisti” (col corollario della caccia all’“antisemita” di turno) e sostenere una lotta di liberazione nazionale come quella dei palestinesi condotta in nome dell’arabismo e dell’Islam (e non della “democrazia” o del “proletariato”!).
Certi individui sono poi talmente ostinati nel non voler mai cambiare idea anche di fronte a palesi smentite offerte dalla realtà che riesce davvero difficile spiegarsi sempre tutto con la buonafede (ma è sconfortante prendere atto che nella maggior parte dei casi non c’è malafede). Si prenda il caso della nuova trovata dell’America, il cosiddetto “faro della democrazia”. Adesso, col presidente più mediatico della Storia, Obama, voilà, il trucco è rifatto! E gli allocchi, molti dei quali “di sinistra”, pronti a credervi… Gli Stati Uniti si sono già rifatti la ‘verginità’ e tutto il male è finito su Bush! Il “processo di pace può ripartire”, “la pace è vicina”, “lo Stato palestinese si farà”, “la grande occasione” ed altre amenità…
Tra le altre cose, a chi non ha le fette di prosciutto sugli occhi si palesa sempre più il senso dell'ammonimento marxista per cui “l'antisemitismo è il socialismo degli sciocchi”. Ma andiamo a vedere che cosa nasconde questo ragionamento, nel cui nucleo risiede l’infamante accusa di “antisemitismo”, a geometria variabile e – quel che è davvero grottesco – utilizzata con particolare virulenza da parte di coloro che talvolta se la vedono attribuire! Si pensi ai promotori dei “boicottaggi dei prodotti israeliani” o “delle università israeliane”. Queste iniziative hanno un limitato ‘diritto di cittadinanza’, nel senso che il sistema le tollera, ma ricevono l’accusa di “antisemitismo” da parte della maggioranza del circo mediatico-culturale prono verso l’America e il Sionismo (sennò non sarebbe lì), la quale a sua volta provoca in chi ne è colpito una reazione tra lo scandalizzato e l’incredulo. Quando si verificano situazioni di questo tipo (e non sono poche), la vittoria ideale del Sionismo è per così dire completa, poiché tutti fanno mostra d’aver interiorizzato il paradigma dominante che mette al centro della scena “l’ebreo” e per il quale l’accusa di “antisemitismo” mantiene quella carica sociale negativa auspicata da coloro che l’hanno congegnata già nell’Ottocento all’epoca del cosiddetto “Affare Dreyfus”, quando la scelta di campo di certa “sinistra” dimostrò il legame tra “giudeofilia”, laicismo e lotta ad un’idea di nazione nella quale il Socialismo potesse assumere lineamenti nient’affatto materialistici né cosmopoliti.
Per questo motivo è opportuno esporre la logica conseguenza di tutto ciò. L’autentico socialismo non può non escludere dalla compagine nazionale chi intenzionalmente agisce come una “nazione nella Nazione”, “uno Stato nello Stato”, chi svolge sistematicamente un’azione volta a diffondere nei più svariati campi (cultura, arte, spettacolo ecc.) una mentalità materialista, dissacrante, debilitante ed incapacitante mirata alla creazione di individui che in fondo non credono più a nulla, esattamente come coloro che la diffondono.
Ecco perché, contrariamente a quanto pensano addirittura molti di coloro che del Fascismo hanno un'idea sostanzialmente positiva, le c.d. "Leggi razziali" del Fascismo non furono un "errore", bensì la tardiva ma logica presa d'atto che nessun "socialismo" autenticamente "nazionale" né alcuna sostanziale indipendenza sono realizzabili se non si discriminano quelli che, se lasciati fare, lavorano come uno "Stato nello Stato", esattamente come fa una qualsiasi setta (ad es. la Massoneria) a scapito della maggioranza della popolazione ignara dell’inganno perpetrato alle sue spalle. La parola d’ordine dei provvedimenti per la "difesa della razza" del Fascismo, non a caso, fu "discriminare, non perseguitare", ed infatti - come ormai ampiamente documentato da fior di studiosi (le cui ricerche sono state riunite in un opportuno studio di Filippo Giannini) - agli italiani di religione ebraica non fu torto un capello fintanto che al potere rimase il Duce.
A questo punto bisogna chiarire un punto fondamentale sul quale ci siamo soffermati solo di passata. Sgombriamo il campo da ogni possibile fraintendimento a cui potrebbe portare la lettura di quanto precede. Ciò che va evitato assolutamente se si vuole avere qualche chance di combattere efficacemente il sistema mondialista è mettere l'ebreo “al centro della scena”, sia che si tratti di “filo-giudaismo”, sia che si tratti di “anti-giudaismo”. Entrambe le posizioni sovrastimano “l'ebreo”, ponendolo al centro del mondo e della Storia, la prima in senso positivo, la seconda in senso negativo. “L'antisemitismo” è davvero l'ultima cosa oggi in grado di contrastare gli esiti del Mondialismo, ed assumere perciò posizioni “antigiudaiche” non fa altro che rafforzare il sistema occidentale oltre che farsi isolare dalla maggioranza della gente (sottoposta alla ‘cura’ dell’antifascismo e dell’Olocaustianesimo).
Il filo-giudaismo, d'altro canto, è ugualmente esiziale, se non addirittura di più. Cosa accomuna un Giancarlo Elia Valori, ex democristiano e neocon sionistissimo, a un Franco Berardi “Bifo”, o a un Gianni Vattimo e a quegli intellettuali “di sinistra” che si definiscono “anti-israeliani” e/o “antisionisti” e che si presentano come la punta avanzata della “critica” al Sionismo oltre la quale si sconfinerebbe nell’indicibile, ovverosia nel “fascismo” e nell’“antisemitismo”? Tutti costoro, giudeolatri e giudeofobi, sono concordi su un punto: porre l'Ebraismo e “gli Ebrei” al centro della Storia del mondo, con la loro fascinazione per questi riferimenti che arriva ad un punto tale da definirsi “ebrei” essi stessi alla prima messa in dubbio ufficiale della loro “fedeltà”! [13]
Quindi, la “sinistra” in generale, e la “estrema sinistra” in particolare, in specie europee, sono affette da una forma di filo-giudaismo profondo che configura un atteggiamento caratterizzato da “simpatia per gli ebrei” (salvo poi rimanere “delusi” quando non si comportano secondo l’idea che ci si è costruiti, il che non comporta mai una presa d’atto del problema, pena la messa in discussione di tutto il “paradigma di sinistra”) che si articola in questo modo: l'individualismo senza radici - caratteristico tra l'altro anche dell'Illuminismo - e l’elogio delle “diversità” (la “diversità” per antonomasia sarebbe quella “ebraica”) nel mentre si predica l’“egualitarismo”, col corollario della preferenza per le “società aperte” e “dinamiche” composte di “cittadini del mondo”, contrapposte a quelle “chiuse” e “statiche”. Ma le stesse cose possono essere viste come “esclusivismo” (la premessa del deprecato “razzismo”), doppia morale (“multiculturalismo”, sì, ma solo per gli altri), odio per le radici etniche e spirituali dei popoli in nome di vaghi concetti “democratici” e “globalizzanti” [14].
Sappiamo che le nostre sono affermazioni “forti” che possono facilmente essere scambiate per propaganda “anticomunista” o “antisemita” (più correttamente “antigiudaica”), ma nascono dalla pura e semplice osservazione della realtà e dalle stesse parole dei personaggi nominati: basta andarsi a leggere i loro saggi e le loro interviste. “L'ebreo” è l'idolo (in senso ‘tecnico’) dell'estrema sinistra come della destra neocon proprio perché rappresenta al meglio il tipo umano apolide, individualista e critico, se non addirittura derisore, di ogni forma di tradizione o religione. Il prototipo del cosiddetto “uomo moderno occidentale”.
Questi “intellettuali di sinistra”, come anche quelli di destra, così come tutti politici affermano coerentemente di “essere ebrei”. “Ebrei” nello spirito. Perché, in quanto “occidentali”, sono nemici di ogni identità etnica, di ogni appartenenza radicata in qualcosa che trascende l'individuo e insieme lo sostiene alla base come è invece il caso dei palestinesi che restano, senza alcuna ‘logica’, secondo gli “occidentali”, aggrappati con tutte le forze alla loro terra. Restano avvinghiati a quei quattro sassi come le radici degli antichissimi olivi che i loro antenati avevano piantato e che i soldati sionisti cercano in ogni modo di sradicare per cancellare ogni traccia di vita e di opera umana prima della loro invasione e colonizzazione. Ecco il motivo dello “scontro di civiltà” e dell'incomprensione di Hamas da parte della sinistra che pure si dice “anti-israeliana”, al punto che Luisa Morgantini, vicepresidente del Parlamento Europeo di Rifondazione Comunista, ha avuto il coraggio, in televisione, di additare Hamas come “nemico della pace” in Palestina [15]. La “libertà” di cui parlano in continuazione questi personaggi non è altro che l'individualismo e il materialismo portati alle estreme conseguenze. Una forza dissolvente che uccide i popoli e, in definitiva, asservisce anche le persone. Tutti questi “brillanti” e “dissacranti” guitti dello spettacolo (tutto, anche la “cultura”, dalla Fiera del Libro alla Biennale della Democrazia, è ormai spettacolo) prodotti dall’affinità elettiva tra sinistra e giudaismo non hanno mai potuto creare popoli o anche semplici comunità unendo individui innamorati del proprio narcisismo individualista. In questo sta il fallimento più tragico dell’ideologia “di sinistra”.
La conclusione di questa nostra nuova “messa a punto” è perciò che antifascismo e dogma olocaustico sono due strumenti propagandistici del sistema occidentale dominato dall’Angloamerica che si rafforzano a vicenda e che vede nei due soggetti simbiotici della “sinistra” e del Sionismo due perfetti valletti di corte. Di fronte ad una crisi della politica che di giorno in giorno sta mostrando a strati sempre più ampi della popolazione l’assoluta inadeguatezza della “liberaldemocrazia” a dare risposte che non si risolvano nel rafforzamento degli interessi di centri di potere straniero e delle caste “nazionali” preposte a tutelarli, il giochetto messo in piedi dai “liberatori” sessant’anni fa mostra finalmente la corda. L’antifascismo quindi riesce ancora ad essere d'attualità solo perché supportato dal secondo dei due elementi propagandistici correlati: il tiro del martellamento mediatico si concentra infatti sempre più sulle “Leggi razziali fasciste”, oscurando tutto il resto, perché quella è “l’ultima posizione” della ridotta antifascista, con sede nel “triangolo del male” Stati Uniti-Inghilterra-Israele, guarda caso i tre “esportatori di democrazia” nel mondo contro il “Fascismo eterno” che, a seconda dei casi, prende il volto di Milosevic, di Saddam Hussein, di Hamas, di al-Bashir, di Haider, di Chavez, di Ahmadinejad, di Putin, della Cina ecc. [16] La cultura dell’“intrattenimento” e del “divertimento” di produzione statunitense, intrinsecamente (e, non di rado, esplicitamente) antifascista, è la stessa che diffonde – assieme alla scuola - la devozione tra i giovani per la religione olocaustica. L'“Unica religione rimasta”, intoccabile perché protetta dalla moderna inquisizione sionista, è resa possibile proprio dall'esistenza dell'antifascismo che a sua volta di essa si nutre per continuare a vivere e non permettere a chi vi è sottoposto di ‘risvegliarsi’. Mentre l’Angloamerica e il Sionismo fanno i loro comodi nel mondo, l'Olocausto, sul piano ‘religioso’, e l'antifascismo, su quello politico, hanno la funzione di mantenere l’Italia e l'Europa prigioniere e immobili nelle paludi dell’“Occidente”, nonostante queste, per posizione geografica, cultura e interessi economici abbiano un destino geopolitico completamente opposto.
20 ottobre 2009
cpeurasia
Note: [1] Sul senso dell’antifascismo, oggi, vi sono vari articoli da leggere sullo stesso sito del Coordinamento Progetto Eurasia www.cpeurasia.org. Si legga, in particolare: Il video dello scandalo, ovvero il “paradosso antifascista” (23 marzo 2008). [2] Si tratta di quattro fascicoli del mensile “Storia Illustrata”, edito da Arnoldo Mondadori (!), che nel 1979 pubblicò un lungo intervento di Faurisson, al quale replicarono Pappalettera e Collotti, concedendo a Faurisson anche un diritto di replica. [3] La “religione dell’Olocausto” viene imposta e si diffonde solo nei Paesi controllati dall’Angloamerica. Prova ne è una verifica ‘al contrario’: non esiste alcun Paese non sottoposto al dominio anglo-americano nel quale l’Olocausto sia assurto a quelle dimensioni pseudo-religiose che conosciamo. Questo punto è importante per capire il tipo di rapporto che s’instaura tra le locali “comunità ebraiche” e i dominatori anglo-americani. Sebbene ovunque nel mondo siano presenti “comunità ebraiche”, solo nei Paesi dominati dall’Angloamerica esse dispongono di quella libertà di manovra e di quella sovraesposizione mediatica che le porta ad essere individuate (da buona parte dei già pochi oppositori e, eventualmente, dalla massa, in “tempi di crisi”) come la sede del potere reale. Dal sito “Palluxo.com”, in data 15 maggio 2009, ricaviamo l’ultima conferma: Serb MPs Vote Against Holocaust Remembrance Day ( http://www.palluxo.com/index.php?option=com_content&view=article&id=291:bosnian-serb-mps-vote-against-holocaust-remembrance-day&catid=42:top-headlines&Itemid=159 ). L’articolo è estremamente interessante perché spiega che un deputato bosniaco musulmano aveva proposto un progetto di legge che introduceva sia il “Giorno della Memoria” per gli ebrei (27 gennaio) che una giornata commemorativa del “Genocidio di Srebrenica” (11 luglio). Esattamente com’è successo in Italia, con l’istituzione della “Giornata del Ricordo” (10 febbraio) per commemorare le vittime delle Foibe: chi è disposto a celebrare il ricordo del “più orrendo crimine mai commesso”, introducendo perciò nel calendario delle feste civiche quella funzionale alla “Religione dell’Olocausto”, è come se potesse istituire, ispirandosi al paradigma dominante della “memoria” (per il quale ci si atteggia a “popolo eletto e perseguitato”, ma di ‘serie B’), anche una data per la commemorazione dei (o meglio di una specifica parte dei) propri morti ammazzati da chi, in questa logica, assurge a (piccolo) “Male assoluto” (nel caso dei bosniaci musulmani sarebbero i serbi, nel caso italiano i “titini comunisti”). [4] Chiunque nei Paesi dominati dall’Angloamerica si azzardi a ‘rialzare la testa’ politicamente viene immediatamente messo in guardia sul fatto che le sue idee “condurranno dritti ad Auschwitz” perché “fasciste”. [5] Cfr. E. Galoppini, “Stato d’Israele” o “Entità Sionista”?, “Eurasia”, 3/2006, pp. 185-195. [6] Ma “La Repubblica”, alla vigilia di Pasqua, dava ampio spazio alla Pasqua ebraica e all’ebreo Lerner, che definiva la Pasqua cristiana troppo caratterizzata dalla “morte”, quando tutti (?) sanno che essa è una festa della vita, o meglio della “ri-nascita”! [7] A forza di “prevederla” – per la “sicurezza di Israele”! - ci si abitua all’idea, così se e quando accadrà ciò sarà “normale”… [8] Sulla persecuzione degli “eretici” esistono numerosi siti internet, tra cui http://andreacarancini.blogspot.com. [9] Gli stessi che mentre sono insorti contro la lezione di Benedetto XVI alla “Sapienza” di Roma reclamano le bacchettate della Chiesa contro il “libertino” Berlusconi! [10] Ad ogni modo, per essere chiari, a nostro avviso “destra” e “sinistra” rappresentano due facce, complementari e perciò necessarie, dello stesso sistema funzionale ad una visione del mondo la cui diffusione, nel cosiddetto “Occidente”, deve molto all’azione disgregatrice e dissolvente delle forze impostesi progressivamente a partire dalla Rivoluzione Francese e che con l’esito della Seconda guerra mondiale non hanno più trovato alcun ostacolo. [11] Il bambino col pigiama a righe è proprio l’ultimo film della ‘serie’, che annovera pellicole quali Shoà, Perlasca, Schindler’s List, La vita è bella ecc. [12] Per di più, chi muove il suo antisionismo da posizioni “cattoliche integrali” può essere indotto a sbandare verso il paragone Sionismo=Nazismo per la considerazione che si ha del regime hitleriano in quanto “nemico della Chiesa”, esattamente come il Sionismo (e l’Ebraismo tout court). Nazionalsocialismo e Sionismo sarebbero infatti animati da un comune “odio verso Cristo”, anche se i motivi non sono palesemente gli stessi (i più estremi in questa interpretazione considerano il Terzo Reich un regime nel quale gli ebrei sionisti avevano gran parte, e lo stesso Hitler sarebbe stato un cripto-ebreo!). [13] Memorabile il “siamo tutti ebrei” urlato a squarciagola da Fausto Bertinotti quand’era segretario del PRC, allorché il suo partito cadde sotto le ‘attenzioni’ della lobby sionista a causa delle sue posizioni sulla “nuova intifada”. Quest’assurda generalizzazione mossa più da paura e piaggeria che da una qualsivoglia logica, è stata riproposta da vari altri esponenti politici, ad es. Andrea Ronchi di AN, partito particolarmente impegnato nel mostrarsi filo-Sionista. D’altronde, a sinistra si fa a gara nel “chi è più sionista”, tant’è che esiste una associazione chiamata “Sinistra per Israele”, al cui vertice è Piero Fassino. [14] A mettere una parola definitiva sull’identità di vedute tra l’essere “contro” da posizioni “di sinistra” e una sostanziale ‘giudeofilia interiore’ è giunta, nel febbraio 2009, la “Lettera aperta” dell’avv. Horst Mahler, ex RAF (le ‘BR tedesche’), incarcerato per “negazione dell’Olocausto”: “Un aspetto piuttosto insolito della storia della mia vita è la mia entrata da sinistra nell’ambito politico, tramite la Rote Armee Fraktion (RAF). Per farla breve, la RAF prese la via della lotta armata contro “ Il Sistema ”, così come veniva chiamato in quei giorni. L’idea che ci motivò a prendere la via della lotta armata era la nostra credenza nell’Olocausto. Credevamo effettivamente in ciò che “ Il Sistema ” ci aveva insegnato a scuola e in ciò che veniva costantemente affermato dai media controllati dal nemico. Come altri nella RAF, io credevo in questa propaganda anti-tedesca. Ci credevo veramente e cercavo un modo per infrangere quell’insopportabile complesso di colpa associato “all’assassinio di sei milioni di ebrei”. Non intendo entrare nei dettagli di quel periodo della mia vita; il punto è che, quando ero giovane, ero un “fervido credente” dell’Olocausto”. Cfr. il sito “Civium Libertas” all’indirizzo http://civiumlibertas.blogspot.com/2009/04/pensatori-ed-ideologi-dellebraismo-59.html (sub voce: “La visione dell’Europa in un condannato al carcere a vita”).
[15] Per comprendere l’incapacità “da sinistra” di capire la ragion d’essere di un movimento come Hamas, si legga E. Galoppini, La leggenda nera di Hamas e il vicolo cieco dell’antifascismo, “Cpeurasia.org”, 5 gennaio 2009 (http://www.cpeurasia.org/?read=16777). [16] Per quanto riguarda il mondo islamico, questa propaganda si nutre di una saggistica pseudo-storiografica mirata a costruire l’idea di un “Islamofascismo” culminante nell’alleanza tra il Gran mufti di Gerusalemme, gli insorti iracheni (1941) e l’Asse, ma esistente ab origine a causa dei provvedimenti “antisemiti” del Profeta dell’Islam, che a Medina ebbe come avversari anche dei clan ebraici. Specularmente, ma creata allo stesso scopo (lo si è visto citando l’iniziativa pro-Giornata della Memoria del deputato bosniaco musulmano), “l’immagine del musulmano quale nuovo ebreo è stata fabbricata dagli agit-prop della propaganda atlantista quando bisognava sostenere con un “argomento” emozionale l’”ingerenza umanitaria” degli USA nei Balcani, dove, secondo le fucine mediatiche, il “nuovo Hitler” serbo aveva intrapreso l’applicazione della sua “soluzione finale”. La propaganda di guerra produsse perfino il Diario di una “Anna Frank musulmana”! Ma questa invenzione dei musulmani bosniaci e kosovari quali “nuovi ebrei”, oltre che a demonizzare il nemico di turno dell’Occidente, serviva simultaneamente a rafforzare il paradigma sionista dell’ebreo quale vittima esemplare e archetipica. Anche se Losurdo cerca di usare quest’arma concettuale nel quadro di una strategia opposta a quella dei vari Glucksmann, Lévy & Sofri, resta il fatto che l’arma in questione non è neutra, ma è di per se stessa veicolo dell’ideologia che si vorrebbe combattere, sicché, alla fin dei conti, usarla equivale ad accettare il paradigma imposto dal nemico e a convalidarlo ulteriormente”. C. Mutti, Il linguaggio dell’Impero. Lessico dell’ideologia americana, Laterza, Bari 2007 (recensione apparsa su “Eurasia” 3/2007, pp. 249-254 (cit. p. 253).
Fonte: http://www.cpeurasia.org/?read=36445
Questa pagina: http://www.terrasantalibera.org/arma_spuntata_olocausto_palestin.htm
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