|
L'assedio occidentale all'Iran
di Alfredo Musto - 20/04/2010

Il focus dell’agenda internazionale sul
Golfo Persico e l’Iran, all’interno della dimensione più ampia del
quadrante asiatico-mediorientale, configura l’intera area come luogo
privilegiato delle frizioni in atto nel mutante contesto multipolare e
lascia intravedere come la struttura delle relazioni internazionali dei
prossimi anni sia presumibilmente lontana da un modello sostanzialmente
cooperativo.
Tutto ciò implica come la nuclearizzazione
del confronto sia in un senso una forzatura e in un altro la strada
maestra scelta per la conduzione di un conflitto strategico che, in
quanto tale, non si riduce ovviamente alla disputa sul programma
iraniano di arricchimento e di sviluppo delle centrali. Insomma,
decidere sul dossier nucleare per trattare la questione iraniana.
Il ruolo geopolitico
L’elemento di fondo da considerare per
cercare di cogliere l’evolversi della situazione è la particolare
posizione geografica nonché il modo in cui Teheran percepisce se stessa,
cioè il suo ruolo geopolitico. Nell’attuale contesto internazionale, in
fase di cambiamento con l’emergere di nuovi poli dopo la disgregazione
delle egemonie bipolari, la Repubblica Islamica è al bivio tra due
indirizzi caratterizzanti quali il ruolo di potenza regionale e la
funzione di integrazione eurasiatica. I fattori relativi ad ambo le
prospettive sono molteplici e in certa parte coincidono, specie se si
immagina un percorso progressivo in cui quelli interni non possono
prescindere da quelli esterni. Tuttavia, l’effetto strategico diverge in
maniera sostanziale. Si è quindi aperta una conflittualità a lungo
termine il cui risultato risentirà anche del peso degli attori
principali, siano essi globali o regionali.
L’Iran sin qui si è al più barcamenato tra
l’opzione regionalista e quella eurasiatica, ora attraverso cedimenti
ora attraverso prese di posizione nette.
Il ruolo di potenza regionale
comporterebbe l’esigenza di coniugare le istanze di influenza islamica
sul mondo arabo e sulle circostanti comunità religiose con un necessario
pragmatismo legato ai rapporti di forza tra Stati Uniti e Russia in
quanto forze preponderanti e rispetto alle quali potrebbe agire solo di
riflesso e con un raggio di autonomia comunque circoscritto. Non solo,
la vocazione regionalista significa automaticamente incidere sui
relativi equilibri con l’apertura di una competizione egemonica con
Pakistan, Arabia Saudita, Turchia e soprattutto Israele. E se
quest’ultima è una sfida per così dire orizzontale, ben più ardua
sarebbe quella verticale rappresentata dal progetto americano di
ridisegnamento dell’area, secondo i canoni del progetto del Grande Medio
Oriente che permarrebbe come scelta strategica di controllo da parte di
Washington, per quanto condizionato dagli eventi bellici e dalla tenuta
economico-finanziaria.
L’opzione eurasiatica, invece,
implicherebbe una funzione di integrazione continentale che l’Iran
consoliderebbe, ad esempio, con l’ingresso nella Organizzazione per la
Cooperazione di Shanghai (OCS) e nella Organizzazione del Trattato di
Sicurezza Collettiva (OTSC) e perseverando in scelte come quella
dell’oleodotto Iran – Pakistan – India (IPI). Assecondando il processo
integrativo, Teheran realizzerebbe una sinergia di intenti e di azione
innanzitutto con la Russia, divenendo imprescindibile per la
stabilizzazione dell’area caucasica e nucleo di raccordo – in continuità
con Ankara – tra la penisola europea e lo spazio sino-indiano, in un
continuum geopolitico che ingloberebbe le rotte energetiche e le sfere
di influenza che Washington contende nella sfida vitale del Grande
Gioco.
Tra i diversi nodi da sciogliere rimane
particolarmente delicato quello dei rapporti con il mondo arabo. Al
netto di considerazioni concrete anche se schematiche, la verve
egemonica regionalista ma anche ideologico-religiosa della Repubblica
Islamica è non solo prodotto dell’aprirsi di spazi strategici
nell’avanzamento del policentrismo, ma anche del fallimento e del
tramonto del grande progetto panarabo. Oltre la valutazione degli
attriti e delle incongruità tra i vertici politici dei Paesi arabi,
l’azione progressiva ed efficace di Stati Uniti e Israele di
scardinamento dei movimenti nazionalisti, laici, socialisti e panarabi –
l’autentica minaccia alle loro mire di egemonia e controllo – ha
innescato, da essi stessi indotta, una spirale di integralismo islamico
dalle mille facce anche in contrasto nel suo variegato mondo e che,
nella sua impossibilità di essere ricondotto ad un unicum, attua una
forte frammentazione all’interno delle comunità arabe e contribuisce a
minare una sovranità già notevolmente limitata e in alcuni casi nulla.
Sicchè, nell’ordine delle azioni
strategiche, il ruolo di Teheran nel Vicino Oriente se in questa fase è
garanzia di sostegno ai gruppi armati di resistenza come Hamas ed
Hezbollah, alla Siria come rimanente soggetto sovrano non integrato
nella strategia statunitense e sionista (senza perdere di vista le
relazioni con la Turchia), e fonte di ingerenza nella crisi irachena,
sotto il profilo progettuale rimane un’incognita in considerazione dei
fattori confessionali, etnici, politici ed economici. Fattori che sono
basati su assonanze ed elementi comuni ma anche su significative
differenze storiche e quindi, al di là delle contingenze, su differenze
geopolitiche che rischierebbero di essere confliggenti ben oltre le
reciproche diffidenze (guerra Iraq-Iran).
Al di là di tutta una serie di reciprocità
storiche e tattiche degli iraniani con statunitensi e israeliani, può
realmente l’Iran contribuire (supporto finanziario e militare a parte)
alla risoluzione della questione palestinese? Fino a che punto gli arabi
accetterebbero un suo ruolo preminente nella regione? Quali i risvolti
del rapporto tra il fattore identitario e quello geostrategico con gli
iraniani? Fino a che punto può reggere il fronte di alcune forze contro
nemici in comune e fin dove reggono gli accomodamenti tattici di altre
forze o Paesi? Come possono conciliarsi le istanze laiche di alcuni
Paesi o le divergenze confessionali – sia interne sia esterne – con
un’eventuale forte influenza proveniente da una entità con una marcata
connotazione clerico-sciita? In definitiva, perché abdicare a favore
della potenza persiana, comunque estranea alla dimensione araba?
Probabilmente, se Teheran propendesse per
l’opzione di integrazione eurasiatica, maturerebbe una sua funzione
sicuramente autonoma e rafforzata ma naturalmente sinergica con gli
altri attori continentali e andrebbero in parte a sanarsi delle
difficoltà storiche ed estemporanee anche nell’incerto scenario delle
relazioni nel Vicino Oriente e nel Golfo Persico.
L’interesse nazionale
La propria proiezione sullo scacchiere che
l’Iran sta elaborando risente di due variabili generali non isolabili
quali gli assetti e la struttura interna di potere da un lato, e il
contesto internazionale e regionale dall’altro. A fronte di tali due
variabili, l’oggettiva identificazione del suo status geopolitico
rimanda allo sforzo di delineare e perseguire il suo interesse
nazionale. Il tutto serba una logica.
La Repubblica Islamica risente di una
sindrome da accerchiamento e cerca di garantire la propria sicurezza in
un sistema internazionale notoriamente anarchico attraverso la
valorizzazione della propria specificità e l’utilizzo razionale delle
risorse a disposizione. Cosciente di incarnare uno snodo delle vie
energetiche mondiali, è chiamato a conciliare interessi ed obiettivi
propri con quelli di un’area instabile al cui interno ha l’assoluta
necessità di procedere secondo i criteri di cooperazione e distensione,
onde evitare di venire soffocata nelle sue ambizioni dagli eventi ancor
prima di dispiegare il suo raggio d’azione. Parimenti, è questa anche
una fase di inquadramento di amici e nemici strategici al fine di uscire
dallo stato di pressione cui si sente sottoposto e che, soccombendovi,
diventerebbe forse persino di isolamento. Situazione che non gioverebbe
a nessuna delle parti in campo.
Sussistono due macro-elementi di
fondo legati al suo interesse nazionale:
-il primo:
la sopravvivenza stessa del regime, la sua sicurezza e la sua difesa
identitaria;
Nell’odierna fase internazionale, l’entità
statuale religiosa iraniana costituisce una singolarità, in particolare
nella sua connotazione sciita e nel suo afflato islamico extra-confini,
tanto da avvertire la propria difesa come un dovere religioso in primis.
L’aspetto identitario (per di più in una terra già incontro di civiltà
diverse), oltre a quello interno, ha un risvolto fondamentale nel gioco
di forze con gli altri attori, anche sotto il profilo mediatico e di
immagine. Del resto, l’identità degli Stati può mutare nell’interazione
con gli altri e nella struttura della politica internazionale, così come
la percezione di una minaccia non prescinde dall’essere stesso del
soggetto, o comunque dal profilo che di esso viene elaborato. Tant’è che
oggi Stati Uniti e Israele reputano e veicolano – brandendo la loro
consolidata leva politico-mediatica – l’Iran come un pericolo, una
minaccia rispetto alla quale acconsentire ad una sua dotazione nucleare
non potrebbe costituire una scelta per così dire neutra, proprio in
considerazione del suo status di rivale ancor più oggi di ieri. Dal
canto suo, la Repubblica Islamica vive la sua identità e modella il suo
sforzo di sopravvivenza percependo gli USA come il suo altro da sé
nonché come il simbolo di un neocolonialismo oppressivo di ritorno, di
un imperialismo occidentalista che pone sotto scacco la sua missione e
l’essenza stessa del mondo islamico. Lontano da assolutizzazioni di
sorta, sarà comunque determinante individuare di che tipo sarà la sua
commistione tra il fattore religioso di autoproclamato paladino dei
musulmani e dei popoli oppressi, e il fattore laico dell’azione politica
concreta. Essa non è un monolite e sta già da tempo tentando di
delineare una personale combinazione di tradizione e modernità.
La percezione dell’accerchiamento di
Teheran proviene da tre fronti instabili e pieni di incognite.
1) Nello scenario del Vicino
Oriente, il tentativo di ritagliarsi una posizione di forza deve
confrontarsi – come nel nucleo Palestina-Libano-Siria – con la
propensione sionista e la spinta alla frammentarietà da parte di Israele
e degli Stati Uniti, e con l’ambiguità delle petro-monarchie votate sia
agli affari con gli occidentali che al sostegno dei vari gruppi sunniti.
La partita curda e quella irachena sono poi una spina nel fianco alla
luce di una conflittualità di varia intensità, ma nello stesso tempo un
ottimo terreno di scontro e di compromesso con gli statunitensi, terreno
sul quale gli iraniani stanno già spendendo la loro influenza in quello
che è un gioco in cui l’instabilità prolungata rischia di logorare
entrambi i contendenti, oltre che affossare una già compromessa
sovranità irachena. Così come è evidente che un pesante controllo di
Washington sull’Iraq farebbe di quest’ultimo una testa di ponte contro
Teheran, il cui senso di insicurezza non può che aggravarsi in virtù del
dispiegamento statunitense di mezzi e uomini nel Golfo Persico con la
flotta schierata allo stretto di Hormuz, in aggiunta ad una costante
operatività dell’intelligence nemica nei vari Paesi circostanti mediante
un’attività non solo di spionaggio ma anche di supporto a gruppi armati
e di opposizione sul fronte interno, dove si registra una continua
pratica del soft power.
2) Nell’area del Caucaso
meridionale-Asia centrale, gli iraniani rilevano numerose insidie: la
presenza statunitense in Azerbaigian e Kirghizistan, il possibile
allargamento della Nato, la mai conclusa questione delle risorse del
Caspio, le possibili ripercussioni del conflitto nel Nagorno-Karabakh,
le velleità irredentiste dei gruppi azerbaigiani a forte componente
iraniana, la possibile estensione del fenomeno etero-diretto delle
rivoluzioni colorate, la proiezione di Ankara nei territori turcofoni,
l’esigenza di non allontanare Mosca almeno sul piano tattico.
3) Sul versante Est, le
preoccupazioni concernono l’instabilità e la permeabilità del fronte
Af-Pak dove agiscono svariati gruppi e organizzazioni e prospera il
narcotraffico; il rinfocolarsi del fondamentalismo sunnita; il ruolo
estensivo del Pakistan – solitamente avvertito con timore – nel
territorio afghano, ma anche la preoccupazione di un suo eventuale
disfacimento; la minaccia dell’installazione di basi statunitensi in
Afghanistan quale determinante fattore logistico-militare e di
pressione.
E’ evidente, quindi, che l’evolversi della
situazione iraniana si lega al processo di stabilizzazione dell’Iraq e
dell’Afghanistan quali tasselli ineludibili della nuova architettura di
sicurezza statunitense nell’intera area che comprende lo schema di una
crescente pressione sul fianco sud della Federazione Russa.
Il centro degli interessi di Washington
scivola dall’Europa e dai Balcani all’Asia centrale, caspica e pacifica.
Siffatta percezione di una minaccia costante ai propri danni induce
Teheran a mosse di rafforzamento anche sotto l’aspetto militare, persino
giustificando, in un contesto di marcato squilibrio di forze, l’ipotesi
di un arma atomica di difesa o attacco.
Alla luce delle vicende post–Guerra Fredda
concernenti il rapporto potenza egemonica – medie potenze, quella della
guerra in Kosovo potrebbe essere fatta propria dagli iraniani: il
ragionamento poggia sul presupposto che se Milosevic avesse potuto
disporre di un apparato di difesa sufficientemente valido, la sua
capacità negoziale rispetto all’Occidente avrebbe avuto maggior peso.
Per l’Iran, date le condizioni di
accerchiamento, sanzioni di tipo economico-commerciale o simili opzioni
coercitive non potranno che cristallizzare la sensazione di insicurezza
e la percezione dei rischi per la propria sicurezza nazionale.
-il secondo:
l’intrinseca valenza geoeconomica del Paese
Le risorse energetiche e la relativa
posizione pivot fanno del territorio persiano un moderno protagonista
geostrategico. Esso non solo è a cavallo del Golfo Persico – il maggior
canale di traffici petroliferi globali – , confinando con sette Paesi,
ma vanta anche il privilegio di affacciarsi sul Mar Caspio che sempre
più si configura come importante e contesissima rotta di transito
intra-continentale per i prodotti energetici e commerciali. Il fiorire
di numerosi progetti di oleodotti e gasdotti misura l’alto livello della
sfida geopolitica in atto.
Teheran sa di avere un ruolo
imprescindibile e mira ad utilizzare, sulla base di una piena ed
effettiva “scomoda” sovranità, tali immense risorse nell’ambito di una
prospettiva sviluppista e di crescita industriale che le permetterebbe
di coltivare l’ambizione di divenire Paese guida nel progresso economico
e tecnologico dell’intera regione del Golfo Persico. Ha un potenziale
petrolifero enorme in virtù dei suoi 137,6 miliardi di barili in termini
di riserve, pari al 10% su scala mondiale, con una produzione di 3,77
milioni di barili al giorno (ponendosi al secondo posto dietro l’Arabia
Saudita nella classifica OPEC). Il suo altissimo livello delle
esportazioni, contando sull’innalzamento del prezzo in un’area di
instabilità, frutta una sostanziosa crescita del PIL tale da
consentirgli una progettualità infrastrutturale di sfruttamento e
ricerca, tra cui si annovera naturalmente anche l’opzione nucleare.
Opzione questa che ha una giustificazione di fondo nel deficit
energetico del Paese, come evidenzia il dato che lo vede al secondo
posto dopo gli USA come importatore di benzina, a fronte di un consumo
che da più di un decennio è sopra il 10%. L’alto fabbisogno comporta
quindi un incremento della capacità di raffinazione che esso cerca di
ottenere mediante la costruzione di nuove raffinerie sia all’interno sia
all’estero, come dimostrano gli accordi con Siria e Venezuela (con il
loro carico di risvolti politici).
Sia le consolidate potenze industriali sia
quelle emergenti vedono nel greggio del Golfo una risorsa fondamentale
per le impellenti esigenze di crescita e consumo, cosa di cui
assolutamente tengono conto gli stessi Usa nella loro politica del
contenimento nei confronti dell’Iran. Per gli statunitensi, infatti, la
tela delle rotte petrolifere in quella zona è una pericolosissima causa
di dipendenza e vulnerabilità.
L’altra formidabile risorsa energetica è
il gas, di cui l’Iran detiene il 15% di riserve mondiali accertate e di
cui costituisce il secondo produttore. In forza pure di imprecisati
giacimenti da esplorare, gli iraniani puntano a fare di esso un settore
chiave (e questa è una crescente tendenza globale) non solo in termini
di competizione sui mercati, ma anche nei termini di un disegno secondo
il quale sostituire progressivamente il gas al petrolio come principale
fonte energetica, così da liberare per l’esportazione ulteriori
disponibilità di greggio attualmente impiegate per il fabbisogno
interno. Sempre più significativi e strutturanti sono le collaborazioni
industriali e tecnologiche con Russia, Cina e India, per un combinato di
partnership che inevitabilmente allarga la strategia anche al campo
delle influenza politiche.
La combinazione di questi grandi vettori
energetici, cui si sommano le grandi risorse minerarie ed agricole, con
la disponibilità di una enorme forza lavoro in virtù di una popolazione
prevalentemente giovane, alimenta la prospettiva di un Iran come potenza
industriale ad alto consumo, con tutto il suo potenziale corollario di
industrie nazionali, infrastrutture e patrimonio di conoscenze proprio.
L’arma dell’energia è contemporaneamente un’arma diplomatica che
permette alla Repubblica Islamica di tessere la sua rete di relazioni e
muoversi secondo una logica di difesa/attacco e azione/reazione. Si fa
spesso riferimento ad una possibile ritorsione iraniana nel taglio della
produzione di petrolio, ma ben più significativo sarebbe il progetto che
ruota intorno alla Borsa di Kish, che rimane il simbolo di una terribile
minaccia per gli Stati Uniti: la vendita del greggio non più in dollari
ma in euro con il conseguente sconvolgimento del paradigma finanziario
americano che finora consente alla superpotenza atlantica di librarsi
oltre le sue possibilità.
Washington e Tel Aviv – al di là delle
difformità contingenti – sembrano aver posto ormai l’Iran al centro di
una contesa strategica. Alla lunga è un’azione per mettere fuori gioco
dalle rotte energetiche e dalle sfere di influenza politica l’Europa, la
Russia, la Cina, l’India, il Giappone nella competizione delle potenze.
A Teheran si gioca una partita
della sfida eurasiatica.
Fonte: Rinascita
(quotidiano) -
http://www.rinascita.eu/
|