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di Francesco Lamendola - 20/05/2010 -
Arianna Editrice
Da quando hanno fatto la loro comparsa nella storia d’Europa (la prima
traduzione italiana apparve nel 1921 a cura di Giovanni Preziosi), i
«Protocolli dei Savi Anziani di Sion» non hanno cessato di polarizzare
l’attenzione degli storici, dei politologi e dell’opinione pubblica
intorno alla controversia sulla loro autenticità.
Il libro, apparso nella Russia di Nicola II all’interno di un’opera più
vasta del mistico russo Sergej Nilus, è scritto in prima persona da un
“grande vecchio” che rivolge le sue parole a un’assemblea di anziani
ebrei, esponendo le linee guida di un piano strategico dalla
straordinaria vastità di concezione e mirante, addirittura, alla
conquista e alla sottomissione del mondo da parte degli Ebrei, il
“popolo eletto”.
Infiltrandosi come una prodigiosa, efficientissima e segretissima quinta
colonna nelle società cristiane, e segnatamente nei centri del potere
economico, finanziario, culturale e dell’informazione, gli Ebrei -
stando a questo testo - si porrebbero l’obiettivo dichiarato di
indebolire la fibra morale di tutte le società non ebree, sovvertendo
gradualmente, ma inesorabilmente, tutti i valori, tutte le certezze,
tutte le tradizioni, fino a creare le condizioni adatte perché il mondo
intero cada, come un frutto maturo, in potere dell’ebraismo
internazionale, che agisce per mezzo di banchieri, uomini politici,
giornalisti ed esponenti del mondo della cultura.
Dal momento che i «Protocolli» si prestano ad una lettura in chiave
antisemita e che, effettivamente, essi entrarono a far parte del
bagaglio propagandistico antisemita del nazismo (e, in misura molto più
blanda, del fascismo, ma solo all’epoca delle leggi razziali del 1938),
con tutto quello che ne è derivato, gli storici della seconda metà del
Novecento hanno liquidato l’intera questione della loro autenticità,
dichiarandoli un falso confezionato dalla «Ochrana», il servizio segreto
zarista, probabilmente a Parigi e con lo scopo di creare una sorta di
giustificazione morale per i “pogrom” che infuriavano, di quando in
quando, in Russia, in Ucraina, in Polonia.
Anche il saggista Sergio Romano, col suo libro del 1992 «I falsi
protocolli», ha impostato così tutta la problematica ad essi relativa,
come già il titolo suggerisce chiaramente: come se, una volta assodata
la loro non autenticità, venisse a cadere interamente l’altra questione,
ad essa collegata, ma che nessuno osa anche soltanto accennare, tanto
forte è il timore di essere accusati di antisemitismo o addirittura di
simpatie per il nazismo: se, cioè, le cose espresse in quel documento
possano corrispondere a dei fatti reali e se, inoltre, siano o meno in
linea con la Legge ebraica e con il sentire ebraico nei confronti dei
“gojm”, dei Gentili.
Ma torniamo al legame fra l’«Ochrana» e i «Protocolli».
Ora, a parte il fatto che si potrebbe discutere se tutti i “pogrom”
fossero voluti e organizzati dagli ambienti antisemiti della Russia e
dai servizi segreti zaristi, o se non possano ricondursi anche, almeno
in parte, ad una manovra delle potenti lobbies ebraiche dell’Europa
occidentale e degli Stati Uniti, proprio allo scopo di screditare il
governo zarista (ne abbiamo già parlato nell’articolo «Possono darsi
delle verità così tremende che nessuna voce umana riuscirebbe a
pronunziarle», inserito sul sito di Arianna Editrice in data 28/02/10),
forse sarebbe il caso di domandarsi se la questione della autenticità,
affermata o negata che sia, costituisca davvero la questione centrale
che ci si dovrebbe porre davanti a questo impressionante documento.
Infatti, posto e stabilito che nessuna seria società segreta lascia
documenti scritti relativi ai suoi complotti (e, in questo senso, i
«Protocolli», nella versione in cui li conosciamo, sono quasi certamente
un falso), il punto è che non si dovrebbe guardare il dito che indica la
Luna, ma la Luna in se stessa: si dovrebbe cioè vedere se, nello
sviluppo della storia moderna e nelle prescrizioni e invocazioni della
“Torah”, della “Mishna” e del “Talmud”, i concetti espressi nei
«Protocolli» trovino corrispondenza, oppure no.
A proposito dell’intera questione, Julius Evola, autore della
«Introduzione» all’edizione italiana del 1938 dei «Protocolli», curata
dalla rivista di Giovanni Preziosi «La vita italiana», così si esprimeva
(pp. 9-10):
«Due punti vengono particolarmente in risalto nei “Protocolli”. Il primo
si riferisce direttamente alla questione ebraica. Il secondo ha una
portata più generale e conduce ad affrontare il problema delle forze
vere in atto nella storia. Perché il lettore si renda pienamente conto
dell’uno e dell’altro punto, crediamo opportuno svolgere alcune
considerazioni, indispensabili per un giusto orientamento.
Per un tale orientamento, occorre anzitutto affrontare il famoso
problema della “autenticità” del documento, problema sul quale si è
voluto tendenziosamente concentrare tutta l’attenzione e misurare la
portata e la validità dello scritto. Cosa invero puerile. Si può infatti
negare senz’altro l’esistenza di una qualunque direzione segreta degli
avvenimenti storici. Ma ammettere, sia pure come semplice ipotesi, che
qualcosa di simile possa darsi, non si può, senza dover riconoscere che,
allora, s’impone un genere di ricerca ben diverso da quello basato sul
“documento” nel senso più grossolano del termine. Qui sta precisamente –
secondo la giusta osservazione del Guénon – il punto decisivo, che
limita la portata della questione dell’”autenticità”: nel fatto, che
NESSUNA ORGANIZZAZIONE VERAMENTE E SERIAMENTE SEGRETA, QUALE SI SIA LA
SUA NATURA, LASCIA DIETRO DI SÉ DEI “DOCUMENTI” SCRITTI. Solo un
procedimento “induttivo” può dunque precisare la portata di “testi”,
come i “Protocolli”. IL CHE SIGNIFICA CHE IL PROBLEMA DELLA LORO
“AUTENTICITÀ” È SECONDARIO E DA SOSTITUIRSI CON QUELLO, BEN PIÙ SERIO ED
ESSENZIALE, DELLA LORO “VERIDICITÀ”. Giovanni Preziosi già sedici anni
or sono, nel pubblicare per la prima volta il testo, aveva ben messo in
rilievo questo punto. La conclusione seria e positiva di tutta la
polemica, che nel frattempo si è sviluppata, è la seguente: CHE
QUAND’ANCHE (cioè: dato e non concesso) I “PROTOCOLLI” NON FOSSERO
AUTENTICI NEL SENSO PIÙ RISTRETTO, È COME SE ESSI LO FOSSERO, PER DUE
RAGIONI CAPITALI E DECISIVE:
1) Perché i fatti ne dimostrano la verità;
2) Perché la loro corrispondenza con le idee-madre dell’Ebraismo
tradizionale e moderno è incontestabile.»
Che l’antisemitismo di Evola non fosse di tipo biologico - e quindi
razzista - è attestato, peraltro, dal seguente passaggio (che, ove
ipotizza una strumentalizzazione degli stessi Ebrei da parte di poteri
occulti corrispondenti ad un livello più alto, che potrebbe far capo a
forze non interamente umane, ricorda, sia detto fra parentesi, la
posizione sostenuta al presente da David Icke; op. cit., p. 21-22):
«Diciamo subito che noi personalmente non possiamo seguire, qui, un
certo antisemitismo fanatico che, nel suo voler vedere dappertutto
l’Ebreo come “deus ex machina”, finisce col cader esso stesso vittima di
una specie di tranello. Infatti dal Guénon è stato rilevato che uno dei
mezzi usati dalle forze mascherate per la loro difesa consiste spesso
nel condurre tendenziosamente tutta l’attenzione dei loro avversari
verso chi solo in parte è la causa reale di certi rivolgimenti: fattone
così una specie di capro espiatorio, su cui si scarica ogni reazione,
esse restano libere di continuare il loro giuoco. Ciò vale, in una certa
misura, anche per la questione ebraica. La constatazione della parte
deleteria che l’Ebreo ha avuto nella storia della civiltà non deve
pregiudicare una indagine più profonda, atta a farci presentire forze di
cui lo stesso Ebraismo potrebbe esser stato, in parte, solo lo
strumento. Nei “Protocolli”, del resto, spesso si parla promiscuamente
di Ebraismo e di Massoneria, si legge” cospirazione massonico-ebraica”,
“la nostra divisa massonica, ecc., e in calce della loro prima edizione
si legge: “firmato dai rappresentanti di Sion del 33 grado”. Poiché la
tesi, secondo la quale la Massoneria sarebbe esclusivamente una
creazione e uno strumento ebraico è, per varie ragioni, insostenibile,
già da ciò appare la necessità di riferirsi ad una trama assai più vasta
di forze occulte pervertitrici, che noi siamo perfino inclini a non
esaurire in elementi puramente umani. Le principali ideologie
consigliate dai “Protocolli” come strumenti di distruzione e
effettivamente apparse con questo significato nella storia -
liberalismo, individualismo, scientismo, razionalismo, ecc. - non sono,
del resto, che gli ultimi anelli di una catena di cause, impensabili
senza antecedenti, quali per esempio l’umanesimo, la Riforma, il
cartesianismo: fenomeni dei quali però nessuno vorrà seriamente far
responsabile una congiura ebraica, così come il Nilus, in appendice,
mostra d credere, inquantoché fa retrocedere la congiura ebraica niente
di meno che al 929 a. C. Bisogna invece restringere l’azione
distruttrice positiva dell’internazionale ebraica ad un periodo assai
più recente e pensare che gli Ebrei hanno trovato un terreno già minato
da processi di decomposizione e d’involuzione, le cui origini risalgono
a tempi assai remoti e che sui legano ad una catena assai complessa di
cause: essi hanno utilizzato questo terreno, vi hanno, per così dire,
innestato la loro azione, accelerando il ritmo di quei processi. La loro
parte di esecutori del sovvertimento mondiale non può dunque essere
assoluta. I “Savi Anziani” costituiscono invero un mistero assai più
profondo di quanto lo possano supporre la gran parte degli antisemiti, e
così pure, per un altro verso, coloro che invece fanno cominciare e
finire ogni cosa nell’internazionale massonica, o simili.»
Per Evola, la questione dell’autenticità o meno è una falsa questione,
perché quello che conta è la piena concordanza fra lo spirito della
Legge ebraica e lo spirito che emerge dalle pagine dei «Protocolli; e,
in particolare, l’idea della rivincita mondiale dell’ebraismo su tutto
il resto dell’umanità, sui Gentili, considerati alla stregua di
bestiame, se non di autentica spazzatura destinata, comunque, ad un
ruolo totalmente subalterno nel “nuovo ordine mondiale” che verrà
instaurato nel gran giorno (idem, pp. 24-26):
«Per ben inquadrare il problema ebraico e comprendere il vero pericolo
dell’Ebraismo bisogna partire dalla premessa che alla base dell’Ebraismo
non sta tabto la razza (in senso strettamente biologico), ma la Legge.
La Legge è l’Antico Testamento, la “Torah”m, ma altresì, e soprattutto,
i suoi ulteriori sviluppi, la “Mishna” e essenzialmente il “Talmud”. È
stato giustamente detto che, come Adamo è stato plasmato da Jehova, così
l’ebreo è stato plasmato dalla Legge: e la Legge, nella sua influenza
millenaria attraverso le generazioni, ha destato speciali istinti, un
particolar modo di sentire, di reagire, di comportarsi, è passata nel
sangue, tanto da continuare ad agire anche prescindendo dalla coscienza
diretta e dall’intenzione del singolo. È così che l’unità d’Israele
permane attraverso la dispersione: in funzione di un’essenza, di un
incoercibile modo d’essere. E insieme a tale unità sussiste e agisce
sempre, fatalmente, o in modo atavico e inconscio, o in modo oculato e
serpentino, il suo principio, la Legge ebraica, lo spirito talmudico.
È qui che interviene un’altra prova della veridicità dei “Protocolli”
quale documento ebraico, inquantoché trarre da questa Legge tutte le sue
logiche conseguenze nei termini di un piano d’azione significa –
esattamente – venire più o meno a quanto di essenziale si trova nei
“Protocolli”. Ed è essenziale questo punto, CHE MENTRE L’EBRAISMO
INTERNAZIONALE HA IMPEGNATO TUTTE LE SUE FORZE PER DIMOSTRARE CHE I
“PROTOCOLLI” SONO FALSI, ESSO HA SEMPRE E CON LA MASSIMA CURA EVITATO IL
PROBLEMA DI VEDERE FINO A CHE PUNTO QUESTO DOCUMENTO, FALSO O VERO CHE
SIA, CORRISPONDE ALLO SPIRITO EBRAICO. E proprio questo è il problema
che ora vogliamo considerare. L’essenza della Legge ebraica è la
distinzione radicale fra Ebreo e non-Ebreo più o meno negli stessi
termini che fra uomo e bruto, fra eletti e schiavi; è la promessa, che
il Regno universale d’Israele, prima o poi, verrà, e che tutti i popoli
debbono soggiacere allo scettro di Giuda; è il dovere, per l’Ebreo, di
non riconoscere in nessuna legge, che non sia la sua legge, altro che
violenza e ingiustizia e accusare un tormento, una indegnità, dovunque
il dominio, che egli ha, non sia l’assoluto dominio; è la dichiarazione
di una doppia morale, che restringe la solidarietà alla razza ebraica,
mentre ratifica ogni menzogna, ogni inganno, ogni tradimento nei
rapporti fra Ebrei e non-Ebrei, facendo dei secondi una specie di
fuori-legge; è, infine, la santificazione dell’oro e dell’interesse come
strumenti della potenza dell’Ebreo, al quale soltanto, per promessa
divina, appartiene ogni ricchezza della terra e che deve “divorare”
iogni popolo che il Signore gli darà. Nel “Talmud” si arriva a dire: “Il
migliore fra i non-Ebrei (“gojm”), uccidilo”. Nel “Shemoré Esré”,
preghiera ebraica quotidiana, si legge: “Che gli apostati perdano ogni
speranza, che i Nazzareni e i Minim (i Cristiani) periscano di colpo,
siano cancellati dal libro della vita e non siano contati fra i giusti”.
“ Ambizione senza limiti, ingordigia divoratrice, un desiderio spietato
di vendetta e un odio intenso” si legge nei “Protocolli” (XI) e
difficilmente si saprebbe dare una più adeguata espressione di ciò che
risulta a chi penetri l’essenza ebraica. E mai è venuta meno, all’Ebreo,
la speranza del Regno, è in essa che sta, anzi, in gran parte, il
segreto della forza inaudita che ha tenuto in piedi ed ha conservato
uguale a sé stesso Israele, tenace, caparbio, orgoglioso e vile ad un
tempo, attraverso i secoli. Ancor oggi, annualmente, nella festa del
Rosch Hassanah, tutte le comunità ebraiche evocano la promessa:
“Innalzate le palme e acclamate, giubilando, Dio, poiché Jehova,
l’altissimo, il terribile, sottometterà tutte le nazioni e le porrà
sotto ai vostri piedi”.»
Le considerazioni di Evola ci sembrano non prive di un certo spessore
concettuale e meritevoli, comunque, di essere prese seriamente in esame,
piaccia o non piaccia la figura di colui che le ha formulate ed il
ruolo da lui rivestito nella cultura antisemita dell’epoca.
La prima domanda che ci dovremmo porre è se una cospirazione globale sia
possibile e verosimile e se sia dato di scorgerne non già le prove -
abbiamo visto che nessuna società segreta ne lascerebbe alle proprie
spalle -, ma almeno degli indizi abbastanza riconoscibili.
La seconda domanda è se sia possibile che non già gli Ebrei
indiscriminatamente, ma alcuni gruppi ebraici potenti e sperimentati,
facendo leva su una Legge che è stata loro inculcata per innumerevoli
generazioni, non possano essersi prestati ad un disegno del genere,
magari in collaborazione con altri centri di potere occulto.
Alla prima domanda ci sembra sia difficile rispondere in maniera
assolutamente negativa.
Che i membri del “villaggio globale” si trovino in una condizione di
vera e propria schiavitù psicologica e culturale, instupiditi da
demenziali programmi radiofonici e televisivi, disinformati da una
stampa asservita e fuorviati da sedicenti intellettuali che fanno a
gara, ormai da lungo tempo, nel fare a pezzi ogni parvenza di valore
tradizionale e nel descrivere la vita come decadenza, dolore, noia e
disperazione: tutto questo è sotto gli occhi di tutti, se si possiedono
ancora - beninteso - occhi per vedere e una mente per riflettere.
Ora, è difficile pensare che tutto questo sia frutto del caso o di una
spontanea convergenza di circostanze; senza contare che l’esperienza ci
insegna che i grandi gruppi finanziari e industriali non tralascerebbero
alcuna strategia, alcuna manovra, alcuna bassezza, per quanto criminosa,
nel perseguire i loro fini inconfessabili: che non consistono solamente
nel vendere una quantità sempre crescente di prodotti inutili o
addirittura nocivi, ma anche nel distruggere ogni residuo di spirito
critico nel suddito-consumatore, in modo da renderlo il più simile
possibile ad uno “zombie”: perché solo così si può essere certi che egli
non prenderà consapevolezza della sua reale condizione e non tenterà di
sottrarvisi.
Scatenare guerre e rivoluzioni, finanziare gruppi terroristici magari di
opposta matrice ideologica, istigare colpi di stato, provocare crisi
finanziarie, promuovere filosofie e movimenti artistici che inneggiano
al nichilismo e alla distruzione della società: sono tutte azioni che un
tale gruppo di potere occulto, attraverso le sue innumerevoli
ramificazioni, non esiterebbe a mettere in atto e che non presentano,
sotto il profilo tecnico, ostacoli insormontabili, specialmente se si
dispone di possibilità finanziarie praticamente illimitate.
Alla seconda domanda ci sembra che si possa egualmente rispondere in
maniera affermativa; o, quanto meno, che una risposta affermativa possa
costituire una ragionevole ipotesi di lavoro sulla quale indagare.
Gruppi di potere occulto sappiamo che esistono, primo fra tutti la
Massoneria, che affonda le proprie radici in una tradizione ormai
plurisecolare e la cui regia nascosta è ormai accertata dietro fatti
storici rilevanti, a cominciare da quelli riguardanti la nascita del
nostro Stato nazionale, nel corso del Risorgimento.
Che, poi, esista una sorta di federazione tra tali gruppi, ciascuno dei
quali persegue, in realtà, un proprio disegno egemonico e ciascuno dei
quali spera di servirsi degli altri per realizzare i propri fini
particolari: anche questo rientra nell’ambito del possibile e perfino
del probabile; come suggerisce, ancora una volta, l’osservazione di
fatti storici ormai noti, come la collaborazione che si instaura fra
organizzazioni criminali internazionali, ciascuna delle quali
particolarmente interessata ad un certo ambito delle attività illecite.
Che, infine, salendo di livello in livello, si giunga al vertice della
piramide che nessuno ha mai potuto conoscere di persona, anche perché i
suoi membri più importanti, i burattinai supremi del grande gioco, sono
- forse - creature di origine non umana: ebbene, ciò può essere solo
oggetto di speculazione teorica, mancando prove o anche indizi concreti
tali, da poter dirimere la questione per via documentaria.
Chi studia il fenomeno della cospirazione mondiale non può servirsi dei
normali metodi di ricerca dello storico professionista, perché la
materia stessa è completamente diversa da quella della storia. Lo
storico procede di documento in documento; ma lo studioso della
cospirazione globale sa che non troverà mai dei “documenti” paragonabili
a quelli di cui si servono i suoi colleghi della storia, chiamiamola
così, profana.
Possiamo da ciò trarre la conclusione che non è cosa da persone serie
mettersi a studiare la cospirazione globale, dato che, a rigore, non
siamo affatto certi nemmeno del fatto che esista il soggetto di una tale
ricerca?
Certamente no.
Il fatto che non esistano prove assolutamente certe e incontrovertibili
di una costante presenza aliena sul nostro pianeta non è un argomento
per squalificare gli studi che si possono fare in proposito o per
denigrare quanti decidono di dedicarvisi; e la stessa osservazione può
farsi per tutti quegli ambiti di studio che abbracciano materie prive di
un riscontro materiale oggettivo, a cominciare dalle religioni.
Gli studiosi “seri”, però, temono il ridicolo: sono persone che ha molto
amor proprio, anche se non esitano a mangiare nella greppia di
istituzioni, giornali o televisioni che si aspettano da loro appunto
quel tipo di “serietà” che consiste nel non fare mai, assolutamente mai,
delle domande veramente scomode, ma nel blandire, al contrario, la
pigrizia mentale del pubblico.
Ora, il ridicolo (o peggio) è quasi inevitabile per chiunque si addentri
nel labirinto della cospirazione globale; e i più petulanti nel ridere
alle spalle di un tale ricercatore sono, senza dubbio, proprio coloro i
quali - ne siano consapevoli o no - hanno subito in dosi più massicce
l’opera di omologazione e istupidimento perseguita dal Pensiero Unico
dominante. Perché a quei signori pieni di sussiego e di serietà, magari
baroni universitari con ampie gratificazioni professionali, non va molto
a genio l’idea di prendere in esame la possibilità, anche solo teorica,
di essere, né più né meno di chiunque altro, soltanto dei poveri
burattini eterodiretti.
Come se non bastasse, fa parte, da sempre, della tecnica di tutti i
gruppi di potere occulto, quella di operare una sistematica
disinformazione, lasciando trapelare brandelli di verità, mescolati però
a tali e tante inverosimiglianze, da confondere completamente le carte e
da screditare anche il lavoro di quanti concentrano le proprie
spassionate ricerche proprio su quei brandelli.
Certo, finché il conformismo intellettuale continuerà a dominare
incontrastato, i signori dei poteri occulti potranno dormire sonni
tranquilli ancora a lungo.
Finché qualcuno, un poco alla volta, comincerà a scuotersi dal torpore e
a farsi delle domande scomode e politicamente scorrette: a farle a se
stesso in primo luogo; e poi, in un secondo tempo, a farle anche agli
altri.
Allora, i signori del Pensiero Unico cominceranno a non sentirsi più
tanto tranquilli.
Avranno paura che la verità cominci a venir fuori: non quella mezza
verità che essi stessi lasciano fuggire, di quando in quando, aprendo e
chiudendo il rubinetto della disinformazione; ma la verità vera, quella
che a loro non piace affatto, perché disturba i loro progetti e i loro
affari.
Quel giorno, forse, si sta avvicinando.
Un principio di consapevolezza incomincia a soffiare, qua e là, nella
stagnante palude in cui siamo sprofondati.
Speriamo che quella brezza si trasformi quanto prima in un vento
impetuoso e che sia abbastanza forte da disturbare i piani e gli affari
di chi ci vorrebbe eternamente schiavi, e sia pure schiavi di lusso,
imprigionati mani e piedi con delle catene d’oro massiccio.
Fonte:
http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=32471 |