testo di Silvia Boarini
- Peacereporter.net
foto di
TerraSantaLibera.org
Quando Ben Gurion dichiarò che
lo sviluppo del Negev sarebbe stata la vera sfida per gli israeliani,
i coloni lo presero sul serio e il deserto fiorito divenne il miracolo
del dopoguerra.
Tanto che oggi, attraversando il sud d'Israele in macchina su
autostrade che non ti fanno mai sentire troppo lontano da Tel Aviv, la
cosa che salta all'occhio non sono i cammelli, ma i boschi.
Dal nulla appaiono centinaia di
alberi piantati fitti fitti entro confini ben delineati, per poi
sparire all'improvviso lasciando di nuovo spazio al paesaggio brullo e
monocolore. Per qualche secondo uno strano stupore ti fa voltare piu'
volte ad assicurarti di non aver sognato. Un bosco, nel deserto in
Israele ha piu' o meno lo stesso significato di un muro in
Cisgiordania. e' uno di qui famosi 'fatti creati sul territorio'.
Sheikh Saiah e' un beduino vecchio stampo, ha circa 65 anni, sfoggia
baffi argentati che si arricciolano alle estremita' e indossa una
tunica e keffya bianca. E' il capo della famiglia Al Turi del
villaggio di El Araqib, uno dei 45 insediamenti beduini del Negev che
non sono riconosciuti dal governo Israeliano e percio' non esistono su
alcuna mappa. Siede a terra su un materassino nella tenda che gli
uomini usano come luogo di riunione nel villaggio.
E' un personaggio carismatico e
spesso chiamato dalla polizia Israeliana a risolvere questioni
tribali. Sul problema dei villaggi non riiconosciuti dice
semplicemente "chi ha occupato chi?, siamo forse stati noi ad invadere
i nostri villaggi? E perche' ora siamo noi a dover provare che queste
sono le nostre terre?" E' tornato ad El Araqib seguito da una
quarantina di famiglie all'inizio del 2000, quando quasi per caso
scopri' che il Jewish National Fund avrebbe piantato un bosco proprio
qui, nonostante interminabili battaglie legali sull'appartenenza della
terra siano ancora in pieno svolgimento.
La storia delle famiglie Al Turi
ed El Ockbi di El Araqib, e' la storia della maggior parte dei clan
beduini del Naqab (Negev). Nel 1951 le autorita' militari Israeliane
fanno sgomberare il villaggio con la forza e spostano le tribu' nel
Sayag, una zona che rimane sotto controllo militare fino al 1966. Le
autorità aggiungono beffa all'inganno promettendo alle famiglie che
saranno in grado di tornare alle loro terre dopo soli sei mesi. Dopo
il Sayag, negli anni 70, il governo si fa promotore del programma di
urbanizzazione e ritaglia sette aree esclusivamente per beduini. Nel
2009, queste piccole citta' ancora presentano strade malmesse,
infrastrutture fatiscenti e alte percentuali di disoccupazione e
criminalità. Piu' che dare la possibilità ai beduini di coltivare,
allevare e ricreare lo stile di vita autosufficiente pre 1948, lo
scopo del governo era stato piuttosto quello di sgomberare il Negev.
Cinquant'anni e interminabili
battaglie legali dopo, gli Al Turi sono tornati ad El Araqib per
rivendicare una volta per tutte il diritto a vivere e prosperare sulle
loro terre. Ma dalla tenda salotto in cui e' seduto Sheikh Saiah, gia'
si vedono all'orizzonte cumuli di terreno da cui spuntano piccoli
tronchi. Ce ne sono centinaia. I lavori sono cominciati e gli alberi
si avvicinano sempre di piu' alle case di El Araqib. Il Jewish
National Fund, conosciuto in Italia con il nome ebraico di Keren
Kayemeth LeIsrael, conta di aver piantato nella terra d'Israele 240
milioni di alberi in 107 anni.
Dalla riforestazione
all'insediamento umano del Neghev, il JNF-KKL ci tiene a pubblicizzare
il suo pedigree di ente ecologico e si fa promotore di quello che
chiama senza alcuna ironia "Sionismo verde". Cio che il JNF-KKL non
pubblicizza e' la politica discriminatoria alla base del suo essere.
Il 13% della terra in Israele appartiene al JNF, una piccola porzione
fu comprata dai primi pionieri mentre la maggior parte fu` 'donata'
dal governo Israeliano che dopo il 1948 confiscava le terre di arabi
che erano fuggiti dai loro villaggi. Ancora oggi, nonostante battaglie
legali arrivate fino alla corte suprema, il JNF si considera guardiano
delle terre d'Israele per il beneficio degli ebrei in tutto il mondo e
si rifiuta di affittare le sue terre a non-ebrei.
Nonostante la clausola etnica,
quest'organizzazione sa come continuare a far cadere monetine nei suoi
salvadanai blu. Non costruisce posti di blocco ma, tra alberi e
progetti ecologici, costruisce un futuro verde. Peccato che sia un
futuro per soli ebrei.
Se essere arabo in Israele significa essere cittadino di seconda
classe. Nel Neghev in particolare significa valere meno di un
albero. Ma gli Al Turi non mollano. Aziz e' figlio di Sheikh Saiah ed
e' tornato ad El Araqib con la moglie e i cinque giovani figli nel
2004. La sua casa consiste di una struttura di legno con muri di
compensato, tetto di plastica e un pavimento di cemento. Spiega "siamo
cittadini Israeliani e non stiamo facendo niente di male. Vogliamo
solo vivere in pace sulle nostre terre. Se potessimo collegarci
all'acqua e all'elettricita' potremmo coltivare i campi come si deve e
allevare piu' animali. Se il governo non distruggesse le nostre case
le potremmo costruire con le fondamenta e materiali migliori."
E continua "non e' facile vivere
in queste condizioni. All'inizio erano tornate una quarantina di
famiglie ma ora siamo rimasti in una decina. Bisogna andare a prendere
l'acqua con i trattori e le cisterne un paio di volte alla settimana;
non c'e' elettricita' durante il giorno e la notte bisogna accendere
il generatore per avere luce; le scuole sono lontane; e poi c'e'
sempre il pericolo che le pattuglie del Green Patrol (il braccio
armato della Israel Land Autorhity creato da Ariel Sharon) vengano a
buttare giu' le case e a distruggere i raccolti." Lo stato considera
questi beduini degli abusivi, percio' il pericolo che cio ' succeda e'
costante. Nell' Aprile del 2009 il Green Patrol ha distrutto i campi
che gli Al Turi avevano coltivato a grano. Quest'anno i soldati si
sono limitati ad usare un trattore mentre fino al 2007 spruzzavano
pesticida da aereoplani. Inoltre, all'inizio di Novembre sono tornati
a demolire alcune case.
Il riconoscimento legale darebbe ad El Araqib il diritto a un pezzo di
terra, a infrastrutture e a servizi che lo stato provvede alle
comunita' ebraiche e ai nuovi immigrati. I beduini, invece, si trovano
nella non invidiabile posizione di aver accettato la sovranita'
d'Israele nel 1948 ma di non averne guadagnato né terra né diritti.
Nel 2009, il concetto di
democrazia ebraica rimane un ossimoro dato che il 20 percento della
popolazione, per ragioni etniche o religiose, ne e' escluso.
Etnocrazia sarebbe un termine
piu' appropriato.
Nel mondo accademico e tra gli
attivisti si parla anche del bisogno di un'identita' Israeliana che
sia distaccata dall'identita' Ebraica e che includa e non escluda gli
arabi e altre minoranze non ebree. I beduini questo bisogno non
possono che condividerlo, dato che di giorno in giorno si scontrano
con le limitazioni che un'identita' nazionale prettamente ebraica
impone sulla loro stessa identita' e dignita' di Israeliani.
Al momento, pero', tra i Beduini
la sensazione e' che il governo non solo non li consideri Israeliani
ma non li consideri punto e basta.