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Notizie dalla Terra Santa
Anno II, Comunicato n. 37 (italiano), del 12/3/2007
 

 
Giocarsi la pace
di Elena Seno Milano
 
Ci sono tanti modi per educare alla pace. In Israele sono nate scuole per studenti arabi ed ebrei, dove si impara concretamente cosa sia la convivenza. Ci sono poi associazioni umanitarie della Terra Santa, i cui volontari cercano di mettersi dalla parte di chi è debole: provano così ad indossare i panni dell'altro, del vicino che ha bisogno di aiuto.

Ma esistono anche altre iniziative originali che utilizzano nuovi linguaggi. Una tra queste è Peacemaker, un videogame per ragazzi ambientato in Medio Oriente. Non si tratta del solito gioco informatico. Non vince chi colpisce più avversari, ma chi risolve il conflitto tra israeliani e palestinesi. Una vera sfida: i giocatori devono cimentarsi nel ruolo di primo ministro israeliano e di presidente dell'Autorità nazionale palestinese. Non possono scegliere, l'obbligo è di giocare da entrambi i punti di vista.

A complicare la realtà virtuale - che tanto virtuale non è - intervengono attori esterni come i Paesi arabi, l'Onu, gli Stati Uniti, il movimento di Hamas. E anche eventi non calcolati, tra cui attentati terroristici ad opera di kamikaze e operazioni militari. Insomma tutto quello che accade veramente: non vengono risparmiati i civili, le violenze creano ferite profonde, difficili da rimarginare, e scelte politiche sbagliate possono peggiorare la situazione. Capita così che, proprio dove la guerra sembra assomigliare sempre di più a un videogame, sia paradossalmente un videogame a riportare la tragica verità dei fatti.

Ci sono immagini e video tratti dalla attualità, l'impatto visivo è forte (Peacemaker  è indirizzato a ragazzi con più di 13 anni, meglio se affiancati dagli adulti). Come forte è l'impatto emotivo: costringe a riflettere e aiuta a capire ciò che avviene in Israele e nei Territori palestinesi. «La vittoria in Peacemaker - ha scritto il quotidiano israeliano Haaretz - non si raggiunge con un veloce schieramento di forze, con la distruzione di unità nemiche o con il controllo del territorio, ma si ottiene attraverso la comprensione delle altre parti in conflitto».

Gli stessi autori del videogame sono israeliani, palestinesi e statunitensi e hanno voluto che il loro gioco fosse tradotto in tre lingue (arabo, ebraico, inglese) per garantirne un'ampia diffusione. Anche la scelta di realizzare un videogame ha un suo implicito significato: quello di trasformare un passatempo tecnologicamente avanzato in un momento di sensibilizzazione, di ritorno al presente. Quel presente che a volte si vorrebbe dimenticare.

Può succedere di incappare in un game over. Ma in fondo anche se i giocatori non hanno ottenuto la stabilità in Medio Oriente, avranno comunque imparato qualcosa di estremamente importante. Che la pace deve essere il vero obbiettivo, sia dei giocatori virtuali sia dei giocatori reali, quelli che ogni giorno muovono le pedine sullo scacchiere mediorientale.

FONTE:
 

 

 

 

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