Ci
sono tanti modi per educare alla pace. In Israele sono
nate scuole per studenti arabi ed ebrei, dove si impara
concretamente cosa sia la convivenza. Ci sono poi
associazioni umanitarie della Terra Santa, i cui volontari
cercano di mettersi dalla parte di chi è debole: provano
così ad indossare i panni dell'altro, del vicino che ha
bisogno di aiuto.
Ma esistono anche altre iniziative originali che
utilizzano nuovi linguaggi. Una tra queste è
Peacemaker, un videogame per ragazzi
ambientato in Medio Oriente. Non si tratta del solito
gioco informatico. Non vince chi colpisce più avversari,
ma chi risolve il conflitto tra israeliani e palestinesi.
Una vera sfida: i giocatori devono cimentarsi nel ruolo di
primo ministro israeliano e di presidente dell'Autorità
nazionale palestinese. Non possono scegliere, l'obbligo è
di giocare da entrambi i punti di vista.
A complicare la realtà virtuale - che tanto virtuale
non è - intervengono attori esterni come i Paesi arabi,
l'Onu, gli Stati Uniti, il movimento di Hamas. E anche
eventi non calcolati, tra cui attentati terroristici ad
opera di kamikaze e operazioni militari. Insomma tutto
quello che accade veramente: non vengono risparmiati i
civili, le violenze creano ferite profonde, difficili da
rimarginare, e scelte politiche sbagliate possono
peggiorare la situazione. Capita così che, proprio dove la
guerra sembra assomigliare sempre di più a un videogame,
sia paradossalmente un videogame a riportare la tragica
verità dei fatti.
Ci sono immagini e video tratti dalla attualità,
l'impatto visivo è forte (Peacemaker è
indirizzato a ragazzi con più di 13 anni, meglio se
affiancati dagli adulti). Come forte è l'impatto emotivo:
costringe a riflettere e aiuta a capire ciò che avviene in
Israele e nei Territori palestinesi. «La vittoria in
Peacemaker - ha scritto il quotidiano israeliano
Haaretz - non si raggiunge con un veloce schieramento
di forze, con la distruzione di unità nemiche o con il
controllo del territorio, ma si ottiene attraverso la
comprensione delle altre parti in conflitto».
Gli stessi autori del videogame sono
israeliani, palestinesi e statunitensi e hanno voluto che
il loro gioco fosse tradotto in tre lingue (arabo,
ebraico, inglese) per garantirne un'ampia diffusione.
Anche la scelta di realizzare un videogame ha un
suo implicito significato: quello di trasformare un
passatempo tecnologicamente avanzato in un momento di
sensibilizzazione, di ritorno al presente. Quel presente
che a volte si vorrebbe dimenticare.
Può succedere di incappare in un game over. Ma
in fondo anche se i giocatori non hanno ottenuto la
stabilità in Medio Oriente, avranno comunque imparato
qualcosa di estremamente importante. Che la pace deve
essere il vero obbiettivo, sia dei giocatori virtuali sia
dei giocatori reali, quelli che ogni giorno muovono le
pedine sullo scacchiere mediorientale.
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