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Notizie
dalla Terra Santa
Anno II, Comunicato AGOSTO 2007
Scontro di
civiltà: propaganda di guerra
Il nostro sito, e
relativa newsletter, sono dichiaratamente e
decisamente contrari alla nuova ideologia che istiga
allo "scontro di civiltà".
Realtà inesistente quella dello "scontro
di/tra civiltà", se non che nelle menti deviate dei
dirigenti di un'intelligence che pianifica strategie
geopolitiche atte a stimolare reazioni facilmente
manipolabili. L'humus, nel quale fermentano odio e
spirito di rivalsa verso l'occidente "cristiano", viene
agitato da ambienti
cristiano-sionisti, cristianisti, neocon d'oltreoceano e
nostrani, in ultima analisi filomassonici, palesi od
occulti.
La propaganda, si sa, è
al primo posto nelle strategie di guerra moderne e nulla
viene lasciato al caso; tutto viene pianificato e
programmato al fine di poter godere del massimo impatto
mediatico, a copertura e motivazione, civile e militare.
Atti violenti e controproducenti per
tutto l'islam sono organici (spesso false-flags) ad
apparizioni sugli schermi televisivi internazionali
degli "uomini più potenti della Terra", ripresi mentre
conversano cordialmente con i loro capi religiosi,
evangelisti, battisti, anglicani o luterani, all'uscita
delle loro assemblee domenicali. Qualcuno di loro
addirittura fa trapelare alla
stampa l'intenzione
di volersi forse convertire alla Religione Cattolica,
fresco fresco di bombardamenti a tappeto sulla
popolazione civile, per lo più musulmana, e con la
faccia tosta di volersi improvvisare pacere tra l'ultima
versione di un colonialismo particolarmente aggressivo e
perfidamente ammantato di "democrazia", e una
popolazioine autoctona decimata, stremata, esiliata,
prigioniera nella sua stessa terra da parte di milizie
venute da lontano e che parlano lingue straniere. È
ovvio che mi riferisco qui all'occupazione della
Palestina, avvallata dalla politica imperiale
britannica, ed alla riduzione in stato di schiavitù
della popolazione araba da parte dello stato sionista
d'Israele.
Una politica, quella sionista, che fa
acqua da tutte le parti ormai e che è osteggiata sempre
più da parte di un sempre crescente numero di giudei
sparsi nel mondo e sullo stesso suolo israeliano.
L'unica cosa che potrà
permettere la sopravvivenza d'Israele sarà, come
convengono anche i giornalisti Anna Momigliano e Mauro
Manno (di cui riportiamo gli interessanti articoli
d'analisi a fondo pagina), la conversione alla laicità
dello stato d'Israele: cioè la fine dell'esclusivismo
segregazionista sionista.
A queste voci schiette, cui potremmo
aggiungere, seppur su posizioni politiche
ideali opposte, quelle di giornalisti quali Maurizio
Blondet o Domenico Savino, se ne contrappongono altre:
quelle della propaganda di guerra, appunto. Al partito
trasversale della verità ad ogni costo si contrappone
l'altro partito trasversale della menzogna a tutti i
costi.
Il mondo in cui viviamo oggi
è la fiera dell'assurdo e coloro che si fanno, a
chiacchiere ed in certe occasioni particolari, difensori
di diversità, magari sessuali o suicide, chiedendo a
gran voce giustizia e diritti, sono poi quelli che più
di altri sostengono le politiche omicide e
delinquenziali a scapito dei settori più deboli
dell'umanità. In un mondo che va alla rovescia, dove
l'abominio viene presentato quale normalità, e la norma
quale un anacronismo, non c'è di che stupirsi. Le sane
facoltà intellettuali, atte al discernimento e alla
discriminazione tra vero e falso, tra buono e non buono,
sono drogate da una propaganda su larga scala che fa
leva sulla superficialità, quando non assenza
totale, d'analisi e sull'imbarbarimento della nostra
civiltà in eclisse.
Accanto a giornalisti in buona fede, che
a forza di leggere e fidarsi solo delle solite fonti
d'informazione, filtrate e controllate, hanno confuso
aggressori e aggrediti, mettendo sullo stesso piano chi
è prigioniero da chi detiene le chiavi dei Muri, chi è
stato derubato di terra e casa da chi se ne è
impadronito fraudolentemente, troviamo invece malelingue
coscienti e perfidi falsari della realtà a proprio
personale vantaggio e tornaconto, professionale e anche
di più.
Mentre per i primi
possiamo solo sperare che la loro onestà intellettuale
prevalga, facendo luce tra le tenebre dell'informazione
distorta da cui siamo sommersi, per i secondi nutriamo
solo pena, per lo spreco delle grazie ricevute, e
disprezzo, per la loro scelta di campo al fianco del
"mentitore ed omicida sin dall'inizio".
Ma le bugie hanno le gambe corte, specie
in quest'epoca di globalizzazione e di divulgazione
dell'informazione a velocità supersonica. La verità,
oggi come non mai, è alla portata dì tutti: basta la si
voglia ricercare. Solo la nostra accidia ed il nostro
orgoglio possono ostacolarci.
Quello che segue,
"Un amico giornalista ci scrive",
è il contributo di un nostro amico e corrispondente,
giornalista, che mette in risalto alcune delle
contraddizioni di un certo "giornalismo" di pessima
qualità deontologica, ma che gode di grande risalto e
copertura presso certa stampa. (Allegati allo stesso
sono i due documenti cui il nostro amico giornalista fa
riferimento).
Seguono gli articoli di Mauro Manno, Anna
Momigliano e Luisa Morgantini, dei quali pur,
essendo lontani e divergenti in quanto a posizioni
filosofiche ed ideali, non possiamo non riconoscerne e
stimarne l'onestà intellettuale ed il coraggio
d'espressione. Purtroppo non possiamo dire lo stesso
della maggioranza di coloro a cui ci dovremmo sentire
più idealmente vicini, non fosse per il loro palese
ipocrita opportunismo e servilismo che li fa salire sul
carro sbagliato della storia. Ferme restando le
eccezioni, da cui ci aspetteremmo più coraggio,
chiarezza e determinazione nella denuncia e nel chiamare
le cose con il proprio vero nome. Perchè un furto è un
furto, ed un atto criminale è un atto criminale, anche
se chi lo commette ci fa paura e "dialoga", mantenendo
uno stato di ricatto permanente su persone e soggetti
politici.
E ancora articoli di
cronaca a testimonianza dei disastri provocati da una
politica ferocemente disumana. Gli
incendi di vaste zone coltivate a giardini d'ulivo
e frutteto, di proprietà araba palestinese intorno a
Nablus, da parte di coloni israeliti coperti
dalle milizie di Tsahal, approfittando dello stato di
divisione e confusione, non porterà nulla di buono come
contropartita e non potrà che aggravare le tensioni
nell'area, rendendo il processo di pace sempre più
utopico e buono solo a riempire di belle parole pagine
altrimenti destinate a restare vuote. Perchè non ci
potrà mai essere pace senza un serio impegno alla
giustizia, nel riconoscimento dei diritti calpestati da
parte di un'intera popolazione, di generazione in
generazione. Se Israele vuole sicurezza, riconoscimento
e diritto ad un posto nella storia, deve saper dare
altrettanto riconoscimento, diritto e sicurezza alla
popolazione araba di Terra Santa, che pre-esisteva alla
formazione dello stato sionista. Senza escludere alcuna
componente della popolazione dalla futura ipotetica
conferenza di pace.
Ma lo stato d'Israele desidera
veramente la pace? O è solo la "pace dei sensi"
della popolazione araba palestinese che persegue? Perchè
da una seria trattativa di pace, che preveda il diritto
al ritorno dei profughi (se viene favorito, finanziato e
garantito il diritto al "ritorno" a giudei kazari
convertiti, senza una stilla di sangue ebraico in corpo
e che mai hanno messo piede in MedioOriente, perchè mai
non ne avrebbero diritto coloro che ivi sono nati e
cresciuti?), con la conseguente restituzione dei
territori rubati...pardon, occupati, l'abbattimento dei
Muri-lager, il risarcimento degli ingenti danni subiti
durante l'occupazione, il rilascio dei circa 11mila
prigionieri politici, l'Israele sionista avrebbe solo da
perderci.
Da qui è evidente perchè
si siano rimandate negli anni tutte le possibili
soluzioni del problema israelo-palestinese, spostando le
responsabilità per i mancati accordi sulle spalle di
coloro che realmente desidererebbero quella pace
e dignità che vedono quotidianamente calpestate.
Un prezzo troppo caro
per Israele, quello di riconoscere di avere pari dignità
e diritti da condividere con i fratellastri semiti
ismaeliti e cristiani. Un prezzo che il fanatismo
sionista non sarà mai disposto a pagare. Eppure non c'è
altra via d'uscita, a meno che di non voler ammazzare
tutti i palestinesi: ricercare e condividere con tutte
le parti in campo l'impegno al reciproco rispetto e
diritto ad esistere.
Senza voler escludere
alcuna componente e senza tirare in ballo etichettature
e liste di proscrizione.
Il terrorismo è stato a lungo ed è
tutt'ora praticato da tutte le fazioni in campo, chi
più, chi meno.
Le azioni d'incursione delle milizie
sioniste entro le enclavi palestinesi, spargendo terrore
tra la popolazione civile e causando molte vittime,
spesso bambini, non possono non essere definite atti
terroristici. E lo stesso dicasi per i così detti
"omicidi mirati", che quasi sempre atterrano o rendono
permanentemente invalidi cittadini innocenti. Idem per
quel che riguarda i bombardamenti israeliani in aree
palestinesi densamente popolate, con il conseguentemente
abbattimento di palazzine entro le quali vivevano nuclei
familiari interi. Così come atti di puro terrorismo sono
qualificabili gli attacchi a interi villaggi palestinesi
di pastori ed agricoltori, causando la morte di gran
parte degli abitanti e la fuga in un esodo precipitoso
dei superstiti. Provocare la morte di civili ai posti di
blocco, per omissione di soccorso, è un altro atto di
terrorismo. La lista degli attentati terroristici da
parte di Tsahal è purtroppo lunga e pare non abbia
intenzione d'arrestarsi.
Sicuramente gli attacchi palestinesi con
razzi impazziti a Sderot sono inaccettabili. Ma le mani
più sporche di sangue innocente sono di gran lunga
quelle israeliane sioniste.
Come pretendere quindi di escludere o
includere nelle trattative di pace solo alcuni e non
altri? E se mancano i protagonisti veri del conflitto,
al tavolo delle trattative, con chi si tratta? Con le
comparse? In questo modo non sarà una ricerca di pace,
ma una farsa. Sicuramente è quello che vuole la
leadership israeliana odierna. Speriamo che all'interno
del Quartetto qualche voce riesca a cantare fuori dal
coro con vigore più forte che nel passato. Altrimenti
sarà, o l'ecatombe, o un tunnel di dolore ancora molto
lungo da percorrere.
Dio salvi la Terra Santa.
Filippo Fortunato Pilato
24-7-2007
Un amico giornalista ci scrive
Magdi Allam non è senz'altro un
giornalista insignificante. Tante sue battaglie contro una
immigrazione incontrollata e contro il fondamentalismo
islamico in Italia sono lodevoli e coraggiose. Eppure il
suo ultimo libro, "Viva Israele", ha suscitato un
polverone. Contro di lui si sono schierati anche
giornalisti cattolici, come Franco Cardini, Bensi e
Bernardelli di Avvenire, e Camille Eid, anch'egli di
Avvenire, non certo sospetto di buonismo e filo-islamismo,
essendo un cristiano libanese ed avendo scritto diversi
libri sulle persecuzioni musulmane ai danni dei cristiani,
insieme al giornalista Paolucci. Cosa c'è, allora che
desta perplessità? Senza dubbio la straordinaria carriera
in un giornale laicista come il Corriere della Sera. Allam
fa continua professione di credere nella "sacralità della
vita", definendo Israele il cuore di tale sacralità.
Eppure il Corriere è un giornale abortista, contrario alla
legge 40, favorevole al testamento biologico...tutto
tranne che un quotidiano per la vita. E Allam non ha mai
scritto nulla in disaccordo dal suo direttore, su questi
temi. Il direttore, Paolo Mieli, che è un ebreo sionista,
quindi piuttosto favorevole alle guerre in Iraq e
all'ultima guerra di Isreale in Libano. Guerre a cui si è
sempre dichiarato favorevole anche Magdi Allam, arrivando
in diverse occasioni a criticare, indirettamente, la
posizione della Santa Sede, contraria ad entrambe. Allam,
inoltre, è assai favorevole al muro in Israele. A pagina
188 e 189 del libro citato, si dice: " Che gli israeliani
non chiamano 'muro', come è in voga tra i suoi critici, e
neppure 'barriera', come usano le Nazioni unite, ma
semplicemente 'recinto'. E correttamente, perchè al 94%
consta di tralicci e reti metalliche facilmente
rimovibili". Si enuncia inoltre che il "recinto" è ottima
scelta, perchè ha diminuito le vittime israeliane, nel
2005, a 45, contro le 117 del 2004 e le vittime
palestinesi a 255, nel 2005, contro le 881 del 2004
(queste cifre, benchè Allam sostenga sempre la opima bontà
dei militari israeliani e la malvagiutà intrinseca e
congenita dei palestinesi, la dicono lunga su chi
veramente muore di più, in Israele!). Questa visione dei
fatti è esattamente l'opposto della visione della chiesa
cattolica, che ha sempre condannato il muro, nella persona
di Giovanni Paolo II, e in quella dei suoi missionari,
come si può ben vedere leggendo sui siti cattolici
www.asianews.it e www.terrasanta.net, in cui si raccontano
sovente la disperazione dei frati francescani e delle
suore di Betlemme dinanzi alla prigionia terribile
costituita dal "Muro" (Documento 1).
Destano
perplessità, per giunta, numerose altre ricostruzioni
manichee dela storia di Israele e della questione
palestinese, e i ringraziamenti posti in appendice al
libro: Allam vanta di aver ricevuto premi in Israele, di
essere debitore della sua "ideologia della vita", e quindi
di Israele, agli ebrei Fiamma Nirenstein e Angelo Pezzana,
non proprio difensori della vita: entrambi filo radicali,
abortisti, ed avendo la N. lottato contro la legge 40
sulla procreazione medicalmente assistita, e Pezzana per
il riconoscimento della naturalità del rapporto
omosessuale (è fondatore del primo movimento omosessuale
radicale). Si ringraziono inoltre Paolo Mieli, Amos
Luzzatto, sempre critico verso la chiesa cattolica, e
personaggi come Miriam Mafai, giornalista di Repubblica,
da sempre avversaria veemente della vita e della chiesa.
Il tutto, va ripetuto, all'interno di una visione
manichea, secondo la quale tutto ciò che Israele fa è
automaticamente bene, mentre i palestinesi sarebbero
sempre e solo assetati di sangue, per nulla spinti ad una
"reazione" dovuta anche ad umiliazioni e povertà, ma
semplicemente desiderosi di sangue e di morte per cieca
ideologia e solo quella (si noti che la posizione del
vecchio Allam, collaboratore del Manifesto, era
esattamente opposta, con la stessa ottusa parzialità).
Infine, stonano le simpatie verso il partito radicale
(considera la Bonino uno dei migliori politici italiani,
alla faccia della "sacralità della vita") e il discorso
tenuto alla manifestazione del 4 luglio per i cristiani
perseguitati, in cui in fondo Allam si è limitato ad
utilizzare strumentalmente le persecuzioni islamiche
contro i cristiani, per occultare le colpe degli
Usa-guerre in Iraq- e quelle di Israele ( le 3 guerre di
Israele contro il Libano cristiano) (Documento 2),
con le dichiarazioni di presuli cattolci delle chiese
orientali sulla manifestazione di Allam.
Documento1.
Primo marzo contro il Muro
di Elena Seno Milano, 23 febbraio 2007
Ogni
venerdì alcune suore di Betlemme pregano lungo il muro
che divide, anche attorno alla città che ha visto
nascere Gesù, gli israeliani dai palestinesi. Le loro
voci sono arrivate fino all'Italia e il prossimo primo
marzo molte comunità di cristiani, parrocchie, gruppi di
credenti, dal Trentino fino alla Sicilia, si uniranno
alla Terra Santa in una giornata di preghiera. «Mai come
questa volta - spiega don Nandino Capovilla di Pax
Christi, che aderisce alla giornata di
sensibilizzazione contro il Muro - risponderemo ad un
appello. Le suore del Caritas Baby Hospital ci
chiedono infatti di non dimenticare cosa sta accadendo
in Israele e nei Territori palestinesi». L'iniziativa è
stata chiamata Un ponte per Betlemme. Il
riferimento è alle parole di Giovanni Paolo II che nel
novembre 2003, invocando la pace, disse: «Non di muri ha
bisogno la Terra Santa ma di ponti!». Un appello rimasto
inascoltato. La prima pietra della «barriera di
sicurezza», come viene definito il Muro dagli
israeliani, è stata posta il primo marzo del 2004. Da
allora cristiani, arabi ed ebrei vivono separati da
pareti di cemento alte fino a 9 metri, da filo spinato e
dai militari dei check point, unici punti di
raccordo rimasti. «È una prigione a cielo aperto», hanno
scritto le suore di Betlemme nella lettera che hanno
inviato agli amici in occasione dello scorso Natale.
«Come titolo del loro racconto - aggiunge don Nandino -
hanno scelto Perché trattate così Betlemme?. Il
verbo "trattate" include anche noi: siamo tutti
responsabili. Sul Muro e sulle vere ragioni di questo
conflitto c'è troppo silenzio». Centinaia di migliaia di
ulivi sradicati, più di 40 pozzi persi, case, fattorie,
edifici abbattuti: queste sono le conseguenze materiali
del «Muro dell'apartheid» come lo chiamano invece i
palestinesi. Ci sono poi le storie delle persone, delle
loro vite distrutte per fare spazio al muro. La casa di
Hassan è completamente circondata da una parete di
cemento armato alta diversi metri, un'assurdità che
prosegue anche lungo la stradina sterrata che conduce
fino all'abitazione, ormai unica via di accesso rimasta.
Al primo piano della casa ci sono ancora le vetrine e le
insegne di una rivendita di pezzi di ricambio per
automobili e di un negozio di articoli per la casa.
Erano le attività di Hassan e della sua famiglia, ma
dopo la costruzione del muro i clienti non sono più
arrivati. I negozi sono stati chiusi. Intanto i figli di
Hassan soffrono di problemi psicologici, si sentono come
topi in gabbia. Questa storia e il resoconto di altre
sofferenze, nate lungo il tracciato del Muro, emergono
nel dvd Andiamo a Betlemme per vedere cosa sta
accadendo, preparato in occasione della giornata di
sensibilizzazione. «Oltre al filmato - aggiunge don
Nandino - sono a disposizione sussidi di preghiera e le
lettere delle suore del Caritas Baby Hospital»
(scaricabili dal sito web di Pax Christi). Il
logo dell'iniziativa è un ponte stilizzato blu che rompe
una barriera bianca. «Quando suor Silvia ha visto questo
simbolo - racconta don Nandino - mi ha scritto da
Betlemme tutta entusiasta, vorrebbe farne degli enormi
manifesti». Forse suor Silvia spera, come molte altre
persone che vivono in Terra Santa, che il loro destino
non sia più rappresentato dal Muro segno di divisione,
ma diventi davvero un ponte, segno di unione.
Documento 2.
Per salvare i cristiani salviamo la pace
di Giuseppe Caffulli, commissario di Terrasanta, Milano,
10 luglio 2007
La
manifestazione «Salviamo i cristiani», svoltasi il 4
luglio scorso in piazza Santi Apostoli a Roma per
richiamare l'attenzione sulla situazione dei cristiani
in Medio Oriente ha suscitato un qualche interesse anche
in quelle terre e in quei leader ecclesiali che si
trovano a fronteggiare in prima persona i problemi delle
loro comunità cristiane. I commenti alla manifestazione
(voluta dal giornalista egiziano Madgi Allam e alla
quale hanno partecipato, oltre a migliaia di comuni
cittadini, diverse personalità del panorama politico
italiano) ci permettono di cogliere le differenti
sensibilità presenti in Terra Santa e Medio Oriente.
Abbiamo raccolto alcune prese di posizione e spunti che
vi proponiamo mentre è in corso la visita ufficiale del
primo ministro italiano Romano Prodi in Israele e presso
l'Autorità Palestinese. Da Gerusalemme i toni usati da
mons. Fouad Twal - vescovo coadiutore destinato a
succedere il prossimo anno al patriarca latino Michel
Sabbah - sono accorati. Riflettono la situazione di
grande difficoltà generata dal conflitto
israelo-palestinese e la tensione delle ultime
settimane: «Siamo molto grati per questo genere di
manifestazioni. Ma mi chiedo: quali strategie concrete
sono state messe in atto per salvare i cristiani dopo la
manifestazione e dopo i discorsi? Non possiamo salvare
solo i cristiani. Dobbiamo salvare il Medio Oriente,
salvare la pace. I cristiani non sono in un ghetto. Sono
abitanti del Medio Oriente , come i musulmani. Siamo
stanchi di sentire parlare di processo di pace. Noi
vogliamo direttamente la pace. Ringraziamo per gli aiuti
materiali ed economici, ma noi vogliamo vedere un piano
di pace chiaro, un orizzonte politico, un limite
temporale entro il quale veder cessare l'occupazione
militare israeliana e assistere alla nascita di uno
Stato palestinese stabile, capace di mettere ordine e
disciplina». Monsignor Paul Hinder, vescovo cappuccino
di nazionalità svizzera che risiede ad Abu Dhabi come
responsabile del vicariato d'Arabia, pone l'accento sul
dilemma che iniziative come quella di Roma rischiano di
scatenare in seno all'islam moderato: «Quelli che ne
fanno parte saranno combattuti tra il desiderio di
manifestare solidarietà e la paura di essere considerati
come "occidentali" che tradiscono la loro tradizione
religiosa e culturale, se si oppongono alle forze
radicali. Sono ancora pochi gli imam e i
leader che hanno il coraggio di condannare la
persecuzione e l'uccisione dei cristiani in Iraq e
altrove. Manca il coraggio di affrontare il problema;
non basta dichiarare l'islam come religione di pace
senza poi andare al fondo della questione. Da dove viene
il potenziale di violenza? È inerente o no alla
religione stessa? Il mondo musulmano (soprattutto arabo)
carezza troppo la convinzione essere vittima di una
campagna occidentale anti-islamica. In questo modo, è
difficile aprire gli occhi sulle vere radici dei
problemi. I cristiani in molti Paesi si trovano in una
situazione di oggettiva difficoltà, se non di
persecuzione. Ma i musulmani arabi non possono o non
vogliono capire che la fuga dei cristiani non è dovuta
soltanto ai problemi economici e politici, ma anche alla
minaccia crescente dell'islam fondamentalista». Da
Tunisi mons. Maroun Laham, di origine giordana, pone
subito qualche distinguo: «È vero che in qualche Paese
del Medio Oriente (l'Iraq e l'Egitto, ad esempio) ci
sono grossi problemi per i cristiani. Il fatto è che le
manifestazioni pubbliche in questo senso non sono la
soluzione, specialmente quando sono più intese alla
lotta contro l'islam che non alla difesa dei cristiani.
Penso che per aiutare i cristiani di Terra Santa e nel
Medio Oriente serva lavorare in due direzioni: anzitutto
trovare soluzioni ai problemi politici ed economici di
questi Paesi (una volta ottenuta la pace e la giustizia
sociale, cristiani e musulmani arabi troveranno il modo
di vivere insieme, come per altro hanno fatto per
secoli). In secondo luogo bisogna aiutare i cristiani
arabi ad inserirsi meglio nel contesto storico e
culturale nel quale il Signore li ha posti e nel quale
sono chiamati a dare la propria testimonianza di fede.
Alimentare un sentimento di persecuzione non serve.
Anzi, può essere controproducente».
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