
Di lui si è parlato
per oltre mezzo secolo. L'evocare il suo nome significa ancora oggi
creare imbarazzo, sdegno, scandalo. La sua autobiografia,
Before the Dawn
("Prima dell'alba") splendido racconto di una conversione, non è mai
stata pubblicata in Italia, nonostante il protagonista abbia vissuto
nel nostro Paese la maggior parte della sua vita. Israel Zoller,
italianizzato Italo Zolli, il rabbino capo di Roma che nel 1944 decise
di chiedere alla Chiesa cattolica il battesimo - prendendo il nome di
Eugenio in onore di Pio XII - perché era "arrivato" all'incontro
decisivo con il Messia delle Sacre Scritture, è un personaggio
cancellato dalla memoria della comunità ebraica e dimenticato dai
cristiani.
(Eugenio Zolli,
L'Ebraismo, Editrice Studium, Roma 1953, p. 57)
Il mistero svelato di Israel Zolli rabbino
che volle farsi cattolico Per la prima volta dagli archivi della
comunità ebraica la storia della clamorosa conversione nella Roma del
' 45 ( Corriere della Sera, 3 giugno 2006):
Se avvenisse
oggi, in un' epoca di dialogo interreligioso, la conversione di un
rabbino al cattolicesimo non farebbe scalpore. Ma oltre sessant' anni
fa, nel febbraio 1945, la notizia che Israel Zolli, rabbino capo di
una comunità particolarmente segnata dalle persecuzioni naziste come
quella romana, si era appena battezzato sollevò discussioni e
polemiche destinate a durare decenni, non solo in Italia.
Da parte
ebraica, Zolli - che aveva esercitato le sue funzioni fino al giorno
precedente la conversione - venne considerato un traditore del suo
popolo; da parte cattolica, invece, la scelta dell' ex rabbino,
che convertendosi aveva assunto il nome di Eugenio per
gratitudine verso un pontefice che aveva aiutato gli ebrei, è
stata più volte richiamata in relazione alle polemiche sui presunti
silenzi di Pio XII di fronte alla Shoah.
Ma ora tutta la
vicenda può essere finalmente esaminata sotto una nuova luce grazie al
libro di un giovane studioso, Gabriele Rigano, basato per la prima
volta su una documentazione assai ampia e di straordinario interesse.
In particolare, l' aver avuto accesso all' archivio dell' Unione delle
comunità ebraiche ha consentito all' autore di inserire la vicenda di
Zolli nel quadro delle polemiche accesissime che attraversarono negli
anni Trenta l' ebraismo italiano. Quando Zolli, rabbino capo di
Trieste, venne chiamato a Roma, nel settembre 1939, la persecuzione
antiebraica era già all' opera da alcuni mesi (lo stesso rabbino era
stato appena privato della cittadinanza italiana che, nato in Galizia,
aveva preso nel 1922).
Eppure, in una situazione così grave, la comunità ebraica romana
sembrava soprattutto dilaniata dalla lotta tra due correnti, divise
perfino sull' atteggiamento da assumere di fronte al regime.
Per quanto possa apparire sorprendente, infatti, molti ebrei
erano animati da un sentimento patriottico così forte da condurli a
difendere (ancora dopo le leggi razziali!) posizioni filofasciste.
Aldo Ascoli,
presidente della comunità ebraica romana, nel dicembre 1938
rivendicava la necessità di aderire «con vero cuore alla Patria
Fascista» e di collaborare lealmente con uno Stato «diventato grande»
grazie al Duce. Fu appunto in questo genere di polemiche che si trovò
coinvolto suo malgrado il nuovo rabbino Zolli, che tuttavia riuscì a
stabilire rapporti almeno formalmente buoni con i nuovi vertici della
comunità, a cominciare dal presidente Ugo Foà, che nel 1940 aveva
sostituito il filofascista Ascoli, assumendo una posizione più ferma
nei confronti del regime.
Ma tra il
settembre e l' ottobre 1943, nei circa trenta giorni che vanno dall'
occupazione tedesca della capitale alla razzia del ghetto, si verifica
una crisi decisiva nei rapporti tra il rabbino e la comunità. Zolli
ritiene infatti che gli ebrei debbano disperdersi, quasi - diremmo
oggi - passare alla clandestinità, poiché prevede
(giustamente) che quanto è avvenuto altrove in Europa ai loro danni è
destinato a verificarsi presto anche a Roma. La sua stessa
origine di ebreo galiziano, che ha conosciuto l' antisemitismo
violento dell' Europa orientale, oltre che le notizie ricevute
direttamente dalla Germania lo inducono a non farsi illusioni sul
comportamento dei nazisti.
I
vertici della comunità, invece, pensano che sia possibile comportarsi
con i tedeschi come si è fatto per cinque anni con il governo
fascista, garantendosi una situazione di relativa tranquillità.
«Anche le autorità tedesche sono interessate al buon ordine»,
è la stupefacente opinione di Foà, il quale invita dunque Zolli a non
suscitare pericolosi allarmismi. A fine settembre il rabbino prende
atto della situazione e decide di rendersi irreperibile. In tal modo
si salva da una morte quasi certa (di lì a poco, la sua casa sarà la
prima ad essere violata dai tedeschi), ma separa anche il proprio
destino da quello della comunità ebraica romana. Il 16 ottobre avviene
infatti la razzia del ghetto, seguita dalla deportazione ad Auschwitz
di oltre mille ebrei (la gran parte dei quali verrà uccisa il giorno
stesso dell' arrivo).
Era dunque
inevitabile che dopo la liberazione di Roma del giugno ' 44 i rapporti
tra Zolli e la comunità fossero tesissimi: il rabbino, accusato di
aver abbandonato il suo posto nel momento del pericolo, imputava a sua
volta ai capi dell' ebraismo romano di aver obiettivamente favorito,
con la loro passività, la razzia tedesca. Senonché, la destituzione di
Zolli venne allora bloccata dall' intervento del governo militare
alleato, che decapitò i vertici della comunità nella convinzione
(errata) che, essendo stati eletti in epoca fascista, fossero
compromessi con il regime.
Da parte di
Zolli, la decisione di convertirsi matura in un clima fattosi per lui
sempre più pesante. Per alcuni mesi appare effettivamente indeciso:
tenta in ogni modo di non perdere il posto di rabbino, ma inizia anche
a valutare la prospettiva di diventare cattolico. Come scrive Rigano,
«almeno fino al gennaio 1945», dunque fino alla vigilia della
conversione, Zolli «non volle chiudersi nessuna via d' uscita».
Sembrerebbe dunque inevitabile concludere che tale conversione fosse
dovuta in buona misura a considerazioni pratiche, legate all' ostilità
nei suoi confronti diffusa nell' ebraismo romano.
E tuttavia
dalla ricerca di Rigano emerge che, se un tale scontro fece
precipitare la decisione, questa era anche il risultato di una lunga
maturazione, a partire dal modo in cui Zolli aveva sempre considerato
l' ebraismo e l' esperienza religiosa in generale. Nelle sue memorie,
pubblicate negli Stati Uniti nel 1954, Zolli assegnò una funzione
essenziale alla visione di Cristo avuta proprio durante la
celebrazione dello Yom Kippur, nel settembre 1944. Tuttavia l'
episodio, pur continuamente citato dalla letteratura di parte
cattolica, andrebbe considerato, secondo Rigano, come frutto di una
successiva reinterpretazione personale: non a caso compare nella
traduzione inglese, mentre è assente nella versione originale delle
memorie, scritta in italiano e rimasta inedita fino a pochi anni fa.
Ma
effettivamente la figura di Cristo aveva sempre esercitato su Zolli un
fascino notevole, ben prima che si affacciasse la possibilità
di una conversione, che va probabilmente spiegata (nei limiti,
ovviamente, in cui è lecito tentare di spiegare decisioni del genere)
in relazione a una concezione della religione fortemente
caratterizzata in senso mistico, con la propensione a sottolineare le
«grandi somiglianze» esistenti tra i vari sistemi religiosi. A
giudizio di Rigano ci troveremmo dunque di fronte a un' esistenza
liminare tra ebraismo e cristianesimo, a uno spirito religioso che
tendeva a dare un' importanza relativa agli apparati dogmatici e alle
divisioni di fede.
Del resto
Zolli, come aveva dedicato da ebreo alcuni studi importanti alla
figura di Cristo, continuò a manifestare da cattolico «una
passione affettuosa» per il popolo di Israele. Tanto che nel
febbraio 1945, subito dopo la conversione, ricevuto da Pio XII, gli
domandò se fosse possibile eliminare, nella liturgia del Venerdì
Santo, l' aggettivo «perfidi» attribuito ai giudei (che però in latino
significava letteralemnte: che non hanno la vera fede,ndr).
Quasi che,
essendo diventato cattolico, non avesse cessato d' essere e di
sentirsi, almeno in parte, anche ebreo. il saggio Il saggio di
Gabriele Rigano «Il caso Zolli. L' itinerario di un intellettuale in
bilico tra fedi, culture e nazioni» (pagine 434, 29,50) è edito da
Guerini e Associati Israel Zolli (1881-1956) fu rabbino capo di Roma e
si convertì al cattolicesimo. Le sue memorie, intitolate «Prima dell'
alba», sono edite in Italia dalla San Paolo, che su Zolli ha
pubblicato anche il libro di Judith Cabaud «Il rabbino che si
arrese a Cristo».
Inoltre:
Di lui si è parlato per oltre mezzo secolo.
L'evocare il suo nome significa ancora oggi creare imbarazzo, sdegno,
scandalo. La sua autobiografia,
Before the Dawn ("Prima
dell'alba"
http://www.libertaepersona.org/dblog/Zolli-batt.htm)
splendido racconto di una conversione, non è mai stata pubblicata in
Italia, nonostante il protagonista abbia vissuto nel nostro Paese la
maggior parte della sua vita. Israel Zoller, italianizzato Italo
Zolli, il rabbino capo di Roma che nel 1944 decise di chiedere alla
Chiesa cattolica il battesimo - prendendo il nome di Eugenio in onore
di Pio XII - perché era "arrivato" all'incontro decisivo con il Messia
delle Sacre Scritture, è un personaggio cancellato dalla memoria della
comunità ebraica e dimenticato dai cristiani.
Eppure, proprio nella storia di un grande
studioso che disse di non aver rinnegato nulla del suo passato
d'israelita ma soltanto di aver portato a compimento un percorso che
dall'Antico Testamento porta a Cristo, è possibile ritrovare un
originale spunto per una maggiore reciproca conoscenza tra cattolici
ed ebrei.
È stata un'altra ebrea convertita, Judith
Cabaud, a pubblicare la prima biografia di Zolli, tradotta in italiano
dalla San Paolo (Il
rabbino che si arrese a Cristo). Zolli era nato a
Brodi, in Galizia nel settembre 1881, da una famiglia rabbinica
benestante che perse poco dopo le sue ricchezze, confiscate dalla
Russia zarista.
Fin da piccolo, Israel rimane colpito dalla
figura di Gesù. Lo aveva visto la prima volta appeso a un muro, nella
casa di un compagno di scuola e aveva chiesto: "Chi è quell'uomo
crocifisso come un criminale?". Trasferitosi in Italia ai primi del
Novecento, ottiene la laurea in Filosofia e diventa vice-rabbino e
quindi rabbino capo di Trieste.
Nel 1938 pubblica un libro intitolato
Il Nazareno, dedicato alla figura di Gesù. Nel volume,
frutto di studi approfonditi, Israel non nasconde la sua crescente
ammirazione per Cristo e arriva a scrivere che il Nazareno è colui che
era stato annunciato da Isaia. Il rabbino si è dunque già convinto che
il cristianesimo sia la continuazione e il compimento dell'ebraismo.
in Europa, in quel periodo, il libro di Zolli passa inosservato: sono
ben altre le preoccupazioni della comunità ebraica alla vigilia dello
scoppio della seconda guerra mondiale, quando gli israeliti sono già
da tempo vittime della barbara persecuzione nazista. Israel non
intende compiere il passo definitivo in un momento così grave, non
vuole che si possa neanche lontanamente pensare che lascia la
religione dei suoi padri per aver salva la vita.
Nel 1940 gli viene offerto l'incarico di
rabbino capo di Roma, cioè della più importante ed antica comunità
ebraica della diaspora. La scelta cade su di lui non soltanto perché è
uno studioso di grande valore, ma anche perché, dal punto di vista
politico, è assolutamente al di sopra delle parti. Da anni, lui che
conosceva il tedesco e aveva letto le farneticanti opere hitleriane in
lingua originale, andava gridando la sua preoccupazione per la sorte
degli ebrei. Molti dei capi della comunità romana, invece, sono
collaboratori leali del governo fascista, e si credono fuori pericolo.
Dopo l'occupazione di Roma da parte dei
tedeschi, l'8 settembre 1943, a nulla servono gli avvertimenti di
Zolli, che invita i suoi correligionari a darsi alla macchia, e
vorrebbe chiudere la Sinagoga, far sparire gli elenchi con i nomi
degli israeliti. Il presidente della comunità, Ugo Foà, non gli dà
ascolto, ma anzi lo accusano di essere un codardo. Quando la Gestapo
mette una forte taglia sulla sua testa - il rabbino era il primo ad
essere catturato e ucciso quando i nazisti mettevano le mani su una
città - Zolli si rifugia in casa di amici cristiani, ma lascia il
recapito di un intermediario e dunque può essere rintracciato in ogni
momento dai membri della comunità.
Quando il colonnello Herbert Kappler chiede
agli ebrei un riscatto di cinquanta chili d'oro per risparmiare loro
la deportazione, Israel Zolli va personalmente in Vaticano a
chiedere aiuto. Il Papa Pio XII dispone che l'oro mancante venga messo
a disposizione, ma non servirà, dato che i romani hanno
risposto generosamente all'appello e la comunità ebraica è riuscita da
sola a mettere insieme il prezioso metallo. Il riscatto non servirà
purtroppo ad evitare il terribile rastrellamento dei Ghetto di Roma,
che avviene il 16 ottobre.
I capi della comunità che deridevano Zolli
sono costretti a fuggire, oltre duemila saranno deportati, quasi tutti
non faranno mai ritorno dai lager nazisti. Alla fine della guerra, gli
Alleati richiamano Zolli come rabbino capo: non è mai stato un
collaborazionista, ma si rifiuta di accusare i suoi correligionari di
fronte alle autorità americane.
Nel settembre 1944, durante la festa dello
Yom Kippur nella Sinagoga di Roma, il rabbino ha una visione. Gesù gli
appare e gli dice che quella sarebbe stata l'ultima volta che
celebrava in quel luogo. Il 13 febbraio 1945, in gran segreto, riceve
il battesimo, seguito nei mesi successivi dalla moglie e dalla figlia.
Sceglie il nome di Eugenio, perché, spiega "L’ebraismo mondiale ha un
debito di grande gratitudine verso Pio XII". Gli ebrei fanno di tutto
per dissuaderlo: gli vengono offerte dagli Usa cifre esorbitanti di
denaro. Sarà da allora dipinto come un "serpente", un "traditore". Per
anni lui e la sua famiglia, che vivrà in assoluta povertà, sarà
oggetto di ingiurie, al punto da vedersi costretto a rifugiarsi
nell'università dei Gesuiti. Eugenio Zolli, l’"arrivato", morirà nel
marzo 1956.
Ricorda: "Gesù che avrebbe potuto
convertire le pietre in pane, digiuna per quaranta giorni nel deserto;
egli che avrebbe potuto chiamare in sua difesa intere legioni di
angeli, comanda a Pietro di rinfoderare la spada con cui ha tagliato
l'orecchio di Malco; ma egli ridona la vista ai ciechi, monda i
lebbrosi, risuscita i morti; egli combatte contro un nemico solo: il
male; e i nemici vanno perdonati e fatti oggetto di preghiere al
Padre". (Eugenio Zolli, L'Ebraismo, Editrice Studium, Roma
1953, p. 57).
Bibliografia
Judth Cabaud, Il rabbino che
s'arrese a Cristo, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 2002.
Eugenio Zolli, Before the dawn, riflessioni autobiografiche,
Sheed and Ward, New York 1954. Eugenio Zolli, Christus,
Edizioni AVE, Roma 1946.
Eugenio Zolli, L'Ebraismo, Editrice Studium, Roma 1953.
http://www.nostreradici.it/Zolli-compimento.htm
Libertà e
Persona - 17/01/2010
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