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DISSENSO CATTOLICO
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ALCUNE
DICHIARAZIONI E SCELTE, FATTE DA MEMBRI DELLA GERARCHIA CATTOLICA
(ANCHE DI TERRA SANTA)
CI TROVANO DECISAMENTE IN DISACCORDO, CI LASCIANO L'AMARO
NELL'ANIMO, E CI OBBLIGANO AD UN DISSENSO PUBBLICO MARCATO E
CHIARO. perche'QUANDO E' TROPPO E' TROPPO.
AFFERMAZIONI
RIGUARDO 1-AD UN FANTOMATICO
"DIALOGO" CHE AMMUTOLISCE, 2-AGLI
"EFFETTI POSITIVI DELLE BARRIERE ISRAELIANE, CHE AVREBBERO FATTO
CESSARE ATTENTATI", 3-PER
NON PARLARE DEL PELLEGRINAGGIO IN SINAGOGA E DELLA PIA ILLUSIONE
CHE POSSA MODIFICARE L'ACREDINE GIUDAICA, PRESENTE E FUTURA,
DATATA E STAGIONATA IN MILLENNI DI COMPROVATA PERFIDIA,
GENERANDO INOLTRE ULTERIORE CONFUSIONE IN UN GREGGE GIA’
TERREMOTATO DA QUARANT’ANNI DI FOLLIE POST-CONCILIARI.
TALI
AFFERAMZIONI
CI INDIGNANO COME CATTOLICI E COME UOMINI CAPACI DI DISCERNERE E
VALUTARE.
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GIUDAIZZAZIONE
GALOPPANTE
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Da vari notiziari pervenutici,
vaticani e di differenti organizzazioni cattoliche, si evincono
dichiarazioni e scelte, espresse da membri della gerarchia
ecclesiastica, che da parte nostra non è possibile sottoscrivere.
Non è in discussione il nostro
riconoscimento d'autorità e stima nei loro confronti, ma siamo
impossibilitati a seguirli in scelte umanamente,
diplomaticamente, politicamente perdenti e controproducenti per la nostra
fede, identità e dignità,
contrarie inoltre al Magistero continuo della Chiesa in questi
ultimi 2000 anni, magistero continuo che solo ha validità per un
credente.
.
Gli etnocrati della giudeocrazia
coloniale installata in Palestina, e le comunità israelite che li
sostengono nel mondo (quella di Roma tra le prime), col cuore di
pietra e l'udito che recepisce solo yiddish, non faranno una piega
per qualche salamelecco cristiano, il quale non servirà ad altro
che accrescere la loro convinzione di superiorità e confermarli
nell'abominio ideologico talmudico,
ma con una bella immagine pubblica sorridente e fornita di
un’assoluzione ecclesiastica.
.
Non c'è nulla che possa placare la
loro smisurata sete di potere da voler esercitare su di noi "animali parlanti"
(così ci definisce il loro "libro sacro",
secondo il quale, tra un insulto e una maledizione nei nostri
confronti, la Madonna sarebbe una prostituta e Nostro Signore un
impostore), nè l'arroganza e la presunzione che li
divora, se non che la verità e la denuncia, espresse senza
ambiguità nè tentennamenti, inequivocabilmente, delle loro
cattiverie, passate, presenti e già programmate per il futuro.
Resta la speranza, mai
morta, che durante questi incontri qualcuno trovi il coraggio di
parlare ai "fratelli maggiori" (quelli sempre biblicamente
ripudiati) con franchezza e senza timore di rappresaglie e
vendette, che sicuramente scaturirebbero........"...hanno
perseguitato Me, perseguiteranno anche voi...".
Ma ben sappiamo che oggi,
per quasi tutti i successori degli apostoli, non è tempo di
vocazione al martirio.
A riprova dell'insaziabilità
e della durezza, di cervice e cuore, del giudaismo moderno,
basti andare a leggere le varie pubblicazioni ebraiche, cartacee e
virtuali, nelle quali Benedetto XVI e gerarchia sono sbeffeggiati,
insultati e criticati apertamente
(rimandiamo al link
“Contestazioni Giudaiche”,
http://www.terrasantalibera.org/contestazioni_giudaiche.htm).
Qualsiasi cosa possano dire
a vantaggio della setta, anche cospargendosi il capo per colpe
inesistenti, i cristiani restano maledetti e riprovati.
Alleghiamo, tanto per
gradire, il recente
articolo di Giorgio Israel (Corriere) apparso su "Informazione
Corrtta", uno dei peggiori siti filosionisti italiani,
campione in malafede e abilità per la manipolazione delle notizie,
dove anche Padre Pizzaballa, nonostante i suoi elogi alla
funzionalità antiterroristica dei muri & cinzioni israeliani, è
diventato bersaglio dell'intolleranza giudaico-sionista.
Di seguito riportiamo alcune
comunicazioni d'agenzie giornalistiche (in
blù), con a seguire i nostri brevi commenti (in
rosso).
A fine pagina poi sono
riportati alcuni articoli provenienti da stampa varia, su
segnalazione del Canonico Peggi e di alcuni amici di Christus Rex.
Ci scusiamo con chi si
dovesse sentire imbarazzato per le nostre dichiarazioni, ma
assicuriamo che sia noi, come migliaia di nostri lettori, lo siamo
altrettanto, sia a causa del comportamento di parte della nostra
gerarchia cattolica d'inizio terzo millennio, sia a causa
dell'ostinato perseverare nell'ostacolare il prossimo da parte dei
capi di quel popolo così detto eletto.
Speriamo nel futuro, che
come sappiamo tutti, è nelle mani di Dio,
che venga dissipato questo stato di confusione che ha aggredito la
Chiesa di Roma, e ritorni a brillare il Sole della Verità.
.
Qualsiasi cosa gli uomini
facciano, eletti o meno che siano, noi siamo certi di una cosa
soltanto: "non praevalebunt".
Redazionale di F.d.F.
e canonico F. Peggi per TerraSantaLibera.org
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Il Papa chiede a
israeliani e palestinesi di riconoscere i reciproci diritti
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 11
gennaio 2010 (ZENIT.org).- La pace in Terra Santa verrà raggiunta solo
quando sia i palestinesi che gli israeliani si riconoscerannno reciprocamente il diritto di avere uno Stato,
ha affermato Papa Benedetto XVI questo lunedì.
Il Pontefice ha menzionato la
situazione mediorientale, così come quella dei cristiani che vivono in
questa regione, durante l'udienza che ha concesso al Corpo Diplomatico
per l'inizio dell'anno.
“Durante il mio pellegrinaggio
in Terra Santa, ho richiamato in modo pressante Israeliani e
Palestinesi a dialogare e a rispettare i
diritti dell’altro”, ha ricordato.
Il Papa ha voluto rinnovare il
suo appello alla pace a entrambe le parti,
e ha chiesto che “sia universalmente
riconosciuto il diritto dello Stato di Israele ad esistere e a godere
di pace e sicurezza entro confini internazionalmente riconosciuti”.
Allo stesso modo, ha insistito
sul fatto che deve essere “riconosciuto il diritto del Popolo
palestinese ad una patria sovrana e indipendente, a vivere con dignità
e a potersi spostare liberamente”, rinnovando anche la richiesta a che
“siano protetti l’identità e il carattere sacro di Gerusalemme, la sua
eredità culturale e religiosa, il cui valore è universale”.
“Solo così questa città unica,
santa e tormentata, potrà essere segno e anticipazione della pace che
Dio desidera per l’intera famiglia umana”, ha commentato.
NOSTRO
COMMENTO: per quanto la voce che pronuncia tali frasi
sia quella di Papa Benedetto XVI, il quale gode della nostra stima e
affetto, non possiamo non rilevare che la popolazione palestinese
autoctona di Terra Santa è de facto sottoposta alla dittatura
coloniale ebraica, la quale si prende di prepotenza il diritto non solo
di esistere come Stato, ma di esistere come Stato che impedisce
praticamente l'esistenza di una reale autorità palestinese. Quindi
essendo che la pseudo-autorità di Ramallah, ma anche quella
legittimata dalle elezioni di Gaza, riconoscono e subiscono, e non potrebbero fare
diversamente, l'esistenza di un'entità-Stato che li occupa e opprime,
il riconoscimento all'esistenza come Stato autonomo della Nazione
Palestinese è tutto sulle spalle di Tel Aviv, ed è a Tel Aviv che
bisognerebbe unicamente indirizzare tale appello. Perchè è dal mancato
riconoscimento dei diritti calpestati dei palestinesi, in patria e
all'estero, personali, nazionali, di frontiera, sociali, ecc., che
derivano tutte le problematiche che ben conosciamo.
Non è "Israele" a essere
minacciato nella sicurezza e nei confini (unilateralmente
auto-attribuitisi con campagne militari di occupazione ed esproprio, e
non internazionalmente riconosciuti, senonchè dagli Stati filosionisti
o sionista-dipendenti: tant'è che diverse risoluzioni ONU chiedono il
rientro di Israele entro i limiti assegnati dalle Nazioni Unite e la
restituzione delle terre rubate), ma la popolazione palestinese
prigioniera a casa propria, a Gaza come in Cisgiordania.
Evidentemente qualche
buon marrano, ben infiltrato nelle stanze vaticane (...e noi
qualche nome ce l'avremmo anche sulla punta della lingua, quasi tutti
che iniziano con David...), se non ha scritto di suo pugno le
dichiarazioni pontificie, sicuramente le ha suggerite o ispirate.
Auspichiamo
maggior autonomia e coraggio da parte del Santo Padre, circondato
anche troppo da ebrei in talare, o saio, specie nella Commissione
Permanente...
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Il Custode francescano: la
barriera in Egitto accentuerà la separazione
CITTA' DEL VATICANO,
lunedì, 11 gennaio 2010 (ZENIT.org).- “La barriera servirà ad
accentuare la separazione, l’impenetrabilità del confine”. E' quanto
ha affermato padre Pierbattista Pizzaballa, Custode di Terra Santa, in
un'intervista alla “Radio Vaticana” in merito alla decisione del Primo
Ministro israeliano Benyamin Netanyahu di costruire una barriera lungo
il confine con l'Egitto per impedire l'ingresso agli immigrati
clandestini provenienti dall'Africa e a quelli che ha definito
“terroristi”.
Secondo il Custode, il
muro – pensato sul modello di quelli già esistenti con la Striscia di
Gaza e la Cisgiorndania – non avrà grandi ripercussioni sul confine:
“anche se adesso non c’è una barriera, è già piuttosto custodito”.
Il premier ha comunque
affermato che Israele continuerà ad accogliere i profughi che
provengono da zone di conflitto.
Israele, ha ricordato, è
ormai di fatto “un’enclave separata rispetto a tutto il resto del
Medio Oriente”.
Questo atteggiamento, ha
ammesso, “ha ottenuto degli effetti”, visto che “bisogna riconoscere
onestamente che gli attentati sono quasi del tutto scomparsi”.
I muri, ha denunciato
padre Pizzaballa, sono comunque estremamente deleteri dal punto di
vista sociale e umano.
Per la popolazione palestinese, ha ricordato, gli effetti “sono
drammatici, perché sono separati dalle scuole, dal lavoro, dalle
attività: intere comunità sono divise”.
“Il muro blocca la vita
di centinaia di migliaia di palestinesi. Soprattutto nelle zone fra
Gerusalemme e Betlemme il muro separa i bambini dalla scuola, la gente
dall’ospedale, gli uomini dai posti di lavoro, creando seri problemi
per la vita normale di ogni giorno”.
In questo contesto, ha commentato, è necessario “che la Chiesa
continui, come il Papa sta facendo, e così anche i Vescovi, ad essere
presente con la preghiera anzitutto, ma anche con un’azione forte sui
mezzi di comunicazione e sulle autorità politiche, perché questa
realtà non venga dimenticata e venga affrontata con la serenità
necessaria”.
Il muro tra Israele e
l'Egitto richiederà due anni di lavori, costando circa 270 milioni di
dollari.
NOSTRO
COMMENTO: di Padre Pizzaballa, che personalmente conosciamo
bene, che spesso reincontriamo a Gerusalemme, e verso il quale la
nostra stima e affetto sono immutate, al di là e nonostante le nostre
divergenti posizioni, possiamo solo pensare che la lunga permanenza
nelle università ebraiche da lui frequentate, e la residenza
continuata in territorio israeliano di qua dal muro (...ma pure di là
dal muro è sempre territorio israeliano...), oltre alle obbligate
frequentazioni con l'autorità israeliana, ne abbiano un po'
influenzato una capacità di giudizio obiettiva. Perchè se il frutto
della politica di "equivicinanza", da lui inaugurata e perseguita in
questi anni, è quello di allineare la falsità delle dichiarazioni
israelite alla realtà oggettiva dei fatti, allora è tempo che venga
rivista tale politica.
Perchè la reale
motivazione dell'edificazione dei muri, sappiamo tutti, non è quella
di limitare attacchi terroristici, per i quali severi controlli di
frontiera sarebbero stati sufficienti. Se si volesse contrabbandare
esplosivi o armi lo si farebbe comunque attraverso altri itinerari che
non quelli ufficiali, passando attraverso le campagne dove non
esistono muri o adottando escamotage di vario genere, bucando i
normali controlli ai check-point, molti dei quali ridicoli. Ma parecchio umilianti e ostacolanti per la
popolazione civile che vuol lavorare per portare la pagnotta a casa.
Perchè è questo il reale
obiettivo della costruzione dei muri (...il muro è una deformazione
mentale tutta giudaica...il Muro del Pianto, Wall Street, il Muro
della vergogna...), cioè la segregazione di un'etnia che è d'intralcio
alla giudaizzazione della Palestina, provocando problematiche sociali
notevoli che si ripercuotono sul lavoro, gli studi, le cure mediche,
le visite tra famiglie e villaggi (cioò degenera in non poche
malattie a causa della impossibilità di trovare moglie o marito ne non
che all'interno della stessa cerchia familiare o comunità), la
socializzazione in generale che è necessaria allo sviluppo di un
popolo. Un popolo che si vuole sterminare, in un modo o in un altro, o
costringere all'emigrazione per requisirne una volta per tutte le
terre.
La vera motivazione
della scomparsa quasi totale di atti violenti da parte palestinese sul
territorio israeliano (eccezion fatta per sporadici impazzimenti
dovuti a situazioni di stress personali correlati all'occupazione, e
per il lancio di razzi-petardo quassam, in risposta a bombardamenti e
uccisioni da parte delle milizie israeliane, 6 vittime palestinesi
solo in questi giorni tra Gaza e Nablus) è da ricercarsi nella
volontà e decisione da parte palestinese, sia da Ramallah che da Gaza,
di evitare e scoraggiare tali atti di violenza terroristica ai danni
della popolazione civile (se di popolazione civile si può parlare
riguardo a Israele, dove tutti, uomini e donne, svolgono servizio
militare obbligatorio per tre anni e possono essere richiamati,
d'imperio, alle armi in qualsiasi momento) in quanto ingiusti,
controproducenti e autolesionisti.
Non i muri, ma la
volontà palestinese di non mettersi allo stesso livello dei suoi
carnefici, è alla base della scomparsa quasi totale di attentati "di
qua dal muro".
Ma "di là dal muro" la
situazione è peggiorata, in quanto ora tali barriere impediscono alla
popolazione ogni tipo di movimento, compresa la fuga in caso di
attacco israeliano. Come avvenuto durante l'operazione "Piombo fuso",
dove la popolazione è stata bersagliata, come polli in gabbia, senza
alcuna possibilità di fuga o rifugio: persino luoghi come ospedali,
scuole e sedi ONU sono stati bersaglio delle bombe della giudeocrazia
ebraica.
E tutt'oggi la strage
continua, a suon di bombe, per assedio, per fame e malattia...per non
parlare dei neonati deformi a causa delle contaminazioni dell'ambiente
dovute all'uso da parte israeliana di armi di distruzione di massa
chimiche, batteriologiche, non convenzionali e bandite dalle
convenzioni internazionali.
Padre Pizzaballa
dovrebbe quindi aggiungere alla sua dichiarazione che onestamente
l'atteggiamento israeliano in materia di muri & barriere è costato la
totale insicurezza per la popolazione palestinese, la quale per tale
politica ha dovuto sotterrare migliaia di corpi di persone innocenti,
uomini, donne, vecchi e bambini, colpevoli solo di essere arabi e di
risiedere ancestralmente su una terra che il Gran Kahal e il Sinedrio
hanno già battuto all'asta e aggiudicato a famiglie della "razza
eletta".
Padre Pizzaballa, che
ripetiamo gode del nostro sincero affetto, potrà verificare come la
sua frase non gli sia giovata affatto nella ricerca di una sponda
recettiva da parte ebraica, e potrà farlo leggendosi quel che a caldo
scrive di lui
Mr. Giorgio Israel
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Il Patriarca di Gerusalemme e il Nunzio
in Israele con il Papa in Sinagoga
I cattolici di Terra Santa accompagnano
il Pontefice nella visita al Tempio Maggiore di Roma
ROMA, lunedì, 11 gennaio 2010 (ZENIT.org).- “Ci
saranno anche i cattolici di Terra Santa ad accompagnare Benedetto XVI
nella sua visita alla sinagoga di Roma”, prevista per domenica 17
gennaio. E’ lo stesso Patriarca latino di Gerusalemme, mons.
Fouad Twal, a dichiararlo all'agenzia SIR.
L'annuncio è
stato fatto a margine della visita alle popolazioni cristiane e alle
Chiese presenti in Terra Santa, in corso fino al 14 gennaio, di una
delegazione di ventisei persone tra Vescovi e rappresentanti di
Conferenze episcopali e Organismi ecclesiali europei e nord americani.
Insieme al Patriarca Twal ci saranno
anche mons. Antonio Franco, Nunzio apostolico in Israele e Delegato
apostolico per Gerusalemme e i Territori palestinesi, mons. Giacinto
Boulos Marcuzzo, Vicario del Patriarca di Gerusalemme dei latini per
Israele.
“Andrò con
il Papa in sinagoga – ha detto mons. Twal -, il
mio augurio è che questa visita possa aiutare i nostri rapporti
interreligiosi. E’ un gesto che facciamo con il cuore per
dimostrare il nostro rispetto anche alla comunità israeliana. Speriamo
che questo gesto avrà un impatto positivo sull’opinione pubblica
israeliana e su Gerusalemme”.
Secondo il padre David Neuhaus, Vicario
patriarcale per le comunità cattoliche di lingua ebraica, “questa
visita, che pure non rappresenta una novità, ha un alto valore
simbolico. Ebrei e cattolici – ha spiegato sempre all'agenzia SIR -
forse non sono ancora abituati a vedere che la Chiesa cattolica andare
con rispetto verso i fratelli ebrei”.
“Significativo – ha poi commentato – il fatto che domenica ci siano il
Patriarca ed il Nunzio, perché indica che anche la Chiesa di Terra
Santa fa parte della Chiesa universale che ha a cuore anche le sorti
di queste comunità mediorientali. Una visita che
potrebbe contribuire nel tempo a far cambiare mentalità alle
generazioni future”.
Intanto è stata confermata anche la
presenza di una delegazione del Gran Rabbinato di Israele alla
cerimonia alla Sinagoga di Roma in occasione della visita del Papa. La
delegazione giungerà a Roma per la IX riunione del Comitato misto che
riunisce le delegazioni della Commissione della Santa Sede e del Gran
Rabbinato d'Israele per le relazioni con la Chiesa cattolica, che si
svolgerà dal 17 al 20 gennaio.
La visita
del Papa il 17 gennaio cade in occasione
della 21.ma Giornata per l'approfondimento e lo
sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei che ha come tema:
“La Quarta Parola: 'Ricordati del giorno di
Sabato per santificarlo' (Es 20,8)”.
La data riveste un
ulteriore significato per la comunità ebraica romana, perché
in quel giorno si celebra anche
il “Mo’ed di piombo”, ovvero
la “festa di piombo” , in memoria di un evento considerato come
prodigioso verificatosi nel 1793, quando la comunità ebraica di
Roma si salvò dall'assalto di alcuni facinorosi che volevano dare alle
fiamme il ghetto.
NOSTRO
COMMENTO: Dichiarazione che non sappiamo quanto obbligata e
quanto attendibile quella del Patriarca Fouad Twal, che abbiamo
incontrato di recente durante la S.Messa celebrata da Benedetto XVI
nell'unico posto permesso, dall'autorità coloniale ebraica, ai
cattolici e cristiani di Terra Santa: a Betlemme.
Mons Twal, giordano di
nascita, arabo tra gli arabi, conosce bene la realtà locale, meglio di
Benedetto XVI e Pizzaballa.
Sentirgli dire quindi
che la visita in sinagoga a Roma possa aiutare i "rapporti
interreligiosi", ci fa sorridere. Ma di quali rapporti interreligiosi
si sta parlando?
Sappiamo tutti benissimo
che l'unico rapporto a cui il rabbinato sia interessato sia quello in
cui la cristianità sia crocifissa e subordinata ai loro diktat e
capricci.
L'abbiamo visto ogni
volta in cui alla sinagoga non fosse gradita qualche canonizzazione.
O quando atti pontifici,
o ecclesiali, di apertura nei confronti di comunità o personaggi,
siano spiaciuti alla sinagoga, la quale aveva però nel cappello già
pronti conigli e trappolone (...l'ultimo trappolone, dopo la
rimozione della scomunica alla Fraternità San Pio X, dei cattolici
tradizionalisti della scuola di mons. Lefebvre, è stato messo in atto
ai danni di Mons Williamson, a cui era stata effettuata una intervista
faziosa alcuni mesi prima...e riposta nel cassetto da tirar fuori alla
bisogna...).
Pure si è vista la
reazione scomposta del rabbinato, cui la gerarchia cattolica si è
prontamente, a gran maggioranza, inchinata e adeguata, per la
rivalutazione di semplici preghiere benevolenti nei confronti della
perfida progenie.
Si investono anche
dell'autorità e del potere di imporci come, se pregare e per chi
farlo, mentre loro continuano imperterriti a maledirci e augurarci
cose terribili in eterno.
Se, come è stato
sin'ora, il "rapporto interreligioso" si riduce ad una sodomizzazione
della cattolicità, non si vede quale sarebbe il vantaggio che ne
deriverebbe.
Noi, indulgendo nei loro
confronti, saremmo sempre meno cattolici e più giudaizzanti, loro
invece, investiti di tanta considerazione, sarebbero sempre più
confermati nell'errore.
Neppure si capisce, alla
luce di tali comportamenti da calabraghe da parte cattolica, per quale
motivo le "future generazioni" di giudei dovrebbero cambiare mentalità
e considerare con più attenzione la nostra Santa Religione, visto che
a ogni piè (dal loro rabbinato) sospinto, la gerarchia
cattolica si è sempre allineata timorosamente obbediente. Sarebbe tale
codardia cattolica, e l'incapacità ad esprimere la propria fede senza
condizionamenti, cosa attrattiva e degna di ripensamento per le
generazioni in kippà presenti e a venire? Per quale motivo dovrebbero
mettere in dubbio la supremazia e autorità universale indiscussa del
rabbinato che le ha formate?
Possiamo solo pensare
che tali affermazioni della gerarchia latina, poco attinenti alla
realtà, siano state suggerite e scritte dai vari David (Jaeger o
Neuhaus, entrambe Vicari, sono solo la punta dell'iceberg marrano e
filoisraeliano ben occultato all'interno della Chiesa, come "fumo di
satana nel tempio"-Paolo VI-)
(VEDI
ANCHE RISPOSTA A PADRE JAEGER: difendere i palestinesi)
Redazionale di
F.d.F. e Canonico F. Peggi per TerraSantaLibera.org
ALTRI TESTI
SULL'ARGOMENTO
La funambolica
visita di B-XVI. Così la pancia dell’ebraismo si prepara ad
accogliere (bene) il Papa in sinagoga
di Paolo Rodari
Non c’è soltanto il vertice
della comunità ebraica, ovvero il consigliere e i presidenti
degli enti ebraici italiani, ad attendere domenica Benedetto
XVI nella sua prima visita alla sinagoga di Roma. C’è anche la
pancia, la base del ghetto romano, a prepararsi ad accogliere
Ratzinger, un Papa tedesco in visita in sinagoga quasi 24 anni
dopo l’arrivo del Papa polacco, Karol Wojtyla (era il 13
aprile 1986). Una base, un popolo, che mostra differenti
sensibilità e sentimenti. Come eterogenea è la percezione che
gli ebrei hanno della chiesa cattolica e in particolare di
questo pontificato. Difficile trovare univocità di giudizio.
“Abbiamo parlato molto dell’arrivo del Papa”, dice un ragazzo
ebreo che gestisce uno dei tanti fast-food ebraici di via del
Portico d’Ottavia. “Alcuni non volevano questa visita. Altri
sì. Io dico che se il Papa è stato invitato significa che ogni
cosa è stata ponderata. Non lo si è invitato al buio: sappiamo
chi è Ratzinger, cosa ha fatto e cosa fa. A me il fatto che
sia tedesco non dà fastidio. Mi sembra che abbia fatto molti
gesti verso di noi. Solo per quelli è degno d’essere accolto”.
Così anche Giuliana. All’angolo tra via del Portico d’Ottavia
e via Sant’Ambrogio gestisce la sua Yud Judaica, gioielli
etnici e d’antiquariato: “Wojtyla aveva un suo carisma. Riuscì
a fare molto sulla strada dell’unità tra diversi credo. Ma
siamo contenti che domenica arrivi Benedetto XVI. Una visita è
sempre gradita”.
“Le pietre, ogni pietra di
questa piazza e di queste strade, trasudano sangue, ricordano
le sofferenze del popolo ebraico di Roma”, dice Georges De
Canino mentre assieme a Rina Menasci Pavoncello, moglie
dell’indimenticato rabbino Nello Pavoncello, si gode le ultime
ore di luce a due passi dalla sinagoga. De Canino, artista e
storico della Shoah, è un’istituzione al ghetto. Ricorda date,
nomi, episodi. La visita di Wojtyla, ovviamente, è il suo
cavallo di battaglia: “Per noi significò tantissimo”. E
ancora: “A Wojtyla donai nel 1986 una Menorah, un candelabro a
sette braccia di colore giallo e bianco, i colori pontifici.
Dopo la visita mi ricevette in Vaticano. Gli dissi che era
arrivato il tempo per il Vaticano di riconoscere lo stato
d’Israele. E così è avvenuto. L’ha fatto davvero. Giovanni
Paolo II non è stato un Papa riformista. E’ stato un
conservatore. Forse è per questo che lo sento vicino, amico.
Ma nella chiesa cattolica ho tanti amici. Domenica però non
accoglierò il Papa al ghetto. Andrò alle fosse ardeatine per
commemorare i giusti, coloro che pur non essendo ebrei
morirono per gli ebrei. Tra questi anche tanti cattolici.
Perché è importante non dimenticare e insieme stare vicini ai
fratelli che non ci sono più”. Certo, poi ci sono le colpe del
passato. Il passato che sempre ritorna sui volti degli ebrei.
Anche a Roma. De Canino si augura che il dialogo tra le due
parti avvenga senza dimenticare questo tremendo passato: “La
chiesa cattolica ha avuto in sé anche sentimenti antisemiti. E
questa è una colpa che non può essere cancellata”.
Spiega Mordechay Lewy,
l’ambasciatore d’Israele presso la Santa Sede, che in generale
vi sono due tipi d’ebraismo: “C’è l’ebraismo riformato e
conservatore più aperto al dialogo coi cristiani – lo fanno
dal punto di vista della loro esperienza americana dove la
convivenza tra gruppi etnici e religiosi è intrinseca alla
società in cui vivono –. Ma c’è anche la maggioranza del
popolo ebraico che percepisce la propria storia durante la
diaspora come una battaglia traumatica per la sopravvivenza
contro i costanti sforzi da parte dei cattolici di convertirli
gentilmente o, nella maggioranza dei casi, coercitivamente”.
E, in parte, questi due tipi di ebraismo vivono e rivivono in
tutte le comunità ebraiche, anche in quella romana.
“E’ difficile dire come la
comunità sta attendendo l’arrivo del Papa”, spiega Guido
Vitale, direttore di “pagine ebraiche”, il giornale
dell’ebraismo italiano. Io condivido quanto ha detto Sergio
Minerbi, ritenuto anche in Israele la voce più autorevole
quanto allo studio dei rapporti tra ebrei e chiesa cattolica.
Dice Minerbi che Ratzinger è ‘antipatico ma serio’. Ovvero,
sembra meno effervescente di Wojtyla ma nello stesso tempo
potrebbe stare di più sui contenuti e sulla sostanza rispetto
al suo predecessore. Wojtyla andò al muro del Pianto dove
lasciò un bigliettino. Quel gesto suscitò grande emozionalità.
Ma c’è qualcuno che si è preso la briga di andare a leggere
che cosa c’era scritto in quel biglietto? Certamente sì, ma
ciò che è rimasto è l’immagine di lui sotto il muro e non
principalmente il contenuto del messaggio. Dice ancora Minerbi
che da Ratzinger non dobbiamo aspettarci una rivoluzione ma
possiamo attenderci chiarezza. E con altrettanta chiarezza
dovremmo rispondere”.
Le differenze tra i due
Pontefici influenzano i sentimenti intorno alla visita di
domenica. Differenze che si evidenziano anche se si paragona
la visita del 1986 in cui i protagonisti furono Wojtyla e il
rabbino Elio Toaff e quella prossima in cui i principali
attori sono Ratzinger e Riccardo Di Segni. Dice Vitale:
“L’incontro del 1986 fu molto emozionale. Quello di domenica
avviene invece tra due persone più fredde ma non è detto che i
contenuti siano meno rilevanti. Anzi”.
Il ghetto non è soltanto la base
della comunità ebraica, è anche l’istituzionalità. Dice il
rabbino capo Di Segni: “Abbiamo invitato Benedetto XVI in
sinagoga perché vogliamo che quella caduta del muro della
diffidenza tra noi e i cattolici inaugurata con la visita di
Karol Wojtyla nel 1986 continui. L’arrivo di Giovanni Paolo II
significò per la prima volta disponibilità, rispetto,
condivisione dei cattolici nei nostri confronti – oltre a
importanti risultati successivamente: il riconoscimento di
Israele da parte del Vaticano e le visite in Israele di
Wojtyla e recentemente di Ratzinger, ndr –. La disparità tra
noi e loro venne messa da parte. Riteniamo importante che il
nuovo Pontefice confermi questa impostazione”. Non è facile
per Di Segni trovare le parole giuste. Perché ogni parola è
misurata, calibrata, centellinata. Infatti, anche una virgola
fuori posto può incrinare un equilibrio tra le due parti
ancora oggi difficile da trovare. Talmente difficile che
soltanto pochi giorni fa alla notizia della firma da parte di
Ratzinger del decreto sulle virtù eroiche di Papa Pio XII la
visita sembrava quasi compromessa. “C’è stato un dibattito tra
di noi”, spiega Di Segni. “Nella comunità certe posizioni
della chiesa cattolica provocano per forza di cose contrasti,
ma alla fine tutto è stato confermato. Attendiamo con gioia il
Papa. E siamo sicuri che l’evento di domenica non avrà
connotati politici. Per noi la visita è prettamente di
carattere religioso. Abbiamo differenze teologiche che non
devono essere messe in discussione, ma da uomini di fede
vogliamo dialogare e confrontarci”. Una volontà, quella del
dialogo, auspicata ieri anche dal Papa che in un telegramma
inviato a Di Segni si è augurato che la visita costituisca
“un’ulteriore tappa nell’irrevocabile cammino di concordia e
amicizia”.
Non c’è soltanto la recente
decisione del Papa rispetto a Pio XII: giusto ieri il rabbino
capo di Tel Aviv Yisrael Meir Lau ha auspicato che il Papa non
santifichi Pacelli. E nemmeno è semplicemente una questione
della revoca della scomunica concessa un anno fa da Ratzinger
a quattro vescovi lefebvriani (tra questi al negazionista
quanto alla Shoah Richard Williamson) o delle parole che,
hanno sottolineato alcuni, il Papa non avrebbe osato dire
durante la visita del maggio scorso al museo dello Yad Vashem
in Israele. Sono gli oltre duemila anni di travagliati
rapporti tra cattolici ed ebrei – e in particolare tra la più
antica realtà ebraica della Diaspora, appunto quella romana, e
il Vaticano – a far sì che la visita di Benedetto XVI in
sinagoga avvenga nel segno della complessità. Soprattutto a
livello più alto, a livello dei rapporti istituzionali tra le
due parti. Infatti, c’è anche una certa linea da mantenere per
non scontentare tutte la anime delle rispettive fedi. Da parte
ebraica tutto ciò significa anzitutto non rinnegare il
passato. Ovvero accogliere il Papa senza dimenticare quanto
prima d’oggi ha diviso le due fedi e quanto le divide ancora.
La spiega bene, questa complessità, una vignetta che Enea
Riboldi ha dedicato alla visita su uno degli ultimi numeri di
“Pagine ebraiche”: il filo che passa da una sponda all’altra
del Tevere è un tenue collegamento sul quale il Papa prova a
camminare. Il Papa lo percorre cercando un equilibrio fra
desiderio di dialogo e tentazione di conversione. Un bambino,
come fosse il simbolo della minoranza ebraica, piccola nei
numeri ma carica di ventidue secoli di storia, gli viene
incontro tendendo la mano. Dietro di lui il popolo ebraico
mostra al Papa con alcuni cartelli le proprie attese,
preoccupazioni e speranze: “Fermate i negazionisti”; “Grazie
della visita”; Rispetta le diversità”; Benvenuto”; “Basta con
la preghiera del venerdì santo”; Apriamo al dialogo”;
“Ricordati della Shoah”. Quattro cartelli a favore del Papa e
tre più o meno contro. Di per sé una differenza da nulla. Ma
che il Vaticano ha notato se è vero (come è vero) che al
giornale è arrivato un rimbrotto direttamente dalle alte sfere
d’oltre il Tevere: segno, a conti fatti, che davvero anche le
virgole contano in questa delicata visita di Benedetto XVI nel
ghetto di Roma.
Non dimenticare la storia di
duemila anni di rapporti non facili, per la comunità di Roma,
significa rendere omaggio a questa stessa storia. E la mostra
che la diaspora romana ha voluto domenica sia il Papa a
inaugurare – s’intitola “Et ecce gaudium. Gli ebrei romani e
la cerimonia di insediamento dei Pontefici” – proprio questo
dice: la storia non va dimenticata. Ovvero, occorre non far
cadere nell’oblio della memoria quanto sono stati difficili i
rapporti tra ebrei romani e papato nei secoli scorsi. In
mostra sono alcuni preziosi pannelli scoperti solo
recentemente nell’archivio sottostante la sinagoga del ghetto.
Nel Settecento, quando si eleggeva il nuovo Papa, un corteo in
festa lo conduceva nei luoghi più significativi della città.
Le strade e le piazze venivano abbellite per l’occasione e
tutti erano chiamati a partecipare alla gioia della chiesa,
anche gli ebrei. A loro spettava il compito di abbellire
l’area che andava dal Colosseo fino all’Arco di Tito con
arazzi e tessuti preziosi che facevano da sfondo a grandi
tabelle decorate con figure simboliche e motti, in ebraico e
in latino inneggianti al Pontefice. Si tratta di quegli stessi
arazzi da poco recuperati e oggi offerti in mostra. Scrive in
proposito la direttrice del museo ebraico, Daniela di Castro:
“Gli omaggi che tradizionalmente gli ebrei porgevano ai nuovi
Papi al momento della loro elezione servono a comprendere
quale fu per secoli la particolare posizione di questa
comunità: stretta tra gli obblighi del ghetto e del
pregiudizio e la volontà, oltre che l’orgoglio, di essere
parte attiva negli eventi che coinvolgevano l’Urbe, così da
continuare a essere cittadini romani”.
E’ questo senso di
contraddizione dolorosa, di simboli di dolore e di coraggio,
di coercizione e vita, che si ritrova nei pannelli della
mostra. E, per coincidenza forse non voluta, si ritrova
simbolicamente anche nel giorno che gli ebrei hanno scelto per
invitare il Pontefice: il 17 gennaio. O meglio, il 2 del mese
di Shevat che nel 2010 corrisponde al 17 gennaio: il giorno
del “Moed di piombo”, la data nella quale gli ebrei romani
festeggiano lo scampato pericolo di un violento assedio
antisemita, l’assedio delle grandi fiamme appiccate al ghetto
nel 1793 dal quale gli ebrei riuscirono a salvarsi grazie a un
improvviso acquazzone (il cielo si fece di piombo) che spense
l’incendio.
Il ghetto aspetta il Papa senza
che la vita al suo interno subisca particolari stravolgimenti.
Soltanto attorno alla sinagoga si nota un certo fermento:
alcuni operai sono al lavoro per ridipingere le ringhiere che
si affiancano alle scale che accompagnano i turisti nella
discesa al seminterrato. Dentro il museo si allestiscono gli
ultimi addobbi. Fuori si studia il percorso che s’intende far
fare al Papa: all’imbrunire di domenica Ratzinger attraverserà
il Tevere per sostare per qualche minuto nella piazza
intitolata al 16 ottobre 1943: assieme a Di Segni renderà
omaggio alla memoria dei 1022 ebrei romani (fra questi oltre
200 bambini) che nell’ottobre del ’43 furono deportati verso
Auschwitz. C’è chi ricorda ancora il rumore dei motori dei
camion. Arrivarono, prelevarono la gente, e sparirono nel
buio. Il Papa e Di Segni poi cammineranno da soli lungo via
Catalana che costeggia il perimetro della sinagoga. Si
fermeranno ancora qualche minuto sotto la lapide che commemora
Stefano Gaj Taché, il bambino di due anni ucciso
nell’attentato del 9 ottobre 1982 quando terroristi
palestinesi attaccarono civili inermi che avevano da poco
terminato le preghiere delle festività autunnali. Quindi la
sosta appena fuori la sinagoga. Di Segni riceverà un antico
manto rituale conservato nel museo ebraico, simbolo della
storia degli ebrei della capitale italiana e lo indosserà
prima di varcare la soglia. Con lui, molti altri rabbini
vestiranno la tradizionale veste bianca, quella delle
cerimonie solenni. Altri non lo faranno e opteranno per un
semplice vestito scuro. Dopo il clou della visita, nel tempio,
il passaggio al museo ebraico e il saluto ai consiglieri e ai
presidenti degli enti ebraici italiani nella sala del tempio
spagnolo.
La complessità della visita
resta, ma la pancia, la base del ghetto, sa anche andare
oltre. Nei giorni scorsi c’è stato chi ha ipotizzato
all’arrivo del Papa delle contestazioni per la decisione presa
su Pio XII. Dice però Giuseppe Massimo Piperno, presidente dei
giovani ebrei: “Pur riconoscendo l’importanza e il rilievo di
certi recenti attriti di natura storico politica, noi ci
saremo ad accogliere il Papa. E lo accoglieremo in modo degno,
come merita la massima carica religiosa del cattolicesimo”.
Pubblicato sul Foglio mercoledì 13 gennaio 2010
http://www.paolorodari.com/2010/01/13/la-funambolica-visita-di-b-xvi-cosi-la-pancia-dellebraismo-si-prepara-ad-accogliere-bene-il-papa-in-sinagoga/
Domenica 17/01/10:
Benedetto XVI in sinagoga a Roma. La gravità dei presupposti, in
netto contrasto col Magistero Perenne della Chiesa
IL RABBINO CAPO DI ROMA DI
SEGNI: “Se il dialogo serve per la conversione degli ebrei, noi
lo rifiutiamo per principio”…” Su questo erano necessari dei
chiarimenti, che grazie al dialogo sono arrivati e questo ha
reso possibile rasserenare il clima.” E, quindi a rendere
possibile la visita in Sinagoga. “E’ stato chiarito dalle più
alte autorità della Chiesa che la conversione non si riferisce
all’immediato, ma è trasferita alla fine dei tempi”.
“Francamente penso che oggi il problema sia l’antigiudaismo, che
è una cosa differente, ma non meno pericolosa
(dell’antisemitismo, n.d.r.). L’antisemitismo è un odio su base
razziale e la Chiesa non può essere razzista. Ma l’ostilità
antiebraica può esistere anche a prescindere dall’odio razziale
ed è su quello che dobbiamo fare chiarezza, anche se devo
riconoscere che sono stati fatti dei progressi sostanziali in
questi ultimi anni.”
Lettera di Benedetto XVI
agli ebrei: Clicca
qui per leggere l’articolo del Sole 24 Ore.
«Il Papa in Sinagoga,
dialogo che continua»
Il rabbino Di Segni
Di Segni, rabbino capo di Roma: indietro non si torna
di Mimmo Muolo
ROMA. Una visita che «ha valore in
sé». «Come segno di continuità», dice il rabbino capo della
comunità ebraica di Roma, Riccardo Di Segni, che domenica
prossima riceverà Benedetto XVI, quasi 24 anni dopo la storica
prima volta di Giovanni Paolo II. A pochi giorni dal nuovo
evento Di Segni ci riceve nel suo studio privato e in questa
intervista ad Avvenire affronta con la consueta franchezza tutti
i punti più importanti dell’agenda comune ebraicocattolica. A
cominciare dal cambiamento di clima che nel giro di 12 mesi ha
ribaltato una situazione di forte tensione. Perciò l’esponente
ebraico afferma convinto: «Indietro non si torna». Grazie al
dialogo sono stati realizzati «sostanziali passi avanti».
Rabbino, giusto un anno fa
la giornata dell’amicizia tra ebrei e cattolici non fu
celebrata. Domenica prossima invece il Papa si recherà nella
Sinagoga di Roma. Che cosa ha determinato questo netto
miglioramento?
La sospensione della celebrazione
della giornata era dovuta alle turbolenze in merito alla
preghiera del venerdì santo «pro Judaeis» che toccava un nervo
scoperto della sensibilità ebraica. Se, infatti, il
dialogo serve alla conversione degli ebrei, noi lo rifiutiamo
per principio. Il dialogo serve invece per conoscerci e
per rispettarci, cioè per farci più forti nelle nostre fedi,
conoscendo meglio l’altro. Se invece ha altri scopi, per noi non
ha senso. Su questo erano necessari dei chiarimenti che
grazie al dialogo sono arrivati e questo ha reso possibile
rasserenare il clima.
E quest’anno la
celebrazione assume un aspetto assolutamente eccezionale. Qual è
il significato di questa visita?
La visita ha valore di per sé come
gesto di continuità, poiché si colloca sulla scia di un grande
gesto compiuto da Giovanni Paolo II. Il fatto che il gesto venga
ripetuto significa che non resta isolato, che questa linea è
tracciata e che Benedetto XVI non ha intenzione di
tornare indietro. Perciò si crea un modo di rapportarsi
ed una tradizione da seguire.
Papa Ratzinger è già alla
sua terza visita in una Sinagoga, è stato al Muro del Pianto e
allo Yad Vashem, ha reso omaggio alla Shoah recandosi ad
Auschwitz. E tutto questo in meno di cinque anni di pontificato.
Chi è oggi per il mondo ebraico Benedetto XVI?
È un Papa che ha una forte
sensibilità per il nostro mondo, ma anche un pensiero complesso.
E infatti, accanto ad aspetti di grande simpatia per la realtà
ebraica ha anche dei momenti di pensiero ben fermo, di posizioni
che non incontrano ovviamente il nostro favore. Tuttavia non è
certamente un Papa che interrompe il dialogo o che dice:
«Bisogna tornare indietro», anzi va avanti con la sua precisa
formazione. D’altra parte se fossimo d’accordo su tutto, non ci
sarebbe neppure motivo di dialogare.
Quali sono i punti più
urgenti di questo dialogo?
In primo luogo c’è una questione
di clima sereno. Certo, ogni tanto possono esserci incidenti e
inciampi, ma quello che deve essere forte è la volontà di
risolverli. L’altro punto fondamentale è che dobbiamo chiederci:
che senso ha che i nostri due mondi si confrontino?
E lei che risposta dà a
questa domanda?
La nostra amicizia deve servire a
dimostrare che si può testimoniare la propria fede in un modo
non offensivo, non aggressivo e non violento nei confronti degli
altri credenti e degli altri esseri umani. Ed è un messaggio
importantissimo nella fase attuale. Vorremmo anzi che il
messaggio di questa visita si allarghi e coinvolga altre
comunità.
Recentemente la
pubblicazione del decreto sulle virtù eroiche di Pio XII ha
suscitato nuove reazioni da parte ebraica. Qual è la sua
opinione al riguardo?
Ecco, questa è una questione che
divide, è un problema di interpretazione storica, sul quale
bisognerà tener presente che la sensibilità ebraica è
completamente diversa. Noi vorremmo che si andasse avanti con
estrema cautela e non con gesti avventati. Il problema, infatti,
dal nostro punto di vista è ben lontano dalla sua soluzione.
Che cosa intende per
«estrema cautela » e quali sarebbero invece i «gesti avventati»?
Estrema cautela significa che
esistono tantissimi documenti ancora da studiare, mentre i gesti
avventati sono quelli di chi dice: «La situazione è
perfettamente chiara, abbiamo chiuso il discorso e basta».
Tutto chiarito invece
sulla questione della preghiera del venerdì santo alla quale lei
accennava prima?
Sull’argomento direi che è stato
raggiunto un armistizio ‘politico’, più che una pace vera.
Nel senso che è stato chiarito dalle più alte autorità
della Chiesa che la conversione non si riferisce all’immediato,
ma è trasferita alla fine dei tempi.
Non crede che dalla visita
verrà anche l’ennesimo fortissimo no all’antisemitismo?
Francamente penso che oggi il
problema sia l’antigiudaismo, che è una cosa differente, ma non
meno pericolosa. L’antisemitismo è un odio su base razziale e la
Chiesa non può essere razzista. Ma l’ostilità
antiebraica può esistere anche a prescindere dall’odio razziale
ed è su quello che dobbiamo fare chiarezza, anche se devo
riconoscere che sono stati fatti dei progressi sostanziali in
questi ultimi anni.
Fonte: Avvenire, 13 gennaio 2010
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L’ostilità ebraica
verso i cristiani: le cause sono l’autosufficienza teologica della
Chiesa e il tentativo di convertire.
Perché per molti ebrei
ortodossi il dialogo con i cattolici è ancora difficile.
Gravissima la frase di Lewy relativa alla incapacità di provare
perdono per fatti umani “traumatici”. E pensare che il documento
conciliare “Nostra Aetate” ha l’ardire di “assolvere” il mondo
ebraico dal deicidio.
Benedetto XVI e Mordechay Lewy
Pubblichiamo l’articolo
scritto dall’Ambasciatore di Israele presso il Vaticano per il
numero di gennaio del mensile “Pagine ebraiche” diretto da Guido
Vitale.
di Mordechay Lewy
Solo pochi rappresentanti
dell’ebraismo sono realmente impegnati nell’attuale dialogo con
i cattolici. Nel fare questo, a volte fanno miracoli per essere
ovunque in qualsiasi momento. Quali sono le ragioni per cui così
pochi partecipano a questo dialogo? Per quanto siamo favorevoli
al continuo dialogo ai massimi livelli ufficiali, tra il
Rabbinato Centrale d’Israele e la Santa Sede, rimane scetticismo
da parte della corrente principale degli ortodossi. Perché la
corrente principale dell’ebraismo ortodosso, in Israele come
anche altrove, non è pronta per essere coinvolta?
Vorrei premettere che il dialogo è caratterizzato da molte
dimensioni di asimmetria; e con ciò non intendo soltanto la
nostra sproporzione numerica rispetto ai cattolici. Mi sembra
che l’ostacolo principale al confronto risieda in quello che la
maggior parte degli ebrei considera come autosufficienza
nel definire la propria identità religiosa. Non abbiamo bisogno
di nessun altro riferimento teologico, se non la Bibbia, per
spiegare la nostra vicinanza a Dio come suoi figli prescelti.
Essere i prescelti non è sempre stata una benedizione,
per usare un eufemismo. All’inizio l’ebraismo non era ostile al
proselitismo. Nell’antichità post-biblica l’ebraismo assorbì
innegabili elementi della cultura greco-romana. Durante
l’esilio, gli ebrei hanno dovuto segnare la loro identità in un
ambiente potenzialmente e spesso realmente, ostile che non ha
mai abbandonato il suo zelo religioso atto a convertire gli
ebrei. Questa tecnica di sopravvivenza includeva
un’autosufficienza teologica, l’esclusività e la negazione del
proselitismo. Lo spirito medievale con l’impulso enciclopedico
alla compilazione delle summae ha portato Maimonides a scrivere
la sua Mishneh Torah. La sua opera fu codificata nel XVI secolo
dal catechismo di Josef Caro, il Shulkhan Arukh. L’ebraismo
halachico ortodosso oggi si affida largamente al catechismo di
Caro. Il suo scopo è di preservare la tradizione e la tecnica di
sopravvivenza a ogni costo, persino in Israele dove abbiamo
creato l’unica società in cui gli ebrei costituiscono la
maggioranza.
È un dato di fatto che l’ebraismo riformato e conservatore siano
più aperti al dialogo con i cristiani. Lo fanno dal
punto di vista della loro esperienza americana dove la
convivenza tra gruppi etnici e religiosi è intrinseca alla
società. L’autorità principale dell’ortodossia in America, rabbi
Soloweitchik, non provava un dialogo interreligioso che
conducesse alla discussione di principi di fede con i cattolici.
Allo stesso tempo, non rifuggiva da un dialogo che si basasse su
questioni che potessero migliorare il bene comune della
convivenza sociale. Pertanto, il dialogo con i cattolici viene
circoscritto ad argomenti “leggeri” che toccano più questioni di
politica religiosa (bioetica, ecologia, violenza, eccetera) e
che non comprendono questioni “intransigenti” quali
principi dottrinali di credo (la Trinità, la venuta del Messia,
i Sacramenti, eccetera). Ma ciò non è dovuto solo alla teologia
esclusiva dell’autosufficienza. La maggior parte degli
ebrei percepiscono la loro storia durante la Diaspora come una
battaglia traumatica per la sopravvivenza contro i costanti
sforzi da parte dei cattolici di convertirli gentilmente, o,
nella maggioranza dei casi, coercitivamente.
L’avversione ebraica al cristianesimo esisteva già
nell’antichità ed era dovuta alla “spaccatura familiare” nella
quale le due parti erano in competizione per ottenere la
benevolenza di Dio. Il processo di separazione della prima
comunità cristiana dai vincoli dell’ebraismo tradizionale creò
un vasto corpus di letteratura polemica nella quale anche gli
ebrei hanno fatto la loro parte. L’animosità si è estesa al
medioevo europeo, durante il quale gli ebrei vivevano come una
minoranza sotto la dominazione cristiana, e fu persino
ritualizzata in alcune preghiere ebraiche. Molti ebrei ortodossi
non volevano entrare in una chiesa né confrontarsi con un
crocifisso.
Questo comportamento che mostra un trauma continua oggi come un
riflesso pavloviano. Una ferita grave e dolorosa, inflitta nel
passato, si apre ogni qualvolta la vittima si trova di fronte ai
simboli del carnefice. Questo modello di comportamento può
essere considerato offensivo. Contribuisce a un nuovo ciclo di
polemiche e di posizioni apologetiche da parte cattolica.
Tuttavia, oltre a ciò, vi è anche un ostacolo invisibile e di
cui non si parla. L’avvio di ogni dialogo è il senso di
curiosità fondamentale di conoscere meglio la controparte.
Conoscere meglio l’altro implica il comprenderlo meglio.
Tolstoj, nel suo Guerra e Pace, ha coniato la famosa frase: tout
comprendre c’est tout pardoner. Potrebbe essere che molti di
noi, ancora traumatizzati, desiderino evitare ogni situazione in
cui si debba perdonare qualcuno, specialmente se viene
identificato giustamente o erroneamente come rappresentante del
carnefice. La vittima ebrea sembra essere incapace di concedere
l’assoluzione per misfatti lontani o recenti perpetrati contro i
suoi fratelli e sorelle. Abbiamo anche un’importante asimmetria
di carattere normativo. I cattolici sono abituati alla pratica
settimanale della confessione per ricevere l’assoluzione.
Nell’ebraismo, non esiste questa prassi: solo in
occasione dello Yom Kippur cerchiamo l’assoluzione da Dio e
chiediamo perdono ai nostri simili. Ma questo accade, come
sappiamo, solo una volta l’anno.
Fonte:L’Osservatore Romano – 13 gennaio 2010
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UN RINGRAZIAMENTO PARTICOLARE AL
CANONICO FRANCESCO PEGGI E AGLI AMICI DI CHRISTUS REX
PER ALCUNE SEGNALAZIONI EDITORIALI
CONTENUTE IN QUESTA PAGINA
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