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di
Gilad Atzmon
Segnalazione
Canonico Francesco Peggi

Il
tema che discuterò oggi è probabilmente la cosa più importante che abbia
mai detto sulla brutalità israeliana e l'identità ebraica contemporanea.
Immagino che avrei potuto dar forma al mio pensiero in un libro ad ampio
respiro o in un'analisi accademica. Invece farò proprio il contrario,
cercherò di scriverne nel modo più semplice e breve possibile.
Nelle settimane
appena trascorse abbiamo assistito a una campagna israeliana di
genocidio contro la popolazione civile a Gaza. Abbiamo visto uno degli
eserciti più forti del mondo schiacciare donne, anziani e bambini.
Abbiamo visto tormente di armi non convenzionali esplodere su scuole,
ospedali e campi profughi. Avevamo visto e sentito parlare di crimini di
guerra commessi in precedenza, ma questa volta la trasgressione
israeliana era categoricamente diversa. Era appoggiata dalla totale
assoluta maggioranza della popolazione ebraica israeliana. La campagna
militare dell'Esercito di Difesa Israeliano (IDF) a Gaza ha goduto del
sostegno del 94% della
popolazione israeliana.
Il 94% degli israeliani apparentemente ha approvato i bombardamenti
aerei contro civili. Gli israeliani hanno assistito al massacro alla TV,
hanno ascoltato le urla, hanno visto ospedali e campi profughi in
fiamme. Eppure non si sono turbati. Non hanno fatto molto per fermare i
loro spietati capi “democraticamente eletti”.
Anzi, alcuni di loro
si sono portati una seggiola e si sono sistemati sulle colline che si
affacciano sulla Striscia di Gaza per
ammirare il loro esercito
che trasformava Gaza in un moderno colosseo ebraico traboccante di
sangue. Anche adesso che la campagna sembra essersi conclusa e le
proporzioni del massacro di Gaza sono note, gli israeliani non mostrano
segni di rimorso. E come se non bastasse, durante tutta la guerra ci
sono stati ebrei in giro per il mondo che hanno manifestato il loro
sostegno allo “Stato per soli ebrei”. Un simile appoggio a
espliciti crimini di guerra è inaudito. Gli stati terroristi uccidono,
certo, ma mantengono un certo riserbo al riguardo. L'Unione Sovietica di
Stalin l'ha fatto in remoti GULAG, la Germania nazista giustiziava le
sue vittime in profonde foreste e dietro recinzioni di filo spinato.
Nello Stato ebraico gli israeliani massacrano donne, bambini e vecchi
indifesi alla luce del sole, impiegando armi non convenzionali per
colpire scuole, ospedali e campi profughi.
Un tale livello di
barbarie di gruppo esige a gran voce una spiegazione. Il ragionamento
che segue può essere definito semplicemente come un tentativo di
comprendere la brutalità collettiva israeliana. Com'è che una società è
riuscita a perdere ogni senso di compassione e di misericordia?
Il terrore interiore
Più di qualsiasi altra cosa, gli israeliani e le loro solidali comunità
ebraiche sono terrorizzati dalla brutalità che scoprono dentro di sé.
Più sono spietati, più sono spaventati. La logica è semplice. Più
sofferenza si infligge all'altro, maggiore è l'angoscia per la qualità
potenzialmente mortale di tutto ciò che ci circonda. In senso ampio, gli
israeliani proiettano sui palestinesi, gli arabi, i musulmani e gli
iraniani l'aggressività che hanno dentro. Tenendo conto del fatto che la
brutalità israeliana ha ora dimostrato di non avere limiti né paragoni,
la loro angoscia è almeno altrettanto grande.
A quanto pare, gli israeliani temono di essere
i tirapiedi di se stessi. Sono
impegnati in una lotta mortale con il terrore che hanno dentro. Ma non
sono soli. L'ebreo della Diaspora che manifesta il suo
appoggio
a uno stato che lancia fosforo bianco su una popolazione civile è finito
nella stessa devastante trappola. Da entusiastico sostenitore di un
crimine immenso, prova orrore al pensiero che la crudeltà che scopre in
sé possa manifestarsi in altri. L'ebreo della Diaspora che appoggia
Israele è devastato dalla possibilità immaginaria che una volontà
brutale, simile alla sua, possa un giorno rivoltarglisi contro. La paura
ebraica nei confronti dell'antisemitismo si riassume tutta in questa
preoccupazione. È fondamentalmente la proiezione sugli altri della
crudeltà tribale incentrata sul sionismo.
Non c'è alcun
conflitto israelo-palestinese
Ciò che vediamo qui è la formazione evidente di un circolo vizioso in
cui l'israeliano e i suoi sostenitori stanno diventando un'insulare e
vendicativa palla infuocata alimentata da un'esplosiva aggressività
interiore. Tutto ciò è estremamente rivelatore. Dato che i palestinesi
non possono fronteggiare militarmente l'aggressività e la capacità
distruttiva di Israele, siamo autorizzati a supporre che non esista
alcun conflitto israelo-palestinese. C'è soltanto la psicosi israeliana,
nella quale Israele è distrutto dall'angoscia causata dal riflesso della
sua crudeltà. Essendo considerati
i nazisti
della nostra epoca,
gli israeliani sono così condannati a vedere un nazista in chiunque.
Analogamente, di fatto non c'è neanche un aumento dell'antisemitismo.
L'ebreo sionista della Diaspora è semplicemente devastato dalla
possibilità che qualcuno, là fuori, sia eticamente corrotto e spietato
quanto ha dimostrato di essere lui. In breve, la politica israeliana e
l'attività della lobby sionista dovrebbero essere considerate niente
meno che come una letale paranoia collettiva incentrata sul sionismo che
minaccia di trasformarsi in una psicosi totale.
C'è un modo per redimere il sionista dalla sua deriva sanguinaria?
Esiste un modo per cambiare il corso della storia, salvare gli
israeliani e i loro sostenitori dalla depravazione totale? Probabilmente
il modo migliore di porre questa domanda è chiedersi se ci sia un modo
per salvare gli israeliani e i sionisti da se stessi. Come potrete
immaginare non sono particolarmente interessato a salvare gli israeliani
o i sionisti, tuttavia capisco che redimere i sionisti dai loro crimini
può portare una prospettiva di pace alla Palestina, all'Iraq e
probabilmente a tutti noi. Per chi non l'avesse capito, Israele è solo
la punta dell'iceberg. A conti fatti, l'America, la Gran Bretagna e
l'Occidente sono ora soggetti a forme simili di “politica
della paura”
che sono il diretto risultato dell'ideologia e della mortale pratica
interventista dei neo-conservatori.
Lo psicanalista di
Nazareth
Molti anni fa, così narrano, c'era un israelita che viveva in mezzo ai
suoi fratelli nella terra di Canaan. Come gli israeliani di oggi, era
circondato dall'odio, dalla vendetta e dalla paura. A un certo punto
aveva deciso di intervenire e di cambiare le cose, e si era accorto che
non c'era altro modo per combattere la spietatezza che cercare la
grazia: “Porgi l'altra guancia” era il suo semplice suggerimento.
Identificando la psicosi dell'israelita come “una guerra contro il
terrore interiore”, Gesù comprese che l'unico modo per contrastare
la violenza è guardarsi allo specchio e cercare dentro di sé il Bene.
È piuttosto evidente
che la lezione di Gesù aprì la strada alla formazione dell'etica
universale occidentale. Le ideologie politiche moderne impararono dalla
prospettiva cristiana. La ricerca normativa dell'uguaglianza da parte di
Marx può essere vista come una riscrittura laica del concetto di
fratellanza di Gesù. E tuttavia non una sola ideologia politica è
riuscita a integrare il concetto più profondo che Gesù aveva della
grazia. Cercare la pace è fondamentalmente cercare la pace dentro di sé.
Mentre gli israeliani e i loro gemelli neocon vorrebbero raggiungere la
pace attraverso la dissuasione, la vera pace si raggiunge solo cercando
l'armonia interiore. Come potrebbe suggerire uno studioso lacaniano,
amare il tuo prossimo è in realtà amare te stesso che ami il tuo
prossimo. Il caso degli israeliani è l'esatto opposto. Come riescono a
dimostrare costantemente, loro amano se stessi che odiano il loro
prossimo, o semplicemente amano se stessi che odiano. Odiano quasi
tutto: il prossimo, gli arabi, Chavez, i tedeschi, l'Islam, i gentili,
la carne di maiale, i palestinesi, la Chiesa, Gesù, Hamas, i calamari e
l'Iran. Voi fate un nome, loro lo odiano. Si deve ammettere che odiare
così tanto deve essere un progetto molto spossante, a meno che non dia
piacere. E infatti il “principio del piacere” degli israeliani
potrebbe essere così articolato: spinge costantemente gli israeliani a
cercare piacere nell'odio continuando a infliggere dolore agli altri.
Va detto a questo
punto che la “Guerra al terrore interiore” non è esattamente
un'invenzione ebraica. Tutti, che siano popoli, nazioni o individui, ne
sono suscettibili. Le conseguenze del massacro nucleare americano a
Hiroshima e Nagasaki trasformarono gli americani in una collettività
terrorizzata. Questa angoscia collettiva è nota con il nome di “guerra
fredda”. L'America deve ancora liberarsi dalla paura che là fuori
possa esistere qualcuno che è altrettanto spietato. In un certo senso
l'operazione Shock and Awe ha avuto un effetto molto simile sulla Gran
Bretagna e l'America. Ha condotto alla creazione di masse terrorizzate e
facilmente manipolabili da parte di un'élite altamente motivata. Questo
tipo di politica è chiamato “politica della paura”.
E tuttavia nel
pensiero occidentale è in atto un meccanismo di correzione. Diversamente
dallo stato ebraico, che si sta radicalizzando attraverso la sua stessa
paranoia autoalimentata, a Occidente il male è in qualche modo
affrontato e arginato. L'assassino viene denunciato e la speranza di
pace viene ristabilita fino a nuovo avviso. Non che mi aspetti che il
Presidente Obama possa portare qualche cambiamento. Ma una cosa è
chiara: è stato votato perché portasse un cambiamento. Obama è il
simbolo di un autentico tentativo di limitare il male. Nello Stato
ebraico non solo questo non succede, ma non potrà succedere mai.
La differenza tra
Israele e l'Occidente salta agli occhi. A Occidente la tradizione
cristiana ci fornisce una possibilità di speranza che si basa sulla fede
nella bontà universale. Anche se corriamo costantemente il pericolo di
essere esposti al male, tendiamo a credere che il bene alla fine
vincerà. Invece nel pensiero tribale ebraico il Bene è proprietà
esclusiva degli eletti. Gli israeliani non vedono bontà o gentilezza nei
loro vicini, li vedono come dei selvaggi e come un'entità che minaccia
la loro esistenza. Per gli israeliani la gentilezza è loro proprietà
esclusiva, e guarda caso sono anche innocenti e vittime. Nel pensiero
universale occidentale la bontà non appartiene a un solo popolo o a
un'unica nazione, appartiene a tutti e a nessuno nello stesso tempo. Non
appartiene a un partito politico né a un'ideologia. Il principio
trascendente della grazia e di un Dio Buono è in ciascuno di noi, ci
tocca da vicino.
Che razza di padre è
questo?
“Quando il Signore tuo Dio ti avrà fatto
entrare nel paese che ai tuoi padri Abramo, Isacco e Giacobbe aveva
giurato di darti – quando ti avrà condotto alle città grandi e belle che
tu non hai edificate, alle case piene di ogni bene che tu non hai
riempite, alle cisterne scavate ma non da te, alle vigne e agli oliveti
che tu non hai piantati, quando avrai mangiato e ti sarai saziato”.
[Deuteronomio
6:10-11].
“Quando il Signore
tuo Dio ti avrà introdotto nel paese che vai a prendere in possesso e ne
avrà scacciate davanti a te molte nazioni… tu le voterai allo sterminio;
non farai con esse alleanza né farai loro grazia”.
[Deuteronomio 7:1-2]
A questo punto
possiamo tentare di comprendere le cause prime della grave assenza di
compassione nel pensiero israeliano e all'interno dei suoi solidali
gruppi di pressione. Credo che un'elaborazione sul travagliato rapporto
tra gli ebrei e i loro diversi dei possa far luce su questo tema. È
perfettamente evidente che la lista sempre più lunga di “Dei”, “Idoli”
e “figure paterne” degli ebrei è un po' problematica, almeno per
quanto riguarda l'etica e la bontà. Va esplorata la relazione stessa tra
“il figlio” e il “padre amorale”. La filosofa Ariella
Atzmon (che tra l'altro è mia madre) definisce la complessità della
falsa partenza o cattivo inizio come “Sindrome di Fagin”. Il
personaggio dickensiano di Fagin è un “kidsman”, un adulto che
recluta bambini e li addestra al furto e al borseggio, dando loro vitto
e alloggio in cambio della refurtiva. Benché i bambini non possano che
essere riconoscenti al loro padrone, essi non possono neanche fare a
meno di disprezzarlo per averli trasformati in ladri e borseggiatori. I
bambini si rendono conto che tutte le cose che Fagin possiede sono
rubate e che la sua gentilezza è lungi dall'essere sinceramente onesta o
pura. Prima o poi i bambini si rivolteranno contro il loro padrone Fagin
nel tentativo di liberarsi da quella morsa immorale.
Nella prospettiva padre-figlio, il
Dio
Yahweh
biblico degli ebrei non è diverso da quello che possiamo osservare nella
sindrome di Fagin. Il padre di Israele guida il suo popolo eletto
attraverso il deserto verso la terra promessa perché possa derubare e
saccheggiare i suoi abitanti indigeni. Non è esattamente quello che ci
si aspetterebbe da un padre etico o da un “Dio buono”. Dunque,
per quanto i figli di Israele amino
Yahweh,
devono anche leggermente diffidare di lui per averli trasformati in
ladri e assassini. Forse anche la sua bontà li mette in apprensione.
Dunque non dovrebbe sorprenderci che in tutta la storia ebraica più di
qualche ebreo si sia rivoltato contro il padre celeste.
Comunque, tenendo a mente la comune percezione laica secondo la quale
gli dei sono un'invenzione degli uomini, ci si potrebbe chiedere cosa
porti all'invenzione di un simile “Dio amorale”. Cosa fa sì che
la gente segua i precetti di un Dio simile? Sarebbe anche interessante
scoprire che genere di dei alternativi hanno scelto o inventato gli
ebrei una volta abbandonato
Yahweh.
Emancipandosi, più di qualche ebreo si è dissociato dal contesto tribale
tradizionale e dall'ebraismo rabbinico. Molti si sono mescolati con le
realtà circostanti, hanno lasciato cadere la loro condizione di eletti e
si sono trasformati in persone normali. Molti altri ebrei hanno
abbandonato Dio ma hanno continuato a conservare la loro affiliazione
tribale etnicamente orientata. Hanno deciso di fondare la loro
appartenenza tribale su basi etniche, razziali, politiche, culturali e
ideologiche più che sul precetto ebraico. Anche se hanno evidentemente
abbandonato
Yahweh
continuano ad adottare una visione laica che ha preso ben presto la
forma di un precetto monolitico e simil-religioso. Nel XX secolo le due
ideologie politiche simil-religiose che le masse ebree hanno trovato più
attraenti sono state il marxismo e il sionismo.
È possibile descrivere
il marxismo come un'ideologia etica laica universale. Tuttavia,
all'interno del suo processo di trasformazione in un precetto tribale
ebraico, il marxismo è riuscito a perdere ogni traccia di umanitarismo o
di universalismo. Come sappiamo, inizialmente l'ideologia e la pratica
sioniste furono ampiamente dominate da ebrei di sinistra che si
consideravano veri seguaci di Marx. Credevano davvero che celebrare la
loro rinascita nazionale ebraica a scapito dei palestinesi fosse un
gesto legittimamente socialista.
È interessante
constatare che i loro oppositori, l'anti-sionista Bund (la Federazione
generale dei lavoratori ebrei in Lituania, Polonia e Russia), non
credevano nella spoliazione istituzionalizzata dei palestinesi.
Credevano invece che espropriare i ricchi europei fosse un precetto, una
grande universale mitzvah sul cammino verso la giustizia sociale.
Quelli che seguono
sono pochi versi dell'inno del Bund:
Giuriamo di
perseverare nel nostro odio
Verso chi deruba e uccide i poveri:
Lo Zar, i padroni, i capitalisti.
La nostra vendetta sarà rapida e sicura.
Dunque giuriamo tutti insieme: vivere o morire!
Senza addentrarci in
questioni che riguardano l'etica o l'affiliazione politica, è
perfettamente evidente che l'inno ebraico-marxista è completamente
saturo d'“odio” e “vendetta”. Per quanto gli ebrei fossero
entusiasti di Marx, del marxismo, del bolscevismo e dell'uguaglianza, si
sa come è andata a finire. Gli ebrei hanno abbandonato in massa Marx
molto tempo fa. Hanno, in un certo senso, lasciato la rivoluzione a
qualche gentile illuminato come Hugo Chavez ed Evo Morales, leader che
hanno interiorizzato il significato autentico di uguaglianza ed etica
universali.
Benché alla fine del XIX e agli
inizi del XX secolo il marxismo contasse molti seguaci tra gli ebrei
europei, in seguito all'Olocausto fu il sionismo a diventare
gradualmente la voce dell'ebraismo mondiale. Come Fagin, gli dei e gli
idoli sionisti – Herzl, Ben Gurion, Nordau, Weizmann – promisero ai loro
seguaci un nuovo inizio privo di etica. Derubare i palestinesi era parte
del loro percorso verso una giustizia storica attesa da troppo tempo. Il
sionismo trasformò l'Antico Testamento da testo spirituale a libro del
catasto. Ma ancora una volta, come nel caso di
Yahweh,
il Dio sionista trasformò l'ebreo in ladro, gli promise la proprietà di
qualcun altro. Già questo può spiegare il risentimento degli israeliani
verso il sionismo e l'ideologia sionista.
Gli israeliani preferiscono considerarsi
come i naturali abitanti della loro terra piuttosto che come pionieri in
un amorale progetto coloniale della Diaspora ebraica. L'ebreo israeliano
mantiene la propria posizione politica attraverso un pericoloso
escapismo etico. Questo può spiegare il fatto che nonostante gli
israeliani amino le loro guerre detestino però combatterle. Non sono
disposti a morire per una grande ideologia astratta e remota come la “nazione
ebraica” o il “sionismo”. Preferiscono di gran lunga
sganciare da lontano bombe a grappolo e fosforo bianco.
Tuttavia, nella storia relativamente
breve del moderno nazionalismo ebraico, il Dio sionista ha fatto
amicizia con altri dei e idoli kosher. Nel 1917 Lord Balfour
promise agli ebrei che avrebbero costruito la loro casa nazionale in
Palestina. Inutile dire che, come nel caso di
Yahweh,
Lord Balfour trasformò gli ebrei in
ladri e saccheggiatori, con la sua promessa del tutto amorale. Promise
agli ebrei la terra di qualcun altro. Non poteva esserci inizio
peggiore. Evidentemente non ci volle molto perché gli ebrei si
rivoltassero contro l'Impero britannico. Nel 1947 le Nazioni Unite
fecero esattamente lo stesso stupido errore, diedero alla luce lo “Stato
per soli ebrei” ancora una volta a scapito dei palestinesi.
Legittimarono la spoliazione della Palestina nel nome delle nazioni.
Come nel caso di
Yahweh, che aveva
finito per essere accantonato, non ci volle molto perché gli ebrei si
rivoltassero anche contro le Nazioni Unite. “Non
importa quello che dicono i gentili, importa solo quello che fanno gli
ebrei”,
disse il Primo Ministro israeliano David Ben Gurion. Di recente gli
israeliani sono riusciti perfino a mettere in disparte i loro migliori e
più servizievoli amici della Casa Bianca. Alla vigilia delle ultime
elezioni presidenziali americane alcuni generali israeliani sono stati
filmati
mente denunciavano il Presidente Bush per “aver danneggiato gli
interessi israeliani con il suo appoggio schiacciante” (Generale di
Brigata in congedo Shlomo Brom). I generali israeliani fondamentalmente
accusavano Bush di non aver bloccato Israele nella distruzione dei suoi
vicini. La morale è piuttosto chiara: i sionisti e gli israeliani si
rivolteranno inevitabilmente contro i loro dei, idoli, padri e altri che
cercano di aiutarli. È questo il vero significato della sindrome di
Fagin nel contesto politico israeliano. Dovranno sempre rivoltarsi
contro i loro “padri”.
Ritengo che il più
interessante tra tutti i sistemi ebraici di convinzioni sia la religione
dell'Olocausto, che il filosofo israeliano Yeshayahu Leibowitz ha
giustamente definito la “nuova religione ebraica”. L'aspetto più
interessante della religione dell'Olocausto è il suo Dio, che è l'“Ebreo”.
Il seguace ebreo di questo nuovo precetto dogmatico crede nell'“Ebreo”,
colui che ha redento se stesso. Colui che è “sopravvissuto”
all'evento definitivo, il genocidio. I seguaci credono nell'“Ebreo”,
vittima “innocente” e tormentata che ha fatto ritorno alla sua “terra
promessa” e ora celebra il racconto della sua resurrezione riuscita.
In una certa misura, nel pensiero religioso dell'Olocausto, l'ebreo
crede nell'“Ebreo” in quanto espressione dei suoi poteri e delle
sue qualità eterne. All'interno di questa nuova matrice religiosa, la
Mecca è Tel Aviv e il Santo Sepolcro è il Museo dell'Olocausto di Yad
Vashem.
La nuova religione ha
tanti santuari (musei) sparsi nel mondo e molti sacerdoti che diffondono
il messaggio e puniscono chi vi si oppone. Dal punto di vista ebraico,
la religione dell'Olocausto è un'espressione assolutamente trasparente
dell'amore di sé. È il luogo in cui il passato e il futuro si uniscono
in un presente ricco di significato, in cui la storia si traduce in
prassi. Consapevolmente o inconsapevolmente, chiunque si identifichi
politicamente e ideologicamente (più che religiosamente) come ebreo
finisce per soccombere, in pratica, alla religione dell'Olocausto e si
trasforma in seguace della figura paterna rappresentata dall'“Ebreo”.
E tuttavia ci si potrebbe chiedere che ne è della bontà: esiste una
qualche bontà in questa nuova “figura paterna”? Esiste una
qualche grazia in questa versione della storia che parla di vittime
innocenti e che viene celebrata ogni giorno a scapito del popolo
palestinese?
Se la storia ha una
fine, la religione dell'Olocausto incarna la fine della storia ebraica.
Alla luce della religione dell'Olocausto il “Padre” e il “Figlio”
finiscono per unirsi. Almeno nel caso di Israele e del sionismo si
fondono in un amalgama di ideologia e realtà genocide. Alla luce della
religione dell'Olocausto e della sua epica etica della sopravvivenza, lo
Stato ebraico si considera autorizzato a lanciare fosforo bianco su
donne e bambini che ha ingabbiato in una prigione a cielo aperto senza
vie di fuga.
Tristemente, i crimini
commessi dallo Stato ebraico sono commessi per conto del popolo ebraico
e nel nome della loro tormentata storia di persecuzioni. La religione
dell'Olocausto porta alla vita quello che sembra essere l'ultima forma
possibile di brutale incarnazione insulare.
Storicamente gli ebrei
hanno accantonato molti dei: hanno abbandonato Yahweh, hanno mollato
Marx, alcuni non hanno mai seguito il sionismo. Ma alla luce della
religione dell'Olocausto, ricordando le scene di Gaza, di Jenin e del
Libano, l'ebreo potrebbe essere costretto a tener fede alla tradizione e
ad accantonare anche l'“Ebreo”. Dovrà accettare il fatto che la
sua nuova figura paterna è stata creata a sua immagine e somiglianza. Ma
più preoccupante è il fatto devastante che il nuovo padre, come è ormai
dimostrato, è in sé un'incitazione all'omicidio. A quanto pare, il nuovo
padre è il supremo Dio cattivo.
Mi chiedo quanti ebrei saranno tanto coraggiosi da abbandonare la loro
nuova esoterica figura paterna. Saranno tanto coraggiosi da unirsi al
resto dell'umanità nell'adozione di un pensiero etico universale? Solo
il tempo saprà dirci se l'ebreo saprà disfarsi dell'“Ebreo”.
Tanto per dissipare
ogni dubbio, io l'ho fatto molto tempo fa e vivo benissimo.
di
Gilad Atzmon
Articolo
originale pubblicato il 18/3/2009 :
War On
Terror Within: The End of Jewish History
(PalestineThinkTank.com)
Articolo italiano
pubblicato il 25/3/2009
Link
a questa pagina :
http://www.terrasantalibera.org/fine_storia_ebraica-GiladAtzmon.htm

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