Fonte: http://civiumlibertas.blogspot.com/2009/03/i-complici-di-dio-in-un-mondo.html
Esce con titolo «I complici di Dio. Genesi del Mondialismo», presso
l’editrice Effepi, un’opera sterminata di Gianantonio Valli. Si tratta
di un testo di oltre 4000 pagine che l’editore ha potuto pubblicare
solo nel cd-rom che accompagna il volume cartaceo introduttivo di 146
pagine. Non sarebbe stato possibile altrimenti. L’Autore avverte poi
che il miglior metodo per leggere la sua opera costata venti anni di
lavoro è la lettura sequenziale, pagina dopo pagina, anche se un
motore di ricerca integrato nel pdf consente facili ricerche. E noi ci
siamo accinti nella lettura dell’opera, cioè di tutte le sue 4050
pagine del pdf, essendo appena giunti a pagina 60 del volumetto
cartaceo. Intanto questa non è
una recensione. Cogliendo io la specificità della scrittura digitale
direttamente sulla rete, in un blog, mi propongo qui una serie di
riflessioni e di spunti tratti dalla lettura di un’opera che
richiederà non poco tempo e che non potrà essere ultimata a breve.
Dico ciò perché non vorrei fare torti all’Autore con eventuali
incomprensioni che possono essere mie soltanto ed estranee ai
risultati delle sue ricerche.
Intanto qui una prima associazione di idee. Se venti anni Gianantonio
Valli ha impiegato per questa sua vasta rassegna della letteratura
ebraica e sionista, ovvero per la sua determinante influenza
sull’ideologia contemporanea, venti anni furono pure necessari ad un
altro Autore, vissuto tre secoli fa. Esattamente nell’anno 1700 il
tedesco Johann Andreas Eisenmenger (1654-1704) pubblicò un’opera
altrettanto impegnativa e imponente:
Entdecktes Judentum, il “Giudaismo svelato”. Con sorprendente
analogia con quanto abbiamo assistito di recente per “Pasque di
sangue” l’opera fu subito sequestrata per l’intervento dei
potentissimi “ebrei di corte”, ossia banchieri che finanziavano i
principi dell’epoca. Quell’opera è in pratica rimasta inedita per tre
secoli. Faceva il punto della situazione per l’anno 1700. Il suo
autore versato in lingua ebraica e nella conoscenza di prima mano di
tutte le fonti dava allora un quadro dell’ebraismo che non si discosta
da quello odierno. Purtroppo in un volumetto di poco più di 100 pagine
possiamo conoscere solo piccoli brani antologici di un’opera di oltre
2000 pagine di grande formato.Tornando all’opera di Valli, si tratta qui di un bilancio fino a tutto il 2008. Il libro avrebbe dovuto uscire pressoché in contemporanea con l’operazione «piombo fuso», anche se la disponibilità del libro è forse slittata di pochi giorni. Si tratta comunque di una mera coincidenza temporale. L’opera è di vasto respiro e abbraccia tutta la letteratura contemporanea sull’ebraismo. Un primo problema che l’Autore ha dovuto affrontare è stato la scelta del titolo, che alla fine è caduto su «I complici di Dio». Che vuol dire? Chi sono questi “complici”? Forse la spiegazione del titolo offre già una buona idea sul contenuto dell’opera. Il bel mondo della religiosità antica, greca e romana, era popolato non da un solo dio, ma da molti dèi, ognuno dei quali rifletteva un aspetto dell’immensità del cosmo e della natura umana. Venne poi il dio unico che tacciò di falsità tutti gli altri, riuscendo ad abbatterne i templi e a bollare come abietti “idolatri” i loro fedeli. È ben vero che poi i monoteismi entrarono in conflitto fra loro, determinando guerre sanguinose in nome di dio.
Più “geloso” di tutti fu ed è il dio ebraico, che non si fece scrupolo di ordinare i peggiori delitti ai suoi adepti e prediletti. Basta appena leggere la Bibbia, nella parte denominata “Vecchio Testamento” per trovare ad ogni piè sospinto efferratezze tali da costringere gli odierni esegeti a veri e propri equilibrismi per non dover applicare alla Torah la perfida legge Mancino, concepita non per promuovere lodevolmente l’amore fra i popoli, ma come strumento contro le minoranze politiche o il pensiero antconformista. Ad esempio, tutti conosciamo l’avvio poetico del salmo che inizia con:
Sui fiumi di Babilonia, là sedemmo al
ricordo di Sion.
Ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre…
Ma che poi termina in quest’altro modo:

Figlia di Babilonia devastatrice, beato
chi ti renderà quanto ci hai fatto.
Beato chi afferrerà i tuoi piccoli e li sbatterà contro la pietra.
Il sangue e la ferocia che Geova prescriveva ai suoi “eletti” inducono
ragionevolmente a pensare ad un rapporto di “complicità”, volendo dar
credito alla concezione di un dio capace di ordinare e pretendere
simili cose dai suoi fedeli servitori. Siamo ormai abituati a venire
colpevolizzati ad ogni più innocente starnuto. La specifica ed
esclusiva relazione fra un Dio, che è l’Unico ed il Sommo, ed il “suo”
popolo in dispregio di tutti gli altri mai esistiti sulla terra e
nella storia non potevano non produrre nel corso dei millenni una
difficile convivenza con le più disparate genti con le quali gli ebrei
in quanto comunità religiosa sono venuti in contatto. Il “Blut und
Boden” appartiene come caratteristica essenziale all’ebraismo molto
più che non al nazismo, la cui ideologia non riuscì mai ad avere
contorni definiti. E tutto in un nome di un Dio che avrebbe trattato
come “figliastri”, bastardi gli altri popoli della terra. Insomma,
checché ne dicano i sofisti parateologici o i cattolici giudaizzanti,
si tratta di una brutta religione non fatta per essere amata. Il
cristianesimo aveva aperto ai “gentili” – anche questo una brutta
parola alla quale il vocabolario corrente ci costringe – in una vasta
operazione sincretisca, dove confluivano molti temi delle religioni
antiche, fra cui notissimo il culto di Mitra e del Sole Invitto.
Il
linguaggio che siamo costretti ad adoperare per un uso ormai
consolidato contiene in se gli elementi dell’inganno e
dell’autoinganno. Ben lo sanno i produttori di linguaggio e di
terminologia, che negli angoli più disparati dell’uso del linguaggio
non mancano lì di gettare qualche frasetta dove si consolida in dogma
teologico della nostra epoca: la Shoah. Perfino l’uso metaforico del
termine “olocausto” – che propriamente non è la traduzione di “Shoah”,
disastro o qualcosa di simile – viene fustigato dai “guardiani”
informatici. Trovandosi in presenza di ebrei, è ormai divenuto costume
stare attenti al linguaggio adoperato per non trovarsi appioppata la
classica e strumentale accusa di “antisemitismo”. I «Complici di dio»
vanno utilmente affancati nella lettura da un’altra opera di
Gianantonio Valli uscita nel 2007, di estensione più contenuta in solo
223 pagine, uscita presso lo stesso editore con titolo “Holocaustica
religio. Fondamenti di un paradigma”, dove l’Autore passa in
rassegna una vastissima letteratura, di cui è fatta ampia citazione.
Anche se il grande uso di citazioni può apparire di ostacolo nella
lettura, ci si persuade poi che non poteva essere diversamente: le
citazioni devono essere testuali in modo che il lettore possa risalire
ad esse e stabilire poi una personale resa dei conti con questa o
quell’Autore di cui non sospettava simili accomodamenti con lo spirito
del tempo.
Antonio Caracciolo
Anonimo ha detto...
Grazie comunque, scusi per il disturbo e complimenti, continui così; il sito è molto ricco ed interessantissimo, Lei scrive con serietà e competenza, senza fanatismi di sorta, ed aiuta a capire davvero che non esistono popoli eletti immuni da critiche...
Cordiali saluti .
Roberto F.
Antonio Caracciolo ha detto...
Le devo però a questo punto qualche piccola spiegazione. Non è che io mi sia interessato originariamente ai temi su cui vigila il servizio di diffamazione pubblica denominato “Informazione Corretta”, delle cui attenzioni sono stato onorato.
La mia occupazione (spero sia breve) sul tema “nazismo”, “ebraismo”, è sorta come necessaria digressione dal campo degli studi schmittiani, per i quali sono noto nella letteratura specifica, avendo tradotto in italiano i testi maggiori.
Ebbene, occupandosi di Schmitt, che visse ben 97 anni, si trova un suo coinvolgimento con il nazismo in particolare per gli anni 1933-36. Nel dicembre del 1936 Schmitt fu pesantemente attaccato dalle SS e fu emarginato dal regime.
Tuttavia, nella letteratura su Carl Schmitt è ricorrente questa sua limitata fase “nazista” e gli vengono del pari rimproverate talune frasi dei suoi scritti in quanto tacciate di “antisemitismo”.
In questo limitato contesto ho dovuto perciò interessarmi della “questione ebraica”, nei termini in cui si pone nella nostra epoca. Per quanto riguarda Schmitt sono ormai giunto alla conclusione che egli non deve scusarsi di nulla, ma se mai sono i suoi critici e detrattori che devono porsi il problema del condizionamento che essi subiscono in modo più o meno consensuale nel tempo e nel regime in cui vivono, magari bene e molto bene.
Che la “questione ebraica” sia un tema importante per capire la nostra epoca ne sono ormai convinto e non mi dispiace essermi temporaneamente distolto da altri campi di studio. Non saprei dire ancora quanto importante. Per taluni – e questo giudizio mi impressiona – sarebbe una questione tanto importante da non poter capire il resto, se non la si affronta per prima.
Per chiudere, trovo interessante il suo accenno allo studio dell’ebraico. Anche io durante le vacanze ginnasiali mi ero messo per qualche mese a studiare l’ebraico. All’epoca anche io mi interessavo della Bibbia e quindi dell’ebraico. Se le può interessare, supponendo che lei sia molto più avanti di me nello studio dell’ebraico, che allora interruppi subito all’inizio dell’anno scolastico e se vuole associarsi ad un piano di edizione su questo blog dell’intero testo di Eisenberg, dove sono frequenti le citazioni in ebraico (si tratta solo di trascriverle), mi contatti in privato e potremo metterci d’accordo.
Chiudo dicendo che ho imparato ormai ad ignorare le sfacciate diffamazioni da parte dei Signori di cui parla. La stima e l’affetto di quanti mi conoscono personalmente non è mai venuta meno in questi anni. Non considero utile e produttiva un’azione legale contro costoro: è quel che cercano. Ma se vivono di diffamazione, si nutrino pure di diffamazione.