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"Notizie dalla Terra Santa"

 

Anno VI - 2010

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Questa Redazione, pur non condividendo sempre e necessariamente tutte le dichiarazioni degli autori nei testi citati, reputa che esse siano comunque utili fonti di informazione e riflessione.

Non omologati in alcun schieramento, in rispetto della libertà di pensiero e d'espressione garantite costituzionalmente, riteniamo irrinunciabile e giusto dare spazio a molte voci del dissenso, altrove negate.

La guerra per il dominio: appunti in libertà.

Rivisitazioni e considerazioni di quest'ultimo secolo insanguinato per la corsa al potere.

Fatti e protagonisti alla luce degli odierni scenari di guerra globale.

 

di Giorgio Q. e Alessandro Zola

 

La seconda guerra mondiale, è stata soprattutto un dramma umano e di enormi proporzioni, rispetto alla precedente guerra, sia per il numero dei morti che per la sua estensione geografica. Un conflitto che  aveva interessato non solo l'Europa, ma anche il continente asiatico, l'Africa, le acque dell'Atlantico e del Pacifico e il Giappone .

Fu uno scontro per il dominio del mondo sulla spinta di ideologie molto diverse tra loro, sia sul modo di governare i popoli che per la divisione delle ricchezze. Il comunismo nato con la rivoluzione d’ottobre in Russia all’inizio del 900’ stava contagiando l’Europa e le monarchie Europee con i suoi movimenti popolari, che mettevano in fibrillazione anche la corona britannica nonostante la potenza del suo impero. Proprietari terrieri, ricchi, nobili , poveri e analfabeti vivevano nello stesso stato in condizioni di vita molto diversi. La fame che aveva spinto molti ad emigrare,  il desiderio di migliori condizioni di vita da parte dei meno abbienti stavano dando luogo a movimenti di rivolta  e l’eco della rivoluzione francese era ancora vivo nella classe intellettuale.

Le differenti ideologia del: capitalismo,comunismo, fascismo,  nazionalsocialismo tedesco, all’interno dei rispettivi sistemi di potere,  hanno alimentato questo conflitto , sia per interessi economici che di dominio fino ad arrivare  alla 2° guerra mondiale. Questa inizia il 1º settembre 1939 con l'invasione della Polonia da parte della Germania e termina, nel teatro europeo, l'8 maggio 1945 con la resa tedesca, mentre  nel teatro asiatico, il successivo 2 settembre con la resa dell'Impero giapponese a seguito dei bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki.

Prima della guerra le grandi potenze erano almeno sei: USA, URSS, Gran Bretagna, Francia, Germania, Giappone. Alla fine ne rimasero solo due: USA e URSS

Pochi mesi prima della sconfitta della Germania nazista  ha luogo  in Crimea , nella vecchia residenza estiva di Nicola II fra il 4 e l'11 febbraio 1945  la conferenza di Jalta , a cui parteciparono Franklin Delano Roosevel, Winston Churchill e Stalin, rispettivamente capi dei governi degli Stati Uniti, del Regno Unito e dell'Unione Sovietica. Non venne invitato il leader francese Charles de Gaulle. I capi politici dei tre principali paesi Alleati presero alcune decisioni importanti sul proseguimento del conflitto, sull'assetto futuro della Polonia, e sull'istituzione dell'Organizzazione delle Nazioni Unite.

 

Dopo la guerra sconfitti la Germania nazista e il Giappone, indebolite dalla guerra, la Francia e la Gran Bretagna, le due super potenze emergenti crearono una nuova egemonia mondiale: l'Unione Sovietica attrasse sotto la sua influenza gli stati dell'Europa orientale che furono occupati dall'Armata Rossa; gli Stati Uniti divennero il punto di riferimento per le democrazie liberali capitalistiche.

Questo accordo fu promosso da Winston Churchill per mettere dei limiti alla avanzata dell’armata rossa che avrebbe potuto occupare il centro Europa .

Nel corso della guerra si consumò anche la tragedia del popolo ebraico perpetrata dai nazisti nei campi di concentramento che al termine della guerra porto al processo di Norimberga . ( 1 )

http://www.homolaicus.com/storia/contemporanea/norimberga/1.htm

Al termine del conflitto si instaurò un nuovo equilibrio mondiale , fondato sulla contrapposizione, nota come "guerra fredda", tra Stati Uniti ed Unione Sovietica, mentre l'Europa, ridotta ad un cumulo di macerie, perdeva la propria egemonia sul pianeta .

 

La divisione della Germania

Avvenne perchè molti capi nazisti furono riconosciuti colpevoli di crimini contro l'umanità e processati a Norimberga del 1946. Questo tipo di accusa impedì che ci fosse un trattato di pace con la Germania: lo stato tedesco si era compromesso con il regime nazista e non poteva sedere al tavolo della pace. Gli Alleati vollero una resa senza condizioni della Germania, la occuparono e l'amministrarono in proprio. A Jalta era già stata decisa la divisione politica sotto l'amministrazione degli stati vincitori: USA, URSS, Francia e Gran Bretagna. Ognuno dei quattro avrebbe controllato e amministrato una parte del territorio tedesco: anche la capitale del Reich sconfitto, Berlino, fu divisa in quattro zone controllate dai vincitori. 

La Germania venne anche privata di una propria forza militare e, nella conferenza di Potsdam del luglio 1945 i suoi confini orientali furono fissati lungo la linea dei fiumi ODER-NEISSE: i territori tedeschi della Pomerania e della Slesia passavano alla Polonia, la Prussia orientale all'URSS. Questi spostamenti di confine provocarono la migrazione di due milioni di profughi tedeschi verso Ovest.

L'Europa, fu quindi divisa da una “ cortina di ferro“ come la definì Churchill, un vero confine tra i paesi dell’est e dell’ovest.

La guerra fredda trovò il primo terreno di scontro a Berlino. L'Unione Sovietica temeva che la rinascita di una nazione tedesca indebolisse la sua posizione di controllo sugli stati dell'Europa orientale e contrastava il progetto degli Alleati. Stalin fece isolare Berlino che in seguito portò alla realizzazione del noto  Muro di Berlino (Berliner Mauer), iniziato il 13 agosto del 1961) e cessa il 9 novembre 1989, con lo smantellamento della cortina di ferro da parte dell'Ungheria (23 agosto 1989)

 

Nel maggio 1948 - Nasce lo stato d'Israele, e inizia la tragedia del popolo palestinese.

La nascita dello stato d’Israele, viene decisa da Stalin allo scopo prevalente di mettere un cuneo tra gli stati arabi che in quel momento erano filo inglesi. 

Con i cinque voti controllati dai sovietici (quello dell'Urss, dell'Ucraina, della Bielorussia, della Polonia e della Cecoslovacchia) passa la storica risoluzione 181,all'ordine del giorno dell'Assemblea generale dell'Onu del 26 novembre 1947, la maggioranza necessaria.

I motivi che spinsero Stalin a compiere questa scelta, all'epoca per nulla scontata furono diversi, di cui i particolari inediti di questa vicenda sono stati riportati dal giornalista russo  Leonid Mlecin   attraverso la preziosa documentazione venuta alla luce dopo l’apertura degli archivi “segreti” dell’ex URSS . Vedi : “Perché Stalin creò Israele”  di Leonid Mlecin  [1]

 

Sicuramente i legami fra il partito di Lenin e i gruppi della sinistra ebraica erano stati in effetti stretti e antichi, così come quelli, dopo la rivoluzione, con altre aggregazioni, compreso il Partito comunista palestinese, quasi interamente ebraico. Ben Gurion stesso, a capo di una delegazione dell'Histadrut (il sindacato ebraico della Palestina), si era recato a Mosca già nel '23, stringendo legami con il nuovo paese. L'opzione sionista apriva tuttavia un altro ordine di problemi: quello del riconoscimento di una questione nazionale ebraica rispetto alla quale anche i numerosissimi dirigenti bolscevichi di origine ebraica, tutti rigorosamente laici, si mostravano totalmente indifferenti. E così il Partito comunista bolscevico, nei primi tempi, oscilla fra la linea dell'integrazione pura e semplice e l'attenzione alla questione nazionale, cui Stalin stesso era particolarmente sensibile, anche perché georgiano.

 La decisione di Stalin risente, inoltre, dal particolare rapporto con il movimento sionista all'inizio degli anni quaranta: politico diplomatico, ma anche militare, con l'Haganà prima, poi con l'esercito israeliano nei mesi iniziali della guerra contro gli arabi, quando si consuma la drammatica pagina della Nakba, ossia la cacciata di 760.000 palestinesi (le armi arrivavano, via Cecoslovacchia e Jugoslavia, in un piccolo aeroporto nella valle della Bekaa) [2]

 

Ma la scelta di Stalin nell’obbiettivo di creare lo stato d’Israele  a lui favorevole si dimostrerà poi in seguito,molto controproducente per la Russia, in quanto gli equilibri internazionali si modificheranno molto presto. Israele si legherà agli Stati Uniti al punto di condizionarne le linee di politica estera e di influire sulle campagne elettorali dei presidenti degli Stati Uniti

 

Le perdite dell'Italia 

Occupata e divisa la Germania, le potenze vincitrici conclusero un trattato di pace con i suoi alleati: Italia, Finlandia, Ungheria, Romania, Bulgaria. (Accordi di Parigi, 1948) 

L'Italia dovette sottostare all'arretramento dei confini e all'abbandono delle colonie. Lasciò alla Francia alcuni Kmq di territorio: Moncenisio, Tenda, Briga. Alla Jugoslavia dovette cedere l'Istria, Fiume, Zara, parte della Venezia Giulia, le isole della Dalmazia. In un primo tempo anche Trieste venne proclamata città libera, staccata dal territorio italiano, divisa in due e amministrata per una parte dagli Inglesi e per l'altra dalla Jugoslavia. Solo nel 1954 la città istriana tornò all'Italia. L'Albania fu sottratta al dominio italiano e ritornò stato indipendente. Anche le colonie, la  Libia, l'Eritrea, l'Etiopia tornarono indipendenti slavo la Somalia affidata in amministrazione all'Italia (durerà fino al 1960). Le isole del Dodecanneso, vicino alla costa turca e ottenute all'inizio del secolo dopo la guerra di Libia, passarono dall'Italia alla Grecia.

 

Il Giappone occupato

Il Giappone subì una sorte simile a quella della Germania: fu costretto ad arrendersi senza condizioni. Il Giappone dovette cedere tutti i territori conquistati nel conflitto e perse anche la Manciuria e la Corea, che controllava da molti ani prima della guerra. Il Giappone subì anche l'occupazione militare e l'amministrazione delle autorità americane. Nel 1947 tornò ad essere autonomo con una costituzione predisposta dagli Stati Uniti. Questa prevedeva la smilitarizzazione del paese e negava il carattere divino dell'imperatore, tradizione particolarmente radicata nella cultura giapponese.

Gli Stati Uniti vollero risolvere in fretta i rapporti con il Giappone per avere un problema in meno e un alleato in più nel nuovo scontro che si stava delineando tra i paesi occidentali e i paesi del blocco comunista: infatti il trattato non fu riconosciuto dall'Unione Sovietica, l'altra grande potenza mondiale.

 

Il Piano Marshall

 

divenne operativo dall’aprile del 1948 e fu una conferma dell’avvenuta presa di coscienza da parte degli americani della loro leadership mondiale. L’allora Segretario di Stato americano George C. Marshall aveva posto dinanzi al Congresso lo stato di estremo disagio in cui versavano le economie dei paesi europei; così, forti della loro posizione, gli USA finirono per adottare l’European Recovery Program (ERP), il cui scopo era quello di aiutare la ricostruzione delle disastrate economie europee. In breve furono erogati miliardi di dollari a favore soprattutto dei principali alleati occidentali (Francia e Gran Bretagna), mentre alla Germania, il paese uscito più distrutto dalla guerra, andò solo una piccola parte. Anche l’Italia beneficiò degli aiuti americani nel suo processo di ricostruzione politica ed economica post-fascista. I fondi stanziati dall’ERP permisero di raggiungere il pareggio del bilancio statale e la stabilità monetaria oltre che un risveglio dell’attività produttiva; questi saranno i punti chiave che porteranno, negli anni ’50, al cosiddetto "miracolo economico" dell’Italia, cioè allo straordinario sviluppo dell’economia italiana i cui ritmi di crescita saranno tra i più alti del mondo (secondi solo alla Germania Federale).

In realtà, gli aiuti scaturiti dal piano Marshall furono dettati più da ragioni strategiche che economiche; gli americani miravano infatti a portare dalla loro parte tutti i paesi dell’Europa occidentale allo scopo di arrestare l’avanzata comunista. Di qui la decisione di assisterli economicamente e di garantire loro la protezione militare contro un eventuale attacco sovietico. Secondo molti studiosi, fu proprio il piano Marshall a dare avvio alla guerra fredda. Però è giusto ricordare che gli aiuti americani contribuirono a risollevare le economie dei paesi dell’occidente europeo e, indirettamente, favorirono l’adozione di scelte di cooperazione tra questi paesi (in primo luogo Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo e Olanda) che porteranno a quella integrazione economica, monetaria ed anche politica tutt’ora in corso.

 

La guerra fredda e l'equilibrio del terrore

Nell’immediato dopoguerra gli Stati Uniti d’America s’assunsero il compito di guidare la ricostruzione del sistema economico internazionale, dinanzi al declino delle potenze europee. Sul piano politico-militare il ruolo egemonico statunitense fu però insidiato dall’Unione Sovietica, nascente potenza che fondava la sua rivalità nel conflitto ideologico tra capitalismo (americano) e comunismo e che godeva di una forte capacità di destabilizzazione politica in Europa. Infatti, sotto la guida sovietica, in quasi tutti i paesi dell’Est europeo si andò affermando l’ideologia politica comunista che rappresentava una vera e propria minaccia agli occhi del mondo occidentale. Gli americani risposero in un primo momento con la cosiddetta "strategia del contenimento" (containment); il 12 marzo 1947 il presidente degli USA Harry Truman enunciò dinanzi al Congresso americano la sua "dottrina", che consisteva in una serie di aiuti economici (con l’European Recovery Program, meglio noto come Piano Marshall) e militari alle nazioni europee che sarebbero passate quindi sotto la protezione degli USA. Lo scopo era di creare un fronte compatto dinanzi alla minaccia dell’avanzata comunista e, all’interno dei paesi che ricadevano nel nascente blocco americano, i partiti di sinistra furono allontanati dalle coalizioni governative; in Italia, ad esempio, le elezioni politiche del 1948 segnarono il trionfo della Democrazia Cristiana e il definitivo allontanamento dei comunisti e socialisti dall’area di governo.

Ecco quindi come il sistema delle relazioni internazionali del secondo dopoguerra si andava polarizzando su due blocchi contrapposti di stati, quello sovietico dell’Est e quello americano dell’Ovest, che divideranno l’Europa in due parti. In seguito, questo sistema della "guerra fredda" (termine che fu utilizzato per la prima volta dal giornalista americano Walter Lippmann) si estenderà anche fuori dell’Europa, dando vita a due "mondi" ideologicamente contrastanti: quello comunista guidato dall’URSS e quello capitalista e democratico guidato dagli USA. Da qui anche la nascita del "Terzo Mondo", termine che inizialmente fu identificato con il movimento degli Stati "non allineati" rispetto ai blocchi raccolti intorno agli USA e all'URSS; in gran parte si trattava di nuovi paesi usciti dal processo di decolonizzazione, ma non mancarono grandi Stati che si rifiutarono di entrare nell’orbita americana o sovietica (ad esempio l’India, la Cina e la Iugoslavia).

Sino alla fine degli anni quaranta gli americani, essendo gli unici in possesso di testate nucleari, riuscirono a mantenere una condizione di superiorità strategica sulla quale fondarono la cosiddetta "dottrina della rappresaglia massiccia", la quale doveva bloccare ogni tentativo di aggressione nei loro confronti (o nei confronti degli Stati occidentali) con la minaccia nucleare. Ma, quando nell’agosto del 1949 l’URSS fece esplodere la sua prima bomba atomica, la preponderanza militare americana venne meno ed in breve tempo i sovietici riuscirono a dotarsi di armi nucleari tali da competere come antagonisti degli Stati Uniti, almeno in campo militare. Il successo in Cina della rivoluzione comunista guidata da Mao Zedong e l'immediata alleanza di quest'ultimo con Stalin fece rientrare anche l'Estremo Oriente nella scena dello scontro bipolare. Iniziò così una fase di militarizzazione massiccia della guerra fredda, caratterizzata da una continua corsa al riarmo nucleare da parte delle due superpotenze.

La parità in campo nucleare poneva la rivalità sovietico-americana in una condizione strategica del tutto nuova nella storia delle relazioni internazionali, quella del cosiddetto "equilibrio del terrore", fondato sulla consapevolezza che una guerra diretta tra le due superpotenze avrebbe causato la distruzione di entrambe e del mondo intero. Questo equilibrio del terrore rappresentò dunque una sorta di deterrenza reciproca che avrebbe dissuaso i due rivali dall’impiego delle loro terribili armi di distruzione di massa; quella dell’esclusione dello scontro militare diretto tra le due superpotenze fu una vera e propria regola del "gioco" bipolare durante la guerra fredda. Soltanto una volta il mondo rischiò di precipitare in una guerra nucleare. Accadde nel 1962, l’anno della famosa crisi dei missili di Cuba, dovuta al fatto che i sovietici avevano installato nell’isola (grazie all’appoggio del leader cubano Fidel Castro) dei missili capaci di bombardare gli Stati Uniti e spinsero il presidente americano John F. Kennedy ad imporre un blocco navale intorno a Cuba per una probabile invasione dell’isola; l’invasione avrebbe potuto scatenare una guerra nucleare e il leader sovietico Chruscev, conscio di ciò, accettò di ritirare i missili in cambio dell’impegno americano a non invadere Cuba.

 

La guerra del Vietnam

 

La guerra del Vietnam che era iniziata 1962 con “ Un incidente pre-pianificato dagli Usa nel Golfo del Tonchino” si conclude ingloriosamente nel 1975 , con il ritiro degli Stati Uniti dal teatro di guerra, lasciando dietro di se un paese devastato da 12 anni di guerra. Fu anche grazie al grande movimento popolare si era  formato nei paesi europei e per tutta la durata di questa guerra, ad opera dei partiti della sinistra ancora presenti in Europa a togliere consenso a questa guerra.  Le forze militari in questo conflitto erano composte da una coalizione composta da Vietnam del Sud, Stati Uniti, Corea del Sud, Thailandia, Australia, Nuova Zelanda, e Filippine e Filippine. Dall'altra parte c'era la coalizione formata da Vietnam del Nord e Fronte di Liberazione Nazionale del Vietnam (FLN) conosciuto anche come Viet Cong, un movimento di guerriglia Nordvietnamita. L'Unione Sovietica e la Repubblica Popolare Cinese  che fornirono aiuti militari al Vietnam del Nord e FLN, ma non presero parte alla guerra con le loro truppe. La guerra fece parte di un più ampio conflitto regionale che coinvolse le nazioni confinanti della Cambogia e Laos, conosciuto come Seconda Guerra Indocinese. Negli anni ’80 toccò al giovane leader sovietico Michail Gorbacev di riprendere il dialogo distensivo con gli USA, lanciando una richiesta di pace e di alleggerimento delle risorse militari che venne raccolta dal presidente Ronald Reagan.

L’America attraverso i media, intanto, proiettava nel mondo una immagina si se forte e intransigente, un baluardo a difesa del mondo dall’impero del male, così il presidente Reagan aveva definito L’Unione Sovietica.  Ma la politica estera degli Stati Uniti si contraddiceva rispetto a questo mediatico slogan di facile presa sulla gente comune.

 

La missione Apollo 11

 

L’immagine di una Americana forte e tecnologicamente avanzata, viene proposta al mondo  con lo sbarco degli Astronauti sulla Luna il 20 luglio del 1969. Ma  successivamente dall’esame delle foto, in tanti, ancora oggi sostengono che la missione spaziale  Apollo 11 sia stata soltanto una montatura, una frode ai danni dell’intera umanità, inscenata dal governo americano con il solo obiettivo di poter imporre la propria supremazia nell’esplorazione spaziale e per far dimenticare le guerra del Vietnam.

Le prove del fatto che l'allunaggio del 1969 è un falso

http://www.neversleep.it/index.php/a/disinformazione-e-bugie/la-prova-che-l-allunaggio-del-69-e-un-fa 

 

 

Mikhail Gorbaciov  e  Ronald Reagan

 

I due leader furono protagonisti tra il 1985 e il 1988 di una serie di incontri a Ginevra, Reykjavik, Washington e Mosca, che portarono alla riduzione dei missili nucleari, soprattutto in Europa.

I colloqui sul disarmo nacquero da una seria volontà di pace, ma anche da interessi delle due superpotenze. A metà degli anni Ottanta l’opinione pubblica europea, che aveva ancora una cultura pacifista e di sinistra, protestò contro i nuovi missili americani installati in Belgio, Olanda, Inghilterra, Germania occidentale. Reagan non volle creare difficoltà agli alleati europei. Anche Gorbaciov, riducendo gli armamenti, otteneva due risultati: la riduzione delle spese militari, che gravavano su un’economia già dissestata, e il sostegno dei Paesi occidentali alla sua politica di riforme. Gli accordi sul disarmo furono in ogni caso un fatto concreto e positivo perché eliminarono dall’Europa più di 2500 missili nucleari e diminuirono fortemente il rischio di guerra atomica. All’accordo sui missili europei seguirono altre proposte per la distruzione delle armi chimiche e dei missili intercontinentali. Gorbaciov prese poi altre iniziative diplomatiche che confermavano la svolta nella politica sovietica: ristabilì contatti con Israele,diventato potentissimo alleato degli USA; poi si adoperò per la pace nel Medio Oriente; cercò un riavvicinamento con la Cina; incontrò papa Giovanni Paolo II in Vaticano nel 1989 contribuendo a migliorare la condizione delle comunità religiose cattoliche in Unione Sovietica.

Ma da un attuale revisionismo storico fatto da politologi Russi, dopo l’avvento di Putin,  sembra emergere una certa ingenuità di Mikhail Gorbaciov nel credere che un disarmo nucleare fosse possibile. I fatti successivi hanno poi dimostrato che gli USA non hanno mantenuto fede agli accordi presi per la non proliferazione delle armi nucleari e inoltre hanno sviluppato nuove armi tattiche e mini bombe nucleari. Dal 3 giugno 2002 gli USA hanno disdetto la loro adesione al trattato ABM (quello contro i missili balistici) [3]

 

La caduta del muro di Berlino 

 

L’unificazione delle due Germanie fu il fatto più significativo di questo importante momento storico. Quando l’Ungheria nel 1989 permise il libero passaggio verso l’Austria, di fatto aprì un varco nella "cortina di ferro", subito utilizzato da centinaia di cittadini della Germania Est per arrivare nella Germania occidentale in cerca di un futuro migliore. Questo esodo in poche settimane divenne massiccio e inarrestabile. Il governo comunista tedesco non era in grado di fermare la fuga a Ovest e si trovò a fronteggiare manifestazioni di massa nelle grandi città, Lipsia, Dresda, Berlino. Così non poté far altro che cedere alle richieste dei dimostranti: nel novembre 1989 lasciò libero transito attraverso il muro di Berlino che venne rapidamente abbattuto come simbolo della negazione di libertà. Erano passati 28 anni dalla sua costruzione. Mentre i dirigenti della Germania comunista erano ridotti all’impotenza, il governo della Germania occidentale sotto la guida del cristiano democratico Helmut Kohl spingeva verso l’unificazione. Furono abbattute le frontiere fra i due Stati tedeschi, venne firmato un trattato di unione economica e monetaria e nell’ottobre 1990 si giunse infine alla riunificazione politica con il consenso di Stati Uniti, Unione Sovietica, Francia e Inghilterra. La divisione della Germania iniziata nel 1945 era definitivamente chiusa.

 

Gli eserciti segreti della Nato  -  Gladio

 

Durante la Guerra Fredda, è esistito un esercito segreto chiamato Gladio. Le sue rivelazioni destarono clamore in Italia, non solo perché ammetteva ciò che era stato a lungo negato (anche dallo stesso Andreotti quando fu sottoposto ad una inchiesta giudiziaria nel 1974 nelle vesti di Ministro italiano della Difesa), ma perchè continuò a sostenere che c’era una rete di eserciti segreti del tipo ‘stay behind’ [N.d.T.: questo era il vero nome di Gladio] che operava in tutte le nazioni facenti parte della NATO. In breve, questa fu una questione che non coinvolgeva solo l’Italia.

Man mano che i dettagli venivano resi noti, la storia diventava ancor più inverosimile. Sulla scia della Seconda Guerra Mondiale, all’inizio della Guerra Fredda, le agenzie dell’intelligence, guidate essenzialmente da Inghilterra e Stati Uniti, hanno stabilito una rete d’agenti e di eserciti segreti attraverso l’Europa, una rete che sarebbe rimasta segreta ma attiva durante la Guerra Fredda. Una rete militare non regolata, equipaggiata con armi pesanti.

Lo scandalo che ne derivò, e che attraversò l’Europa, fu messo in sordina dallo scoppio della prima Guerra del Golfo (Saddam Hussein invase il Kuwait nell’agosto del 1990) e quindici anni dopo l’affermazione di Andreotti, Gladio e la rete della NATO [di eserciti] stay-behind, restano in larga misura un argomento con un gran numero di domande non risposte. Il lettore occasionale potrebbe chiedersi il perché di tutto questo interesse verso una struttura segreta della Guerra Fredda. In parte perché ci sono troppi dubbi irrisolti. L’esistenza di una rete è un dato di fatto. Ciò è stato confermato, finora, da diversi capi di stato, da tre indagini parlamentari (Italia, Belgio, Svizzera), e non meno importante, da una strana smentita* e successiva conferma dell’esistenza da parte della stessa NATO nel 1990. Ed ancora, lasciando da parte coloro che sono coinvolti nella rete, poche persone sanno in realtà come funzionava tale rete, o come definiva il proprio ruolo. Ci sono prove sufficienti e testimonianze personali per sostenere legami fortuiti con i gruppi terroristi di destra, attivi negli anni ’70 ed ’80, e che questa stessa rete è stata responsabile dell’implementazione della cosiddetta ‘strategia della tensione’: l’uso deliberato di terrorismo per far passare gli elettori di una data nazione, spaventati, verso destra e quindi verso un governo caratterizzato da “giustizia e ordine” di stampo fascista.  Le domande non hanno risposta perché, durante le indagini parlamentari, quando si ricerca il soggetto da indagare, prima o poi ci si imbatte in disposizioni di segreti di stato. Sottolineando la natura ‘off-limits’ del tema, pare che un diplomatico della NATO abbia asserito “Non mi aspetterei una risposta a troppe domande, anche se la Guerra Fredda è finita. Le prove di un presunto legame con il terrorismo, se questo esisteva, sono ben nascoste”.[ Reuters, 15 Novembre 1990].

Le indagini condotte in Belgio negli anni ‘90 hanno portato alla luce dettagli preziosi sulla struttura delle reti. Nel caso del Belgio e di molti altri paesi della NATO, il primo passo è rappresentato dalla costituzione di una commissione tripartitica tra la nazione ospitante, l’Inghilterra e gli USA. In seguito, fu creato nel 1948 un corpo generale per il coordinamento tra le diverse nazioni dell’Europa Occidentale, conosciuto come Western Union Clandestine Committee [N.d.T.: Commissione clandestina dell’Unione occidentale] . Il WUCC fu annesso alla NATO nel 1951, cambiando la sua nomenclatura in Clandestine Planning Committee. Fu creata anche una seconda commissione, l’Allied Clandestine Committee [N.d.T.: Commissione clandestina degli Alleati]. Dopo l’uscita della Francia dalla NATO, la sede centrale di tali Commissioni fu trasferita a Bruxelles. “In ogni caso queste reti furono create in maniera clandestina, e in alcuni casi venivano reclutate persone di destra, perché serviva la certezza che fossero ideologicamente impegnate contro il comunismo. Quindi per esempio in Germania, furono assunti alcuni membri della rete nazista”. * Daniele Ganser [4],

In Europa ma soprattutto Italia, tutti i partiti della sinistra, per gli effetti della strategia della tensione e perchè viene a mancare la spinta dell’unione sovietica, abbracciano le dottrine liberiste fino a poco tempo prima avversate, cambiato i simboli cambiano le alleanze , sparisce la falce e il martello, cessa il PCI,  nascono nuovi partiti , inizia una svolta nelle scelte di politica economica : meno stato più mercato .

Lo scandalo di Tangentopoli, annienta il partito socialista di Craxi , si disintegra il pentapartito e la democrazia cristiana , nasce un nuovo movimento politico chiamato “Forza Italia”, con il contributo di Licio Gelli e della sua loggia segreta P2 legata a Gladio,  entra sulla scena politica Silvio Berlusconi .

 

 

La Perestrojka

 

La  Russia alle prese con la propria riorganizzazione economica interna, a seguito della Perestrojka (che in russo significa "ricostruzione" ) voluta  da Gorgaciov,  agli inizi degli anni 90’, attraversa una crisi economica senza precedenti, a causa delle riforme avviate, spesso confusionarie e non accompagnate da una legislazione adeguata, che portano ad un aumento della disoccupazione e a un forte malcontento nel popolo russo.

Per l'attuazione della perestrojka venne costituita una commissione governativa, con a capo l'Accademico Leonid Abalkin, vice primo ministro, che si fece assistere dall'italiano Giancarlo Pallavicini, primo consulente occidentale del governo sovietico per la riforma dell'economia. Il suo primo impegno fu la formulazione di una legge antimonopolio, resa impossibile dalle particolari circostanze dell'economia centralizzata e fortemente osteggiata da Pallavicini, . Il ritardo nell'eliminazione dei monopoli e nella privatizzazione delle attività produttive e dei servizi, sollecitata per interessi individuali o di gruppi, indebolì Gorbaciov, che non si oppose in misura adeguata al tentativo di golpe del 1991, in quanto rallentava la pressione su di lui esercitata da quelli che poi divennero i cosiddetti "oligarchi", che favorirono l'avvento al Cremino di Boris Eltsin. Attraverso il suo staff viene lanciano un ambizioso piano di stabilizzazione, che mira a smantellare il sistema economico socialista per introdurre il libero mercato

Una parte decisiva dell’industria e dell’economia furono privatizzate. Nacque un capitalismo di rapina, che vendeva materie prime all’estero ed esportava i capitali. Il risultato fu una recessione che durò 8 anni , il crollo finanziario, iniziato sui mercati dall’Asia e che messe a nudo tutte queste contraddizioni, con la bancarotta del sistema finanziario pubblico e privato.

Da anni il sistema funzionava sulla base di emissioni sempre crescenti di buoni del tesoro i cui interessi alla scadenza venivano pagati con nuovi buoni. A dare credibilità al tutto c’erano il Fmi e le banche occidentali, che regolarmente concedevano nuovi prestiti. Che l’edificio traballasse da tempo lo dimostra il problema dei salari arretrati che da anni crescevano senza sosta. Il reddito nazionale della repubblica russa e la produzione industriale sono diminuiti di circa la metà rispetto a quelli del ‘90 (57,5% e 48,5% rispettivamente). La spesa per investimenti dei settori produttivi dell’economia (industria, agricoltura, trasporti e comunicazioni) è pari a1 7% di quella del ‘90.

Si prepararono le privatizzazioni delle  grandi aziende, mentre i prezzi andavano alle stelle bruciando i risparmi di tutta la popolazione. Le ricette del Fmi e della Banca mondiale erano articoli di fede per i nuovi gestori dell’economia. Si crearono banche e una borsa valori, mentre i vecchi burocrati come Cernomyrdin, già capo del ministero del gas sovietico, diventavano gli azionisti principali delle nuove aziende privatizzate, come la Gazprom, il principale operatore mondiale del gas e del petrolio.

Mentre la produzione industriale calava e aumentavano le importazioni straniere, le industrie andavano in malora, gli investimenti venivano ridotti all’osso, i salari e le pensioni non venivano pagati, ma i MacDonald crescevano come funghi e una minoranza della popolazione (tra il 10 e il 20%) si arricchiva a spese della maggioranza. Eltsin, nel tentativo disperato di guadagnare tempo aveva estromesso Cernomyrdin a maggio per poter ottenere dal Fmi i soldi freschi (il mega-prestito di 27 miliardi di dollari) che servivano urgentemente, ma l’instabilità dei mercati internazionali non permetteva più di mantenere il bluff. In pochi giorni la Banca centrale russa brucia 4,5 miliardi di dollari per difendere la propria valuta, prima di dover dichiarare una moratoria dei pagamenti pubblici e privati.

 

Nel frattempo si levavano note di gaudio negli Stati Uniti, in quanto già si credeva di poter controllare la Russia mediante gli oligarchi legati alla grande finanza internazionale e che si erano insediati in organismi pubblici ed in grandi fabbriche, da cui potevano gestire consistenti flussi finanziari. Esisteva un piano politico economico per destabilizzare la Russia dall'interno, reso possibile dalla Perestrojka e dalla imprudenza di Gorbaciov.

 

E' noto come  Mikhail Khodorkovsky (ora in galera in Russia) si comprò, con 250 milioni di dollari, che gli sono stati prestati dai Rotschild di Londra, la petrolifera Yukos, che immediatamente dopo fu valutata in borsa almeno 19 miliardi di dollari. Che dire di Boris Berezovsky  un famigerato «oligarca» russo, uno di quelli che ai tempi di Eltsin si accaparrarono gli enti statali (in via di privatizzazione) che disponevano delle materie prime russe. E sempre stata voce comune che Berezovsky e gli altri oligarchi abbiano aizzato la dissidenza cecena ad atti di guerra per mettere in difficoltà il governo.  Scappato a Londra, perchè ricercato, ha benevolmente ricevuto asilo politico dai suoi protettori. Berezovsky è l’oligarca (mafia russo-ebraica) che nel 1999, grazie alle sue enormi ricchezze ricavate dalle privatizzazioni dell’era Eltsin, cercò di fare politicamente le scarpe a Putin e di prenderne il posto al Cremlino. A questo scopo si comprò un seggio alla Duma (nella quale comprò anche parecchi deputati), e cominciò una campagna forsennata anti-Putin attraverso le sue reti televisive. Il gioco ambiziosissimo non gli riuscì.

In quegli anni la stragrande maggioranza della popolazione russa, diventata diventata più povera e pervenne al rifiuto di questa politica che è stata definita "sado-monetarista". Questo stato d’animo si espresse attraverso diverse forme: il sostegno a Eltsin crollò, i lavoratori, dopo anni di mancanza di lotte ricominciarono a mobilitarsi, mentre l’esercito, che era nel caos più completo e impegnato nella guerra in Cecenia, non avrebbe più fornito appoggio ad Eltsin.

 

 

L’avvento di Putin

 

Nel 1999 Eltsin giunse al capolinea. Inseguito da vicende giudiziarie e minato nella salute, si dimise il 31 dicembre. Fu una mossa a sorpresa per non dar tempo agli oppositori. Aveva già preparato la successione. Gli subentrò ad interim, come stabilisce la Costituzione, il primo ministro.  Era Vladimir Putin, che sarebbe stato confermato nelle elezioni del 25/03/2000.

 

Putin e il ritorno della potenza russa     (di Roberto Sinigaglia*)

Sotto il governo di Putin tutto il quadro politico e sociale è andato via via normalizzandosi. Nel corso dei suoi due mandati, tra il 2000 e il 2008, ha avviato un piano ambizioso di trasformazione del paese. È stata realizzata la revisione del catasto e sono stati varati un sistema di sicurezza sociale e i codici del lavoro (2001) e agrario (2002). Abbassate le imposte, ci fu anche un discreto rientro di capitali. Una legge sull’insolvenza e sulla bancarotta era stata già promulgata da Eltsin nel marzo 1998. Furono anche portate a termine le trattative per l’entrata della Russia nell’Organizzazione internazionale del commercio (Wto). Migliorò pure la produzione dei beni di consumo, diminuendone pertanto le importazioni dall’estero.

Al di là dei dati economici non sempre veritieri – la Russia non ha perduto il “vizietto” dei tempi sovietici di alterare le statistiche – si può dire che dal 1999 a oggi l’aumento annuo della produzione industriale oscilla tra il 5 e il 10%: dati invidiabili per qualsiasi governante dei paesi industriali avanzati. Quanto ai redditi reali della popolazione, hanno conosciuto incrementi annui addirittura superiori, intorno al 15-17%. La povertà, che negli anni Novanta riguardava fino i due terzi dei russi, è rimasta circoscritta a pochi gruppi sociali e territoriali. Inoltre, i conti pubblici sono stati messi in ordine. Putin ha saldato in anticipo tutti i debiti, compresi quelli ereditati dall’Unione Sovietica. Forte di questi risultati conseguiti, il premier si è posto l’ambiziosissimo obiettivo di raddoppiare il Pil entro la fine del 2010. Il raggiungimento dell’obiettivo resta subordinato alla diversificazione dell’economia, eccessivamente legata agli andamenti del settore energetico. In effetti, la Russia è stata baciata dalla dea bendata. Il petrolio, venduto al prezzo di 35 dollari al barile nel 2000, ha preso a salire sino a 150 dollari per poi muoversi su valori altalenanti, ma sempre superiori a quelli della fine del secolo scorso. La Russia è assai ricca di oro, platino, diamanti, nichel, titanio, minerali ferrosi e non ferrosi, ma il tentativo di creare industrie manifatturiere di piccole e medie dimensioni ha ottenuto successi modesti.

Appena giunto al potere, Putin si rese conto che per sollevare la Russia dall’abisso in cui era sprofondata era necessario stabilire regole di comportamento collettivo. Soprattutto intuì la necessità di piegare la casta di oligarchi riottosi che avevano fatto fortuna alla corte di Eltsin danneggiando però l’economia nel suo complesso e creando enormi sacche di povertà. In gran parte ex dirigenti di organismi pubblici e di fabbriche, che gestivano consistenti flussi finanziari, si erano trasformati in padroni, in oligarchi, appunto. Ciascuno aveva privatizzato ciò che in qualche modo era in suo possesso. Černomyrdin, ministro del gas, assurse alla carica di amministratore delegato del Gazprom, la più grande impresa del gas russa divenuta centro di potere oltre che fonte di enormi ricchezze. Già nel 1991, quando era ancora un’industria di stato, estraeva più di 800 miliardi di metri cubi di gas; la sua rete di gasdotti toccava 160.000 chilometri, con 350 stazioni di compressione.

Putin decise di radunare i maggiori industriali per mettere le carte in tavola. S’impegnava a sorvolare sui numerosi intrallazzi che avevano accompagnato le privatizzazioni degli anni ’90, ma a due condizioni: gli industriali avrebbero dovuto astenersi da qualsiasi attività politica e, facendo rientrare i capitali depositati all’estero, effettuare consistenti investimenti produttivi in Russia. Quasi tutti capirono l’antifona. Michail Chodorkovskij che, per la grande ricchezza – era proprietario del gigante petrolifero Yukos – e per i ramificati e forti rapporti internazionali, si sentiva intoccabile, credette di poter far la fronda al presidente. Capì, troppo tardi, che la musica era cambiata. In un’intervista al «Times» pochi mesi prima dell’arresto, così descrisse la Russia di Putin: «Teoricamente esiste una stampa libera, ma in pratica esiste l’autocensura. Teoricamente esistono i tribunali, ma in pratica i tribunali adottano decisioni imposte dall’alto». Fu arrestato poco dopo, nell’ottobre 2003, per un’evasione fiscale quantificata in 28 miliardi di dollari. Processato due anni più tardi, fu condannato a una lunga pena detentiva, per giunta in una lontana località nel cuore della Siberia. La durezza esemplare della condanna doveva fungere da monito preciso e chiaro a tutti coloro che nutrivano la velleità di contrastare il “nuovo zar”. Alla vigilia della scarcerazione, nel 2009, sono scattate nuove accuse per far partire nuovi processi e ulteriori condanne. La sua compagnia fu fatta a pezzi e in parte riacquistata dalla azienda petrolifera statale Rosneft, controllata da Igor Sechin, uomo del Cremlino. L’operazione godette del plauso di larghi settori dell’opinione pubblica che la interpretarono come giusta riparazione alla politica di rapina condotta dai neocapitalisti postcomunisti a danno della popolazione.

La campagna contro gli oligarchi portò come conseguenza la “conquista”, da parte del potere, di televisioni e giornali che a essi facevano capo. Alcuni giornalisti furono arrestati con l’accusa di violazione del segreto di stato. Altri subirono una sorte ben peggiore, andando a ingrossare le fila delle vittime di omicidi politici. Sono più di un centinaio i giornalisti ammazzati, e ben raramente i responsabili sono stati individuati. I nomi più celebri sono quelli della Politkovskaja e della Baburova, uccisa insieme all’avvocato Marchelov, difensore di molti di coloro che avevano patito violenze da parte delle truppe russe in Cecenia.

Subito dopo l’inizio del suo secondo mandato, Putin chiarì ulteriormente i suoi obiettivi: togliere ogni spazio politico agli industriali detentori di enormi ricchezze o legati all’Occidente; ridare spazio allo stato in economia, a partire dai settori strategici.

C’è da dire che sia le elezioni del 2000, sia quelle del 2004, per Putin furono una passeggiata. Il neocomunista Zjuganov, che con scarsa sfortuna aveva già sfidato più volte Eltsin, non raccolse che un 30% di voti. Da quel momento Zjuganov e Žirinovskij furono confinati a elemento folkloristico del parlamento russo. Putin era consapevole che per ridare forza e autorevolezza allo stato russo era necessario agire anche sulla stessa struttura istituzionale. Già nell’ottobre 1999, quando rivestiva ancora la carica di premier, prese ad annullare i trattati bilaterali che le varie unità federali avevano strappato al potere centrale. Dopo di che, raggruppò tutte le repubbliche e le regioni della federazione russa in sette grandi “distretti federali” (Estremo-Orientale, Siberiano, Urali, Volga, Nord-Occidentale, Centrale, Meridionale), nominandone egli stesso i governatori sopraordinati alle varie autorità delle entità locali. Come ai tempi di Ivan il Terribile, i boiari locali erano stati ricondotti all’obbedienza. Il successo di Putin consiste nell’aver ridato tranquillità a una popolazione scioccata e logorata da vent’anni di cambiamenti continui e di grande portata, anche psicologica. Il suo ruolo è stato quello di personificare la ritrovata grandezza della Russia ricostruendo un ponte verso i tempi sovietici e restituendo prestigio al paese, anche se ciò significò punire con metodi spesso illegali gli oligarchi, limitare la libertà dei mezzi di comunicazione, piegare le pratiche elettorali al proprio tornaconto. È stato un elemento costante, nella storia russa, questa oscillazione continua tra un’esigenza di democrazia, spesso degenerata in anarchia, e un’insopprimibile volontà di ordine destinato anch’esso a degenerare in autocrazia o dispotismo. D’altronde, un paese in cui non esistono ancora un tessuto industriale cospicuo e diffuso, né una classe stabilizzata di imprenditori e mercanti, ma che possiede enormi risorse naturali, ha favorito l’affermarsi di un potere centrale autorevole e capace di gestire queste risorse.

Non poteva mancare, in questo gioco di restaurazione, un forte avvicinamento alla chiesa ortodossa. Già una legge del ’97 definì “tradizionali” per la Russia soltanto le confessioni cristiano-ortodossa, islamica, ebraica e buddista. Se ne deduce che la discriminazione era mirata verso la religione cattolica e le confessioni protestanti. La chiesa ortodossa si è sentita da sempre padrona di casa e ha visto con ostilità i tentativi di proselitismo del clero cattolico. S’è opposta con decisione alla visita del papa Giovanni Paolo II in terra russa, visita da lungo tempo desiderata.

Putin ha voluto curare l’immagine di fedele devoto facendosi riprendere dalla televisione in feste e cerimonie religiose. L’alleanza fra trono e altare ha favorito entrambi. D’altronde, Putin e l’allora patriarca Aleksej condividevano nazionalismo e ostilità nei confronti dell’Occidente. Questa “comunione” si è manifestata esplicitamente nel febbraio 2008 alla vigilia delle elezioni presidenziali che hanno incoronato Medvedev, quando il patriarca ha ringraziato alla televisione il presidente uscente per «aver servito disinteressatamente il paese». Grazie a Putin, si è moltiplicato il numero delle chiese e delle pubblicazioni religiose.

La debolezza dell’attuale politica estera russa è anche la conseguenza della condizione dell’esercito nel suo complesso. A partire dagli ultimi anni di Gorbačëv, la quota di bilancio statale destinata alla difesa è andata via via diminuendo. Nel 1988, l’allora ministro degli esteri sovietico Eduard Ševardnadze dichiarò che il bilancio della difesa ammontava addirittura al 19% del Pil mentre attualmente, dopo gli incrementi dell’ultimo biennio, gli investimenti nel settore si sono attestati all’1%, ben al di sotto degli Stati Uniti che impegnano il 6,4%. Ciò significa che le spese militari russe nel 2006 erano di 23 miliardi di dollari, al di sotto quindi degli Stati Uniti che stanziarono 670 miliardi di dollari (compresi i costi della guerra in Iraq) (Osvaldo Sanguigni). Sergej Ivanov, presidente della commissione governativa per il complesso militar-industriale, ha parlato di una spesa equivalente a 300 miliardi di dollari nel periodo 2007-2015, meno della metà della somma impegnata dagli Stati Uniti nel solo 2006. Dopo un periodo di sbandamento, durante il quale si potevano incontrare per la strada militari questuanti per via di stipendi arretrati non percepiti, Putin ha finalmente proposto una strategia di riassesto del complesso militare. Il programma prevede diciassette missili balistici intercontinentali, quattro apparati spaziali a uso militare e altrettanti vettori per metterli in orbita. Per l’aeronautica militare è prevista una squadriglia di bombardieri a lungo raggio, sei squadriglie di aerei e sei di elicotteri da guerra, sette battaglioni di carri armati e tredici battaglioni motorizzati. Inoltre, nuovi pozzi di lancio di missili e rampe per missili mobili. Inizierà pure la produzione di sommergibili atomici dotati di dodici-sedici missili strategici (“Bulava-30”). La marina militare riceverà 31 nuove navi da guerra e saranno ammodernati 47 battaglioni carristi, 97 motorizzati e 50 da sbarco. Come si vede, un impegno militare e finanziario notevole ma assolutamente inadeguato a colmare il divario con gli Stati Uniti.

Sul piano della politica estera, Putin, sin dall’inizio, ha tentato di riproporre una Russia che, anche se non su un piano di parità come l’Urss, fosse l’interlocutore privilegiato degli Stati Uniti. Il primo incontro l’ebbe con Clinton. Poi i rapporti tra i due stati si deteriorarono a causa dell’intenzione di G. W. Bush di installare in Polonia e nella repubblica ceca lo scudo antimissilistico. Inaccettabili le giustificazioni del governo americano secondo il quale le proprie scelte militari punterebbero al contenimento della politica iraniana, ritenuta aggressiva nei confronti dell’Occidente.

La Russia ha risposto accennando al rinnovo dei propri armamenti che potrebbero minacciare l’Europa occidentale. Ma se Putin appare talvolta aggressivo nella forma dei suoi interventi, è tuttavia moderato e realista nelle sue scelte politiche, consapevole dei grossi limiti in cui si dibatte ancora la federazione russa.

Le critiche della stampa occidentale nei confronti di Mosca si muovono soprattutto sul tema del mancato rispetto dei diritti umani sia nei confronti degli oppositori interni, sia verso la popolazione cecena, vittima di interventi brutali da parte dell’esercito russo. Più prudenti degli organi di stampa sono i governi europei che temono di compromettere i rapporti commerciali, soprattutto per quel che concerne l’approvvigionamento di gas, dal momento che un’alternativa alla Russia, qualora possibile, si rivelerebbe più costosa e rischiosa. (Ma anche per la Russia, le cui riserve di gas superano il 25% del totale mondiale, non sarebbe conveniente cambiare i suoi clienti). C’è inoltre difficoltà a mostrare un atteggiamento univoco, dal momento che dal 2004 sono entrati nell’Unione alcuni paesi dell’Europa orientale e le tre repubbliche baltiche ex sovietiche che manifestano uno spirito di rivalsa antirusso molto forte per l’oppressione patita per mezzo secolo.

La Russia obietta che l’Occidente non ha le carte in regola per muovere critiche: l’esistenza di Guantanamo, dove vengono ristretti combattenti islamici senza processo, ne sarebbe la prova. Quanto all’intervento militare occidentale in Iraq, il governo russo contesta la possibilità di esportare la democrazia.

Nei confronti dei paesi già facenti parte dell’Urss, Putin coltiva la speranza di poterli riavvicinare. Con la Bielorussia si sono avviate trattative di unione che tuttavia non hanno ancora sortito effetti per via della permanenza di qualche contrasto. Con l’Ucraina si è aperto un contenzioso legato alla volontà moscovita di esigere da Kiev il pagamento del gas ai normali prezzi di mercato internazionale. Con il ricatto economico la Russia conta, se non di trattenere questo stato nella propria sfera di influenza politica, almeno di evitarne l’ingresso nell’Alleanza Atlantica. Mosca gioca sull’esistenza di una forte presenza in questa repubblica di russi e di ucraini russofoni, contrari alla “rivoluzione arancione” dalle caratteristiche fortemente antirusse e filooccidentali. Nei confronti delle cinque repubbliche asiatiche, un tempo facenti parte dell’Unione Sovietica, i rapporti segnano un miglioramento. Dopo un loro avvicinamento agli Stati Uniti – Uzbekistan e Kirghizistan hanno concesso basi aeree agli Stati Uniti per la guerra in Afghanistan anche col beneplacito di Mosca che voleva in cambio mano libera in Cecenia – ora una sorta di forza centripeta sta calamitando questi stati verso una nuova “grande alleanza” con la Russia.

Anche con la Cina e l’India, i due paesi emergenti nell’economia mondiale, Mosca sta intrattenendo rapporti politici e relazioni economiche per controbilanciare la presenza statunitense nel Sud-est asiatico. La Cina si sta dotando di armamenti moderni ed è la Russia a fornirglieli. Anche in occasione dell’intervento bellico americano in Iraq, Russia e Cina, che fanno parte entrambe del Consiglio di sicurezza dell’Onu, hanno impedito che questo organismo ne legittimasse l’aggressione, in ciò confortate anche dal voto francese. Quanto alle prospettive per il futuro, permangono gravi squilibri demografici ai confini tra una Cina superpopolata e la Siberia russa che ha un densità demografica assai scarsa. Già oggi esiste il problema di una massiccia immigrazione clandestina di cinesi nell’Estremo Oriente russo. Sempre per potere segnare una propria presenza a livello mondiale, la Russia si è proposta, insieme alla Cina, come intermediaria tra la Corea del Nord e gli Stati Uniti, seriamente preoccupati per le minacce atomiche della piccola repubblica asiatica. Analogo discorso si può fare per l’Iran. Mosca mantiene una politica di forti investimenti in questo paese, ma soprattutto collabora alla costruzione della centrale nucleare di Busher, mettendo in forte allarme Stati Uniti e Israele che paventano un uso militare dell’impianto. A coronare i rapporti con Teheran ha pensato Putin con una visita ufficiale nell’ottobre 2007.

È trascorso troppo poco tempo per capire se il passaggio della presidenza della repubblica da Putin a Medvedev (maggio 2008) possa comportare cambiamenti significativi nella politica interna ed estera della Russia. Putin, costretto da una norma costituzionale a non ripresentarsi per un terzo mandato, è stato lo sponsor ufficiale del nuovo presidente e mantiene comunque la presidenza del consiglio dei ministri; molti dei commentatori politici sono pronti a scommettere sul suo proposito di riproporsi alla carica suprema nel 2012. Un fatto nuovo che ha messo alla prova la tenuta della diarchia è stata la guerra-lampo dell’agosto 2008 contro la Georgia. Oggetto del contendere, lo status dell’Ossezia del Sud e quello dell’Abchazija, resesi autonome da Tbilisi ma rivendicate dalla Georgia che ne ha tentato la riconquista contando sull’appoggio di Washington. Probabilmente Saakashvili, il presidente georgiano, è caduto in una trappola perché la Russia non aspettava che l’occasione per affermare il suo ruolo di grande potenza regionale e per riscattarsi dall’era elciniana in cui Mosca sembrava asservita alla politica americana. Da rilevare che è la prima volta, nell’epoca postsovietica, che le truppe russe hanno violato frontiere internazionalmente riconosciute e hanno ingaggiato uno scontro armato in territorio straniero.

L’evento bellico è da collocare all’interno di un’operazione che tende a ricostituire il quadro unitario della Russia dopo la caduta dell’Unione Sovietica con uno stato che controlla l’economia, il potere che si concentra in poche mani, il dissenso posto sotto controllo con il varo di leggi straordinarie, la stampa tenuta sotto scacco da una legislazione che contempla il reato di alto tradimento per le notizie sgradite al regime. Non è il ritorno all’era comunista, come qualcuno, orfano di vecchi ed errati schemi interpretativi, vorrebbe farci credere. È la Russia che rientra nell’alveo della sua storia millenaria, la Russia nata come stato patrimoniale in cui il principe non solo comanda ma è proprietario di cose e persone.

A partire dall’autunno 2008 la situazione economica ha cominciato a cambiare. Gli sconvolgimenti che hanno investito il mondo intero non potevano certo risparmiare la Russia. Dopo un momento iniziale in cui il Cremlino affermava che la Russia non era toccata dagli avvenimenti internazionali, e addirittura minacciava chi voleva “seminare il panico”, quando la crisi da finanziaria si era trasformata in economica il potere politico si è sentito minacciato. Erik Berglof, capo economista della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, prevede per la Russia, che dipende molto dai prezzi delle materie prime e ha un sistema bancario debole, un crollo del Pil dell’8,5 % per il 2009 e una crescita del 3,1% nel 2010 («Il Sole 24 Ore», 16 ottobre 2009).

Il “patto” che ha tenuto legata a Putin la popolazione russa era basato sul vecchio assunto, ormai consolidato in epoca sovietica, che il governo ha il dovere di garantire le condizioni minime della quotidianità, cioè il sistema sanitario, l’educazione scolastica, il lavoro. Se sono rispettate, i diritti dell’uomo, lo stato di diritto, la libertà di stampa possono passare in secondo piano. Questo perché lo stato russo è uno stato padrone, sin dai tempi di Ivan il Terribile, e i russi hanno introiettato questo principio subendolo passivamente, salvo poi reagire violentemente in certi frangenti particolari. Ma se la crisi dovesse mordere l’economia russa in maniera consistente, Putin potrebbe andare incontro a qualche sorpresa.

Il Nuovo Ordine Mondiale

 

Mentre si concludeva questa fase storica che fu definita “La guerra fredda”  iniziava  una nuova guerra, senza insegne, quasi invisibile, per il dominio globale e per mano del  nuovo potere egemone uscito vincitore dalla guerra fredda : Il Nuovo Ordine Mondiale  [5] . Assoggettata la vecchia Europa con Gladio, controllata la politica interna dei paesi europei, il NWO crea le premesse per l’allargamento della Unione verso i paesi dell’Est , a seguito della divisone dell’ex Jugoslavia sconfitta.

George Bush senior parlò esattamente del Nuovo Ordine Mondiale l’11 settembre (data simbolica) del 1990 ; Papa Giovanni Paolo II lo fece nel messaggio per la celebrazione della Giornata Mondiale della Pace il 1° gennaio 2003; Kofi Annan (ex segretario dell’ONU) nel suo ultimo discorso all’assemblea delle Nazioni Unite, parlando ai 192 leader dei paesi membri chiese nientepopodimenchè la “creazione di un nuovo ordine mondiale

 

 

NATO e Yugoslavia

Le guerre in Jugoslavia durante tutto il 1990 sono servite come pretesto per l’esistenza della NATO nel mondo e l’allargamento degli interessi imperiali americani nell’Europa dell’est. La Banca Mondiale e FMI hanno posto le basi per la destabilizzazione della Jugoslavia. Dopo aver a lungo vissuto all’ombra del dittatore Josip Tito, morto nel 1980, la Jugoslavia ha attraversato una crisi di leadership. Nel 1982, i funzionari della politica estera americana hanno studiato un piano di prestiti erogati dal FMI e dalla Banca Mondiale, che presero il nome di Programmi di aggiustamento strutturale (SAPs), con lo scopo di gestire la crisi del debito che aveva raggiunto la cifra di 20 miliardi di dollari. L’effetto di questi prestiti, nell’ambito dei SAPs, hanno provocato “uno sconvolgimento economico e politico del paese…La crisi economica ha messo a rischio la stabilità politica…ed ha inoltre minacciato di aggravare le già alte tensioni etniche”.[2] (Per maggiori informazioni circa i SAPs, consiglio la lettura di Globalizzazione della povertà e Nuovo Ordine Mondiale di Michel Chossudovsky, nda)

Nel 1989, Slobodan Milosevic divenne presidente della Serbia, la più grande e potente repubblica jugoslava. Sempre nel 1989, il premier della Yugoslavia viaggiò negli Stati Uniti per incontrare il presidente George H.W. Bush, al fine di negoziare un altro pacchetto di aiuti finanziari. Nel 1990, il programma finanziario patrocinato da Banca Mondiale/Fondo Monetario Internazionale ebbe inizio, con il risultato che le spese dello stato jugoslavo furono dirette esclusivamente al rimborso del debito contratto. Come risultato, i programmi sociali furono smantellati, la moneta fu svalutata, gli stipendi rimasero congelati mentre i prezzi subirono un forte rialzo. Le riforme “alimentarono tendenze separatiste dovute a fattori economici nonché le divisioni etniche, praticamente garantendo de facto la secessione della Repubblica”, il che portò al distaccamento della Croazia e la Slovenia nel 1991. [3]

Nel 1990, la comunità di intelligence degli Stati Uniti rilasciò un rapporto intitolato ‘National Intelligence Estimate (NIE)’, nel quale venivano previsti la scissione della Jugoslavia e lo scoppio della guerra civile, attribuendo la responsabilità dei successivi disordini al presidente serbo Slobodan Milosevic [4].

Nel 1991, scoppiò il conflitto tra la Jugoslavia e la Croazia, dopo che quest’ultima dichiarò l’indipendenza. Nel 1992 si giunge però ad un cessate il fuoco. Ma nonostante ciò, i croati continuarono a mettere in campo piccole offensive militari fino al 1995 entrando anche nel conflitto in Bosnia. Nel 1995, la Croazia intraprese l’operazione Tempesta, con lo scopo di riconquistare la regione della Krajina. Un generale croato è stato recentemente messo sotto processo alla Corte Internazionale dell’Aia per crimini di guerra durante questa battaglia, che è stata fondamentale per guidare i serbi fuori dalla Croazia e “consolidare l’indipendenza della Croazia”. Gli Stati Uniti appoggiarono queste operazioni e la CIA fornì attivamente informazioni segrete alle forze croate che provocando tra 150.000 e 200.000 profughi serbi, in gran parte scacciati dalle loro terre uccidendo, saccheggiando case, incendiando villaggi e compiendo atti di pulizia etnica. [5]

L’esercito croato fu addestrato addestrato da consiglieri americani, mentre tutte le operazioni furono supportate personalmente dagli uomini della CIA [6]. L’amministrazione Clinton diede il ‘via libera’ all’Iran per armare i musulmani bosniaci e “dal 1992 al gennaio 1996 c’è stato un afflusso di armi iraniane e consulenti in Bosnia”. Inoltre, “l’Iran e altri paesi musulmani hanno contribuito a portare i mujihadeen combattenti in Bosnia a combattere con i musulmani contro i serbi, ‘i guerrieri sacri’ provenienti dall’Afghanistan, Cecenia, Algeria e Yemen, alcuni dei quali avevano sospetti legami con i campi di addestramento di Osama bin Laden in Afghanistan”.

Fu “l’intervento occidentale nei Balcani ad esacerbare le tensioni e sostenere le ostilità. Rispondendo alle richieste delle repubbliche e i gruppi separatisti nel 1990/1991, le élites occidentali – americani, britannici, francesi e tedeschi – indebolirono le strutture di governo in Jugoslavia accrescendo le insicurezze, infiammando i conflitti ed inasprendo le tensioni etniche. Offrendo sostegno logistico alle varie parti in guerra, l’intervento occidentale sostenne di fatto lo stesso conflitto nella metà degli anni 1990. La scelta di Clinton di prendere le parti dei musulmani bosniaci sulla scena internazionale e le richieste della sua amministrazione di alleggerire l’embargo militare disposto dalle Nazioni Unite in modo che i musulmani e i croati potessero essere armati contro i serbi, deve essere letta in questa luce” [7].

Durante la guerra in Bosnia, “è stato messo in atto un grande traffico di contrabbando di armi attraverso la Croazia. Questo traffico è stato organizzato dalle agenzie clandestine degli Stati Uniti, Turchia e Iran, insieme con una serie di gruppi radicali islamici, tra cui i mujihadeen afghani e il filo-iraniano Hezbollah”. Inoltre, “i servizi segreti di Ucraina, Grecia e Israele sono stati impegnati nell’armare i serbo-bosniaci”.[8] Anche l’agenzia di intelligence tedesca BND favorì i traffici di armi verso i musulmani di Bosnia e Croazia per combattere contro i serbi. [9] Gli Stati Uniti avevano influenzato la guerra nella regione, in una grande varietà di modi. Come l’Observer riportò nel 1995, una parte importante del loro coinvolgimento avvenne attraverso il “Military Professional Resources Inc. (MPRI), una società privata con sede in Virginia formata da generali in pensione e funzionari dei servizi segreti. L’ambasciata americana a Zagabria ammise che MPRI stava addestrando i Croati su licenza del governo degli Stati Uniti”. Inoltre, l’Olanda “era certa del coinvolgimento delle forze speciali americane nell’addestramento dell’esercito bosniaco e serbo-bosniaco (UAV)”. [ 10]

Già nel 1988, il leader della Croazia incontrò il cancelliere tedesco Helmut Kohl per definire una “una politica comune con l’obiettivo di spezzare la Jugoslavia” e portare la Slovenia e la Croazia nella “zona economica tedesca”. Ufficiali dell’esercito degli Stati Uniti sono stati quindi mandati in Croazia, Bosnia, Albania e Macedonia come “consulenti” e inseriti nelle forze speciali statunitensi per offrire aiuto. [11] Durante i nove mesi del cessate il fuoco della guerra in Bosnia-Erzegovina, sei generali degli Stati Uniti incontrarono i leader dell’esercito bosniaco per pianificare l’offensiva che ruppe il cessate-il-fuoco. [12] Nel 1996, la mafia albanese, in collaborazione con l’Esercito di liberazione del Kosovo (UCK), un’organizzazione militante della guerriglia, prese il controllo delle rotte di enormi traffici di cocaina attraverso i Balcani. L’UCK era legato ai combattenti mujaheddin in Afghanistan, tra cui vi era anche Osama bin Laden. [13] Nel 1997, l’UCK iniziò le ostilità contro le forze serbe [14] e nel 1998 il Dipartimento di Stato americano rimosse l’UCK dalla lista delle organizzazioni terroristiche. [15] Prima e dopo il 1998, l’UCK ricevette armi, addestramento e sostegno dagli Stati Uniti e la NATO, mentre il Segretario di Stato di Clinton, Madeline Albright, coltivava strette relazioni politiche con il leader dell’UCK Hashim Thaci. [16]

Sia la CIA che l’intelligence tedesca, il BND, appoggiarono i terroristi dell’UCK in Jugoslavia, prima e dopo il bombardamento della NATO del 1999. Il BND era in contatto con l’UCK sin dai primi anni ‘90, nello stesso periodo in cui l’UCK intratteneva rapporti con Al-Qaeda [17]. Membri dell’UCK furono addestrati da Osama bin Laden nei campi di addestramento in Afghanistan. Anche l’ONU ha dichiarato che gran parte degli atti di violenza che si sono verificati provenivano da membri dell’UCK, specialmente quelli alleati con Hashim Thaci. [18] Nel marzo del 1999 i bombardamenti della NATO nel Kosovo vennero giustificati col pretesto di porre fine alla repressione serba degli albanesi del Kosovo, che è stato definito un genocidio. L’amministrazione Clinton ha dichiarato che almeno 100.000 albanesi del Kosovo sono dispersi e “potrebbero essere stati uccisi” dai serbi. Bill Clinton in persona paragonò gli eccidi in Kosovo all’Olocausto degli ebrei. Il Dipartimento di Stato americano aveva affermato che si temevano fino a 500.000 albanesi morti. Alla fine, la stima ufficiale fu ridotta a 10.000, tuttavia, dopo gli opportuni accertamenti, è stato rivelato che ai serbi poteva essere attribuita la morte di meno di 2.500 albanesi. Durante la campagna di bombardamenti della NATO, tra i 400 ei 1.500 civili serbi rimasero uccisi, trasformando quelle operazioni militari in crimini di guerra, compresi il bombardamento di una stazione televisiva serba e un ospedale. [19]

Nel 2000, il Dipartimento di Stato Usa, in collaborazione con l’American Enterprise Institute, AEI, tenne una conferenza sulla integrazione euro-atlantica in Slovacchia. Tra i partecipanti vi erano molti capi di stato, funzionari degli affari esteri e ambasciatori di vari paesi europei, nonché i funzionari delle Nazioni Unite e della NATO. [20] Una lettera di corrispondenza tra un uomo politico tedesco presente alla riunione e il Cancelliere tedesco rivelò la vera natura della campagna della NATO in Kosovo. Se la conferenza chiedeva una rapida dichiarazione di indipendenza per il Kosovo, era palese ormai che la guerra in Jugoslavia era stata condotta con l’obiettivo di allargare la NATO, la Serbia sarebbe dovuta essere esclusa definitivamente dal piano di sviluppo europeo per giustificare una presenza militare americana nella regione e l’espansione territoriale nei Balcani è stata in ultima analisi finalizzata al contenimento della Russia [21].

La questione fondamentale è che “la guerra ha posto le basi per la sopravvivenza della NATO nel post-guerra fredda, dal momento che si è disperatamente tentato di giustificare la sua esistenza e il suo desiderio di espansione”. Inoltre, “Mentre i russi pensavano che la NATO si sarebbe sciolta dopo la guerra fredda, la NATO non solo si è allargata, ma è entrata anche in guerra intromettendosi in una controversia interna di un paese slavo dell’Europa orientale”. Questo è stato visto dalla Russia come una grande minaccia. Così, “gran parte dei rapporti tesi tra gli Stati Uniti e la Russia negli ultimi dieci anni trae origine proprio dalla guerra del 1999 contro la Jugoslavia”. [22]

 

 

L'indipendenza del Kosovo

 

è stata unilateralmente dichiarata per volontà degli Usa e con il consenso della grande maggioranza dei paesi europei, inclusa l'Italia.  Alla data della proclamazione viene riconosciuto solo da 54 su 192 dei paesi dell'Onu e 22 su 27 di quelli Ue. Si crea in tal modo un conflitto sul diritto internazionale. Si è trattato, a giudizio della maggioranza dei giuristi internazionalisti, di una secessione illegale. perché ha violato non solo e non tanto la Costituzione serba e la volontà del popolo serbo democraticamente espressa. Essa ha ignorato la risoluzione 1244, del giugno 1999, con la quale il Consiglio di Sicurezza dell'Onu aveva riconosciuto la sovranità della Serbia sul Kosovo, prendendo atto dei risultati della guerra scatenata sotto false vesti umanitarie dalla Nato contro la Serbia (di cui era presidente Slobodan Milosevic).
L'indipendenza del Kosovo, reclamata dalla maggioranza albanese e in particolare dalla formazione terroristica dell'Uçk, era tuttavia già un impegno preso dagli Usa sin dalla conferenza di Rambouillet del 1999, che aveva fornito il pretesto per l'attacco militare della Nato contro la Serbia. Gli Usa avevano riconosciuto come legittime le aspirazioni indipendentistiche dell'Uçk e si erano impegnati a favorire l'ascesa al potere dei suoi leader.

L'indipendenza e il Kosovo  assomiglia più ad un protettorato internazionale che ad uno stato sovrano , che ha permesso agli Stati Uniti di impiantarvi una imponente base militare permanente (Camp Bondsteel).   Alla luce di questo disegno, da una parte la Russia avrebbe perso “l’ultimo aggancio per esercitare una politica di potenza” fondata sul controllo delle esportazioni petrolifere dall’area caspica, dall’altra Stati Uniti e Gran Bretagna, attraverso l’installazione di questa base, hanno acquisito il controllo del Corridoio n. 8, un progetto del Fondo Monetario Internazionale che vede l’Italia in primo piano in qualità di capo-commessa con la partecipazione dell’ENI e che prevede la costruzione del più lungo oleodotto nella storia d’Europa, di un gasdotto e di bretelle di comunicazione stradali e ferroviarie dal Mar Nero all’Adriatico attraverso Bulgaria, Macedonia e Albania.

 

L’unione Europea e i Trattati   ( http://it.wikipedia.org/wiki/Unione_europea ) 

 

Con il crollo del comunismo nell'Europa dell'Est e l'unificazione tedesca il NWO ha rafforzato la posizione internazionale della Comunità. Sul piano interno, gli Stati membri dovranno procedere con riforme e liberalizzazioni . Dai progressi realizzati dall' Atto unico europeo. (AUE) si procederà ad una revisione dei trattati di Roma al fine di rilanciare l'integrazione europea e portare a termine la realizzazione del mercato interno. L'Atto modifica le regole di funzionamento delle istituzioni europee ed amplia le competenze comunitarie, in particolare nel settore della ricerca e sviluppo, dell'ambiente e della politica estera comune.  Viene firmato a Lussemburgo il 17 febbraio 1986 da nove Stati membri e il 28 febbraio 1986 dalla Danimarca, dall'Italia e dalla Grecia, costituisce la prima modifica sostanziale del trattato che istituisce la Comunità economica europea (CEE). L'AUE è entrato in vigore il 1° luglio 1987.

 Nascita dell'unione monetaria

Trattato di Maastricht  (noto anche come Trattato sull'Unione europea, TUE) viene firmato il 7 febbraio 1992, sulle rive della Mosa, nella cittadina olandese di Maastricht, getta le premesse del patto di stabilità  tra stati  e della futura moneta unica.

Dopo la creazione dell'Istituto monetario europeo  (IME), entro il 1º gennaio 1999 sarebbe nata da esso la Banca centrale europea (BCE) e il Sistema europeo delle banche centrali (SEBC) che avrebbe coordinato la politica monetaria unica. Venivano distinte due ulteriori tappe: nella prima le moneta nazionali sarebbero continuate a circolare pur se legate irrevocabilmente a tassi fissi con il futuro Euro; nella seconda le monete nazionali sarebbero state sostituite dalla moneta unica. Per passare alla fase finale ciascun Paese avrebbe dovuto rispettare cinque parametri di convergenza:

  • Rapporto tra deficit pubblico e PIL non superiore al 3%.

  • Rapporto tra debito pubblico e PIL non superiore al 60%.

  • Tasso d'inflazione non superiore dell'1,5% rispetto a quello dei tre Paesi più virtuosi.

  • Tasso d'interesse a lungo termine non superiore al 2% del tasso medio degli stessi tre Paesi.

  • Permanenza negli ultimi 2 anni nello SME senza fluttuazioni della moneta nazionale

Trattato di Nizza è uno dei trattati fondamentali dell'Unione europea, e riguarda le riforme istituzionali da attuare in vista dell'adesione di altri Stati. Il trattato di Nizza ha modificato il Trattato di Maastricht e i Trattati di Roma. È stato approvato al Consiglio europeo di Nizza, l'11 dicembre 2000 e firmato il 26 febbraio 2001. Dopo essere stato ratificato dagli allora 15 stati membri dell'Unione europea, è entrato in vigore il 1º febbraio 2003.

Trattato di Lisbona (noto anche come Trattato di riforma) è il trattato redatto per sostituire la Costituzione europea bocciata dal 'no' dei referendum francese e olandese del 2005. È entrato ufficialmente in vigore il 1° dicembre 2009 .  [*Il testo del Trattato di Lisbona non è comprensibile, come qualsiasi atto costituzionale, e stato intenzionalmente non sottoposto a referendum negli stati europei, con eccezione l'irlanda che nel primo referendum lo ha bocciato.]

 

Il Project for the New American Century

 

Il partito statunitense dei Neocons (neoconservatori), fondato da Leo Strauss e guidato da Dick Cheney, Donald Rumsfeld, Paul Wolfowitz, Richard Pearl e George W. Bush , pianifica negli anni 90’, senza tanti scrupoli una politica espansionistica, imperialistica a livello mondiale, attraverso un progetto denominato PNAC (Project for the New American Century)  alimentato dalla sete di potere e soldi e volta a catalizzare nelle mani loro e dei loro amici di lobby i business del petrolio, approfittando della momentanea debolezza della Russia, durante la Perestrojka  e della incapacità gestionale - politica di Boris Eltsin.

Mentre il XX secolo volge al termine, gli Stati Uniti restano la prima potenza mondiale. Avendo condotto l'Occidente alla vittoria nella guerra fredda, l'America si trova ora di fronte un'opportunità e una sfida: Gli Stati Uniti avranno la capacità di farsi forti delle conquiste dei decenni trascorsi? Gli Stati Uniti avranno la determinazione per formare un nuovo secolo favorevole ai principi e agli interessi americani? [6]

 

Il sogno della "Grande Gerusalemme".

 

Israele confisca nuove terre ai palestinesi usurpando decine di ettari di terre della Cisgiordania a vantaggio del loro progetto di colonizzazione detto della Grande Gerusalemme, che comprende  Maaleh Adumim . Tel Aviv lo considera un passaggio necessario per garantire la sicurezza nell’area. Per i palestinesi, invece, sarebbe una vera e propria catastrofe da evitare a ogni costo. Oggetto della disputa è il “progetto E1”, il piano lanciato a metà degli anni novanta dal governo israeliano, che – se realizzato – comporterebbe la divisione in due della Cisgiordania e la fine del sogno di uno stato palestinese unitario.

Iniziato oltre cento anni fa, il conflitto tra israeliani e palestinesi è ancora lontanissimo dalla soluzione. Eppure tutti i principali mediatori – Stati Uniti, Nazioni Unite, Lega Araba, Unione Europea – prospettano da tempo la soluzione dei due Stati, con il sostegno di alcune delle stesse parti coinvolte. In effetti, questa soluzione – che, è bene precisarlo, non implica affatto l’equa suddivisione della Palestina tra arabi e israeliani, ma l’assegnazione del 78% del territorio a Israele e del restante 22% allo Stato palestinese – sembra essere non solo giusta, ma anche ragionevole, posto che consentirebbe a entrambi i popoli di coronare le proprie aspirazioni nazionali, pur tenendo realisticamente conto della situazione creatasi sul terreno in questo secolo di guerre. Che cosa impedisce allora di realizzare la soluzione dei due Stati?  [7

Giorgio Q. e Alessandro Zola

 

1 marzo 2010

http://www.holylandfree.org/guerra_per_il_dominio.htm  

 

 

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Allegati

 

[1]   Corrado Augias recensisce “Perché Stalin creò Israele” di Leonid Mlecin

        nel corso della puntata di “Le Storie - diario italiano” del 26 febbraio 2009.

        Le Storie - diario italiano_Perché Stalin creò Israele

         http://www.youtube.com/watch?v=fmLORFcH49A

        Una scelta per nulla scontata

        http://www.sandrotetieditore.it/wp-content/uploads/2009/04/lindice_stalin.pdf

 

[2]    La pulizia etnica della Palestina

        http://www.aginform.org/pappe4.html

 

 

[3]   Gorbaciov 1/3 - Intervista di Giulietto Chiesa su politica internazionale

       http://www.youtube.com/watch?v=h7N92lFF9sI    

       http://www.youtube.com/watch?v=D8AFES-w6PI&feature=related

       http://www.youtube.com/watch?v=wAGv9kh7CNw&feature=related

 

 

[4]   Les armées secrètes della NATO (VI)
      
La guerre secrète en Italie  par Daniele Ganser*

       http://www.threemonkeysonline.com/it/article_nato_gladio_strategia_della_tensione.htm

       http://www.voltairenet.org/article163905.html

       http://www.voltairenet.org/article162546.html

       http://www.voltairenet.org/article162685.html

       Operazione Gladio | BBC 1992 - Quarta Parte

       http://www.youtube.com/watch?v=GCwSa0ZnnmA

 

[5] Nuovo Ordine Mondiale: i Signori del Mondo

       http://www.disinformazione.it/Nuovo%20Ordine%20Mondiale.htm

 

        

 [6]  Progetto per un nuovo secolo americano

        http://it.wikipedia.org/wiki/Progetto_per_un_nuovo_secolo_americano

        http://www.youtube.com/watch?v=_yLRlDltXlY&feature=related

        http://www.youtube.com/watch?v=YDWH9Uqk7Jo&feature=related

 

  

  [7]  Il sogno della "Grande Gerusalemme".

          http://archiviostorico.corriere.it/1998/luglio/06/Vertice_contro_grande_Gerusalemme_co_0_9807062708.shtml

        

       

         Guarda questo video in una nuova finestra

Il terrorismo d'Israele: frasi e citazioni di politici ebrei

         http://www.youtube.com/watch?v=hgotduB1ark&feature=PlayList&p=D5A8E54CB0FF6654&index=15

 

         Il paradiso del Mossad.  Scritto il 2010-02-18  in News 

         http://www.infopal.it/leggi.php?id=13637

 

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   *   di Roberto Sinigaglia

        Dalla dissoluzione dell’Urss alla Russia di Putin      

http://www.nuvole.it/index.php?option=com_content&view=article&id=440:robertosinigaglia&catid=85:numero-42&Itemid=61

 

 

«L'anno scorso eravamo sull'orlo del baratro; quest'anno abbiamo fatto un grande passo in avanti.»

Serge Latouche 

 


 

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