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La guerra per il dominio: appunti in
libertà.
Rivisitazioni e
considerazioni di quest'ultimo secolo insanguinato per la corsa al
potere.
Fatti e protagonisti alla
luce degli odierni scenari di guerra globale.
di Giorgio Q. e Alessandro Zola
La
seconda guerra mondiale, è stata soprattutto un dramma umano e di enormi
proporzioni, rispetto alla precedente guerra, sia per il numero dei
morti che per la sua estensione geografica. Un conflitto che aveva
interessato non solo l'Europa, ma anche il continente asiatico,
l'Africa, le acque dell'Atlantico e del Pacifico e il Giappone .
Fu uno
scontro per il dominio del mondo sulla spinta di ideologie molto diverse
tra loro, sia sul modo di governare i popoli che per la divisione delle
ricchezze. Il comunismo nato con la rivoluzione d’ottobre in Russia
all’inizio del 900’ stava contagiando l’Europa e le monarchie Europee
con i suoi movimenti popolari, che mettevano in fibrillazione anche la
corona britannica nonostante la potenza del suo impero. Proprietari
terrieri, ricchi, nobili , poveri e analfabeti vivevano nello stesso
stato in condizioni di vita molto diversi. La fame che aveva spinto
molti ad emigrare, il desiderio di migliori condizioni di vita da parte
dei meno abbienti stavano dando luogo a movimenti di rivolta e l’eco
della rivoluzione francese era ancora vivo nella classe intellettuale.
Le
differenti ideologia del: capitalismo,comunismo, fascismo,
nazionalsocialismo tedesco, all’interno dei rispettivi sistemi di
potere, hanno alimentato questo conflitto , sia per interessi economici
che di dominio fino ad arrivare alla 2° guerra mondiale. Questa inizia
il 1º settembre 1939 con l'invasione della Polonia da parte della
Germania e termina, nel teatro europeo, l'8 maggio 1945 con la resa
tedesca, mentre nel teatro asiatico, il successivo 2 settembre con la
resa dell'Impero giapponese a seguito dei bombardamenti atomici di
Hiroshima e Nagasaki.
Prima della
guerra le grandi potenze erano almeno sei: USA, URSS, Gran Bretagna,
Francia, Germania, Giappone. Alla fine ne rimasero solo due: USA e URSS
Pochi mesi
prima della sconfitta della Germania nazista ha luogo in Crimea ,
nella vecchia residenza estiva di Nicola II fra il 4 e l'11 febbraio
1945 la conferenza di Jalta , a
cui parteciparono Franklin Delano Roosevel, Winston Churchill e Stalin,
rispettivamente capi dei governi degli Stati Uniti, del Regno
Unito e dell'Unione Sovietica. Non venne invitato il leader francese
Charles de Gaulle.
I capi politici dei tre principali paesi Alleati presero alcune
decisioni importanti sul proseguimento del conflitto, sull'assetto
futuro della Polonia, e sull'istituzione dell'Organizzazione
delle Nazioni Unite.
Dopo la
guerra sconfitti la Germania nazista e il Giappone, indebolite dalla
guerra, la Francia e la Gran Bretagna, le due super potenze emergenti
crearono una nuova egemonia mondiale: l'Unione Sovietica attrasse sotto
la sua influenza gli stati dell'Europa orientale che furono occupati
dall'Armata Rossa; gli Stati Uniti divennero il punto di riferimento per
le democrazie liberali capitalistiche.
Questo
accordo fu promosso da
Winston Churchill
per mettere dei limiti alla avanzata dell’armata rossa che avrebbe
potuto occupare il centro Europa .
Nel corso
della guerra si consumò anche la tragedia del popolo ebraico perpetrata
dai
nazisti
nei campi di concentramento che al termine della guerra porto al
processo di Norimberga . ( 1 )
http://www.homolaicus.com/storia/contemporanea/norimberga/1.htm
Al termine
del conflitto si instaurò un nuovo equilibrio mondiale , fondato sulla
contrapposizione, nota come "guerra fredda", tra Stati Uniti ed
Unione Sovietica,
mentre l'Europa,
ridotta ad un cumulo di macerie, perdeva la propria egemonia sul pianeta
.
La divisione della Germania
Avvenne
perchè molti
capi nazisti furono riconosciuti colpevoli di crimini contro l'umanità e
processati a Norimberga del 1946. Questo
tipo di accusa impedì che ci fosse un trattato di pace con la Germania:
lo stato tedesco si era compromesso con il regime nazista e
non poteva sedere al tavolo della pace. Gli Alleati vollero una resa
senza condizioni della Germania, la occuparono e l'amministrarono in
proprio. A Jalta era già stata decisa la divisione politica sotto
l'amministrazione degli stati vincitori: USA, URSS, Francia e Gran
Bretagna. Ognuno dei quattro avrebbe controllato e amministrato una
parte del territorio tedesco: anche la capitale del Reich sconfitto,
Berlino, fu divisa in quattro zone controllate dai vincitori.
La Germania
venne anche privata di una propria forza militare e, nella conferenza di
Potsdam del luglio 1945 i suoi confini orientali furono fissati lungo la
linea dei fiumi ODER-NEISSE: i territori tedeschi della Pomerania e
della Slesia passavano alla Polonia, la Prussia orientale all'URSS.
Questi spostamenti di confine provocarono la migrazione di due milioni
di profughi tedeschi verso Ovest.
L'Europa,
fu quindi divisa da una “ cortina di ferro“ come la definì Churchill, un
vero confine tra i paesi dell’est e dell’ovest.
La guerra
fredda trovò il primo terreno di scontro a Berlino. L'Unione Sovietica
temeva che la rinascita di una nazione tedesca indebolisse la sua
posizione di controllo sugli stati dell'Europa orientale e contrastava
il progetto degli Alleati. Stalin fece isolare Berlino che in seguito
portò alla realizzazione del noto
Muro di Berlino
(Berliner Mauer), iniziato il 13 agosto del 1961) e cessa il 9
novembre 1989, con lo smantellamento della cortina di ferro da parte
dell'Ungheria (23 agosto 1989)
Nel maggio 1948 - Nasce lo
stato d'Israele,
e inizia la tragedia del popolo palestinese.
La nascita
dello stato d’Israele, viene decisa da Stalin allo scopo prevalente di
mettere un cuneo tra gli stati arabi che in quel momento erano filo
inglesi.
Con i
cinque voti controllati dai sovietici (quello dell'Urss, dell'Ucraina,
della Bielorussia, della Polonia e della Cecoslovacchia) passa la
storica risoluzione 181,all'ordine del giorno dell'Assemblea generale
dell'Onu del 26 novembre 1947, la maggioranza necessaria.
I motivi
che spinsero Stalin a compiere questa scelta, all'epoca per nulla
scontata furono diversi, di cui i particolari inediti di questa vicenda
sono stati riportati dal giornalista russo Leonid Mlecin attraverso
la preziosa documentazione venuta alla luce dopo l’apertura degli
archivi “segreti” dell’ex URSS . Vedi : “Perché Stalin creò Israele”
di Leonid Mlecin [1]
Sicuramente
i legami fra il partito di Lenin e i gruppi della sinistra ebraica erano
stati in effetti stretti e antichi, così come quelli, dopo la
rivoluzione, con altre aggregazioni, compreso il Partito comunista
palestinese, quasi interamente ebraico. Ben Gurion stesso, a capo di una
delegazione dell'Histadrut (il sindacato ebraico della Palestina), si
era recato a Mosca già nel '23, stringendo legami con il nuovo paese.
L'opzione sionista apriva tuttavia un altro ordine di problemi: quello
del riconoscimento di una questione nazionale ebraica rispetto alla
quale anche i numerosissimi dirigenti bolscevichi di origine ebraica,
tutti rigorosamente laici, si mostravano totalmente indifferenti. E così
il Partito comunista bolscevico, nei primi tempi, oscilla fra la linea
dell'integrazione pura e
semplice e
l'attenzione alla questione nazionale, cui Stalin stesso era
particolarmente sensibile, anche
perché
georgiano.
La
decisione di Stalin risente, inoltre, dal particolare rapporto con il
movimento sionista all'inizio degli anni quaranta: politico diplomatico,
ma anche militare, con l'Haganà prima, poi con l'esercito israeliano nei
mesi iniziali della guerra contro gli arabi, quando si consuma la
drammatica pagina della Nakba, ossia la cacciata di 760.000 palestinesi
(le armi arrivavano, via Cecoslovacchia e Jugoslavia, in un piccolo
aeroporto nella valle della Bekaa) [2]
Ma la
scelta di Stalin nell’obbiettivo di creare lo stato d’Israele a lui
favorevole si dimostrerà poi in seguito,molto controproducente per la
Russia, in quanto gli equilibri internazionali si modificheranno molto
presto. Israele si legherà agli Stati Uniti al punto di condizionarne le
linee di politica estera e di influire sulle campagne elettorali dei
presidenti degli Stati Uniti
Le perdite dell'Italia
Occupata e
divisa la Germania, le potenze vincitrici conclusero un trattato di pace
con i suoi alleati: Italia, Finlandia, Ungheria, Romania, Bulgaria.
(Accordi di Parigi, 1948)
L'Italia
dovette sottostare all'arretramento dei confini e all'abbandono delle
colonie. Lasciò alla Francia alcuni Kmq di territorio: Moncenisio,
Tenda, Briga. Alla Jugoslavia dovette cedere l'Istria, Fiume, Zara,
parte della Venezia Giulia, le isole della Dalmazia. In un primo tempo
anche Trieste venne proclamata città libera, staccata dal territorio
italiano, divisa in due e amministrata per una parte dagli Inglesi e per
l'altra dalla Jugoslavia. Solo nel 1954 la città istriana tornò
all'Italia. L'Albania fu sottratta al dominio italiano e ritornò stato
indipendente. Anche le colonie, la Libia, l'Eritrea, l'Etiopia
tornarono indipendenti slavo la Somalia affidata in amministrazione
all'Italia (durerà fino al 1960). Le isole del Dodecanneso, vicino alla
costa turca e ottenute all'inizio del secolo dopo la guerra di Libia,
passarono dall'Italia alla Grecia.
Il Giappone occupato
Il Giappone
subì una sorte simile a quella della Germania: fu costretto ad
arrendersi senza condizioni. Il Giappone dovette cedere tutti i
territori conquistati nel conflitto e perse anche la Manciuria e la
Corea, che controllava da molti ani prima della guerra. Il Giappone subì
anche l'occupazione militare e l'amministrazione delle autorità
americane. Nel 1947 tornò ad essere autonomo con una costituzione
predisposta dagli Stati Uniti. Questa prevedeva la smilitarizzazione del
paese e negava il carattere divino dell'imperatore, tradizione
particolarmente radicata nella cultura giapponese.
Gli Stati
Uniti vollero risolvere in fretta i rapporti con il Giappone per avere
un problema in meno e un alleato in più nel nuovo scontro che si stava
delineando tra i paesi occidentali e i paesi del blocco comunista:
infatti il trattato non fu riconosciuto dall'Unione Sovietica, l'altra
grande potenza mondiale.
Il Piano Marshall
divenne
operativo dall’aprile del 1948 e fu una conferma dell’avvenuta presa di
coscienza da parte degli americani della loro leadership mondiale.
L’allora Segretario di Stato americano George C. Marshall aveva posto
dinanzi al Congresso lo stato di estremo disagio in cui versavano le
economie dei paesi europei; così, forti della loro posizione, gli USA
finirono per adottare l’European Recovery Program (ERP), il cui scopo
era quello di aiutare la ricostruzione delle disastrate economie
europee. In breve furono erogati miliardi di dollari a favore
soprattutto dei principali alleati occidentali (Francia e Gran
Bretagna), mentre alla Germania, il paese uscito più distrutto dalla
guerra, andò solo una piccola parte. Anche l’Italia beneficiò degli
aiuti americani nel suo processo di ricostruzione politica ed economica
post-fascista. I fondi stanziati dall’ERP permisero di raggiungere il
pareggio del bilancio statale e la stabilità monetaria oltre che un
risveglio dell’attività produttiva; questi saranno i punti chiave che
porteranno, negli anni ’50, al cosiddetto "miracolo economico"
dell’Italia, cioè allo straordinario sviluppo dell’economia italiana i
cui ritmi di crescita saranno tra i più alti del mondo (secondi solo
alla Germania Federale).
In realtà,
gli aiuti scaturiti dal piano Marshall furono dettati più da ragioni
strategiche che economiche; gli americani miravano infatti a portare
dalla loro parte tutti i paesi dell’Europa occidentale allo scopo di
arrestare l’avanzata comunista. Di qui la decisione di assisterli
economicamente e di garantire loro la protezione militare contro un
eventuale attacco sovietico. Secondo molti studiosi, fu proprio il piano
Marshall a dare avvio alla guerra fredda. Però è giusto ricordare che
gli aiuti americani contribuirono a risollevare le economie dei paesi
dell’occidente europeo e, indirettamente, favorirono l’adozione di
scelte di cooperazione tra questi paesi (in primo luogo Belgio, Francia,
Germania, Italia, Lussemburgo e Olanda) che porteranno a quella
integrazione economica, monetaria ed anche politica tutt’ora in corso.
La guerra fredda e
l'equilibrio del terrore
Nell’immediato dopoguerra gli Stati Uniti d’America s’assunsero il
compito di guidare la ricostruzione del sistema economico
internazionale, dinanzi al declino delle potenze europee. Sul piano
politico-militare il ruolo egemonico statunitense fu però insidiato
dall’Unione Sovietica, nascente potenza che fondava la sua rivalità nel
conflitto ideologico tra capitalismo (americano) e comunismo e che
godeva di una forte capacità di destabilizzazione politica in Europa.
Infatti, sotto la guida sovietica, in quasi tutti i paesi dell’Est
europeo si andò affermando l’ideologia politica comunista che
rappresentava una vera e propria minaccia agli occhi del mondo
occidentale. Gli americani risposero in un primo momento con la
cosiddetta "strategia del contenimento" (containment); il 12
marzo 1947 il presidente degli USA
Harry Truman enunciò dinanzi al Congresso americano la
sua "dottrina", che consisteva in una serie di aiuti economici (con l’European
Recovery Program, meglio noto come Piano Marshall) e militari
alle nazioni europee che sarebbero passate quindi sotto la protezione
degli USA. Lo scopo era di creare un fronte compatto dinanzi alla
minaccia dell’avanzata comunista e, all’interno dei paesi che ricadevano
nel nascente blocco americano, i partiti di sinistra furono allontanati
dalle coalizioni governative; in Italia, ad esempio, le elezioni
politiche del 1948 segnarono il trionfo della Democrazia Cristiana e il
definitivo allontanamento dei comunisti e socialisti dall’area di
governo.
Ecco quindi
come il sistema delle relazioni internazionali del secondo dopoguerra si
andava polarizzando su due blocchi contrapposti di stati, quello
sovietico dell’Est e quello americano dell’Ovest, che divideranno
l’Europa in due parti. In seguito, questo sistema della "guerra fredda"
(termine che fu utilizzato per la prima volta dal giornalista americano
Walter Lippmann) si estenderà anche fuori dell’Europa, dando vita a due
"mondi" ideologicamente contrastanti: quello comunista guidato dall’URSS
e quello capitalista e democratico guidato dagli USA. Da qui anche la
nascita del "Terzo Mondo", termine che inizialmente fu identificato con
il movimento degli Stati "non allineati" rispetto ai blocchi
raccolti intorno agli USA e all'URSS; in gran parte si trattava di nuovi
paesi usciti dal processo di decolonizzazione, ma non mancarono grandi
Stati che si rifiutarono di entrare nell’orbita americana o sovietica
(ad esempio l’India, la Cina e la Iugoslavia).
Sino alla
fine degli anni quaranta gli americani, essendo gli unici in possesso di
testate nucleari, riuscirono a mantenere una condizione di superiorità
strategica sulla quale fondarono la cosiddetta "dottrina della
rappresaglia massiccia", la quale doveva bloccare ogni tentativo di
aggressione nei loro confronti (o nei confronti degli Stati occidentali)
con la minaccia nucleare. Ma, quando nell’agosto del 1949 l’URSS fece
esplodere la sua prima bomba atomica, la preponderanza militare
americana venne meno ed in breve tempo i sovietici riuscirono a dotarsi
di armi nucleari tali da competere come antagonisti degli Stati Uniti,
almeno in campo militare. Il successo in Cina della rivoluzione
comunista guidata da Mao Zedong e l'immediata alleanza di quest'ultimo
con Stalin fece rientrare anche l'Estremo Oriente nella scena dello
scontro bipolare. Iniziò così una fase di militarizzazione massiccia
della guerra fredda, caratterizzata da una continua corsa al riarmo
nucleare da parte delle due superpotenze.
La parità
in campo nucleare poneva la rivalità sovietico-americana in una
condizione strategica del tutto nuova nella storia delle relazioni
internazionali, quella del cosiddetto "equilibrio del terrore",
fondato sulla consapevolezza che una guerra diretta tra le due
superpotenze avrebbe causato la distruzione di entrambe e del mondo
intero. Questo equilibrio del terrore rappresentò dunque una sorta di
deterrenza reciproca che avrebbe dissuaso i due rivali dall’impiego
delle loro terribili armi di distruzione di massa; quella
dell’esclusione dello scontro militare diretto tra le due superpotenze
fu una vera e propria regola del "gioco" bipolare durante la guerra
fredda. Soltanto una volta il mondo rischiò di precipitare in una guerra
nucleare. Accadde nel 1962, l’anno della famosa crisi dei missili di
Cuba, dovuta al fatto che i sovietici avevano installato nell’isola
(grazie all’appoggio del leader cubano Fidel Castro) dei missili capaci
di bombardare gli Stati Uniti e spinsero il presidente americano John F.
Kennedy ad imporre un blocco navale intorno a Cuba per una probabile
invasione dell’isola; l’invasione avrebbe potuto scatenare una guerra
nucleare e il leader sovietico Chruscev, conscio di ciò, accettò di
ritirare i missili in cambio dell’impegno americano a non invadere Cuba.
La guerra del Vietnam
La guerra
del Vietnam che era iniziata 1962 con
“ Un incidente
pre-pianificato
dagli Usa
nel Golfo del
Tonchino”
si conclude ingloriosamente nel 1975 , con il ritiro degli Stati Uniti
dal teatro di guerra, lasciando dietro di se un paese devastato da 12
anni di guerra. Fu anche grazie al grande movimento popolare si era
formato nei paesi europei e per tutta la durata di questa guerra, ad
opera dei partiti della sinistra ancora presenti in Europa a togliere
consenso a questa guerra. Le forze militari in questo conflitto erano
composte da una coalizione composta da Vietnam del Sud, Stati
Uniti, Corea del Sud, Thailandia, Australia, Nuova Zelanda, e Filippine
e Filippine. Dall'altra parte c'era la coalizione formata da Vietnam del
Nord e Fronte di Liberazione Nazionale del Vietnam (FLN) conosciuto
anche come Viet Cong, un movimento di guerriglia Nordvietnamita.
L'Unione Sovietica e la Repubblica Popolare Cinese che fornirono aiuti
militari al Vietnam del Nord e FLN, ma non presero parte alla guerra con
le loro truppe. La guerra fece parte di un più ampio conflitto regionale
che coinvolse le nazioni confinanti della Cambogia e Laos, conosciuto
come
Seconda Guerra Indocinese.
Negli anni ’80 toccò al giovane leader sovietico Michail Gorbacev di
riprendere il dialogo distensivo con gli USA, lanciando una richiesta di
pace e di alleggerimento delle risorse militari che venne raccolta dal
presidente Ronald Reagan.
L’America attraverso i
media, intanto, proiettava nel mondo una immagina si se forte e
intransigente, un baluardo a difesa del mondo dall’impero
del male, così il presidente Reagan aveva definito
L’Unione Sovietica. Ma la politica estera degli Stati Uniti si
contraddiceva rispetto a questo mediatico slogan di facile presa sulla
gente comune.
La missione
Apollo 11
L’immagine di una Americana forte e tecnologicamente avanzata, viene
proposta al mondo con lo sbarco degli Astronauti sulla Luna il 20
luglio del 1969. Ma successivamente dall’esame delle foto, in tanti,
ancora oggi sostengono che la missione spaziale
Apollo 11
sia stata soltanto una montatura, una frode ai danni dell’intera
umanità, inscenata dal governo americano con il solo obiettivo di poter
imporre la propria supremazia nell’esplorazione spaziale e per far
dimenticare le guerra del Vietnam.
Le prove del fatto che l'allunaggio del 1969 è un falso
http://www.neversleep.it/index.php/a/disinformazione-e-bugie/la-prova-che-l-allunaggio-del-69-e-un-fa
Mikhail Gorbaciov e
Ronald Reagan
I due
leader furono protagonisti tra il 1985 e il 1988 di una serie di
incontri a Ginevra, Reykjavik, Washington e Mosca, che portarono alla
riduzione dei missili nucleari, soprattutto in Europa.
I colloqui
sul disarmo nacquero da una seria volontà di pace, ma anche da interessi
delle due superpotenze. A metà degli anni Ottanta l’opinione pubblica
europea, che aveva ancora una cultura pacifista e di sinistra,
protestò contro i nuovi missili americani installati in Belgio,
Olanda, Inghilterra, Germania occidentale.
Reagan non volle creare difficoltà agli alleati europei. Anche
Gorbaciov, riducendo gli armamenti, otteneva due risultati: la riduzione
delle spese militari, che gravavano su un’economia già dissestata, e il
sostegno dei Paesi occidentali alla sua politica di riforme. Gli accordi
sul disarmo furono in ogni caso un fatto concreto e positivo perché
eliminarono dall’Europa più di 2500 missili nucleari e diminuirono
fortemente il rischio di guerra atomica. All’accordo sui missili europei
seguirono altre proposte per la distruzione delle armi chimiche e dei
missili intercontinentali. Gorbaciov prese poi altre iniziative
diplomatiche che confermavano la svolta nella politica sovietica:
ristabilì contatti con Israele,diventato potentissimo alleato degli USA;
poi si adoperò per la pace nel Medio Oriente; cercò un riavvicinamento
con la Cina; incontrò papa Giovanni Paolo II in Vaticano nel 1989
contribuendo a migliorare la condizione delle comunità religiose
cattoliche in Unione Sovietica.
Ma da un
attuale revisionismo storico fatto da politologi Russi, dopo l’avvento
di Putin, sembra emergere una certa
ingenuità
di
Mikhail Gorbaciov
nel credere
che un disarmo nucleare fosse possibile. I fatti successivi hanno poi
dimostrato che gli USA non hanno mantenuto fede agli accordi presi per
la non proliferazione delle armi nucleari e inoltre hanno sviluppato
nuove armi tattiche e mini bombe nucleari. Dal
3 giugno 2002 gli USA hanno disdetto la loro adesione al trattato ABM
(quello contro i missili balistici)
[3]
La caduta del muro di
Berlino
L’unificazione delle due Germanie fu il fatto più significativo di
questo importante momento storico. Quando l’Ungheria nel 1989 permise il
libero passaggio verso l’Austria, di fatto aprì un varco nella "cortina
di ferro", subito utilizzato da centinaia di cittadini della Germania
Est per arrivare nella Germania occidentale in cerca di un futuro
migliore. Questo esodo in poche settimane divenne massiccio e
inarrestabile. Il governo comunista tedesco non era in grado di fermare
la fuga a Ovest e si trovò a fronteggiare manifestazioni di massa nelle
grandi città, Lipsia, Dresda, Berlino. Così non poté far altro che
cedere alle richieste dei dimostranti: nel novembre 1989 lasciò libero
transito attraverso il muro di Berlino che venne rapidamente abbattuto
come simbolo della negazione di libertà. Erano passati 28 anni dalla sua
costruzione. Mentre i dirigenti della Germania comunista erano ridotti
all’impotenza, il governo della Germania occidentale sotto la guida del
cristiano democratico Helmut Kohl spingeva verso l’unificazione. Furono
abbattute le frontiere fra i due Stati tedeschi, venne firmato un
trattato di unione economica e monetaria e nell’ottobre 1990 si giunse
infine alla riunificazione politica con il consenso di Stati Uniti,
Unione Sovietica, Francia e Inghilterra. La divisione della Germania
iniziata nel 1945 era definitivamente chiusa.
Gli eserciti segreti della
Nato - Gladio
Durante la
Guerra Fredda, è esistito un esercito segreto chiamato Gladio. Le sue
rivelazioni destarono clamore in Italia, non solo perché ammetteva ciò
che era stato a lungo negato (anche dallo stesso Andreotti quando fu
sottoposto ad una inchiesta giudiziaria nel 1974 nelle vesti di Ministro
italiano della Difesa), ma perchè continuò a sostenere che c’era una
rete di eserciti segreti del tipo ‘stay behind’ [N.d.T.: questo
era il vero nome di Gladio] che operava in tutte le nazioni facenti
parte della NATO. In breve, questa fu una questione che non coinvolgeva
solo l’Italia.
Man mano
che i dettagli venivano resi noti, la storia diventava ancor più
inverosimile. Sulla scia della Seconda Guerra Mondiale, all’inizio della
Guerra Fredda, le agenzie dell’intelligence, guidate
essenzialmente da Inghilterra e Stati Uniti, hanno stabilito una rete
d’agenti e di eserciti segreti attraverso l’Europa, una rete che sarebbe
rimasta segreta ma attiva durante la Guerra Fredda. Una rete militare
non regolata, equipaggiata con armi pesanti.
Lo scandalo
che ne derivò, e che attraversò l’Europa, fu messo in sordina dallo
scoppio della prima Guerra del Golfo (Saddam Hussein invase il Kuwait
nell’agosto del 1990) e quindici anni dopo l’affermazione di Andreotti,
Gladio e la rete della NATO [di eserciti] stay-behind, restano in
larga misura un argomento con un gran numero di domande non risposte. Il
lettore occasionale potrebbe chiedersi il perché di tutto questo
interesse verso una struttura segreta della Guerra Fredda. In parte
perché ci sono troppi dubbi irrisolti. L’esistenza di una rete è un dato
di fatto. Ciò è stato confermato, finora, da diversi capi di stato, da
tre indagini parlamentari (Italia, Belgio, Svizzera), e non meno
importante, da una strana smentita* e successiva conferma dell’esistenza
da parte della stessa NATO nel 1990. Ed ancora, lasciando da parte
coloro che sono coinvolti nella rete, poche persone sanno in realtà come
funzionava tale rete, o come definiva il proprio ruolo. Ci sono prove
sufficienti e testimonianze personali per sostenere legami fortuiti con
i gruppi terroristi di destra, attivi negli anni ’70 ed ’80, e che
questa stessa rete è stata responsabile dell’implementazione della
cosiddetta ‘strategia della tensione’: l’uso deliberato di terrorismo
per far passare
gli elettori di una data nazione, spaventati, verso destra e quindi
verso un governo caratterizzato da “giustizia e ordine” di stampo
fascista.
Le domande non hanno risposta perché, durante le indagini parlamentari,
quando si ricerca il soggetto da indagare, prima o poi ci si imbatte in
disposizioni di segreti di stato. Sottolineando la natura ‘off-limits’
del tema, pare che un diplomatico della NATO abbia asserito “Non mi
aspetterei una risposta a troppe domande, anche se la Guerra Fredda è
finita. Le prove di un presunto legame con il terrorismo, se questo
esisteva, sono ben nascoste”.[ Reuters, 15 Novembre 1990].
Le indagini condotte in Belgio negli anni ‘90 hanno portato alla luce
dettagli preziosi sulla struttura delle reti. Nel caso del Belgio e di
molti altri paesi della NATO, il primo passo è rappresentato dalla
costituzione di una commissione tripartitica tra la nazione ospitante,
l’Inghilterra e gli USA. In seguito, fu creato nel 1948 un corpo
generale per il coordinamento tra le diverse nazioni dell’Europa
Occidentale, conosciuto come Western Union Clandestine Committee
[N.d.T.: Commissione clandestina dell’Unione occidentale] . Il WUCC fu
annesso alla NATO nel 1951, cambiando la sua nomenclatura in
Clandestine Planning Committee. Fu creata anche una seconda
commissione, l’Allied Clandestine Committee [N.d.T.: Commissione
clandestina degli Alleati]. Dopo l’uscita della Francia dalla NATO, la
sede centrale di tali Commissioni fu trasferita a Bruxelles. “In ogni
caso queste reti furono create in maniera clandestina, e in alcuni casi
venivano reclutate persone di destra, perché serviva la certezza che
fossero ideologicamente impegnate contro il comunismo. Quindi per
esempio in Germania, furono assunti alcuni membri della rete nazista”.
* Daniele Ganser [4],
In Europa
ma soprattutto Italia, tutti i partiti della sinistra, per gli effetti
della strategia della tensione e perchè viene a mancare la spinta
dell’unione sovietica, abbracciano le dottrine liberiste fino a poco
tempo prima avversate, cambiato i simboli cambiano le alleanze ,
sparisce la falce e il martello, cessa il PCI, nascono nuovi partiti ,
inizia una svolta nelle scelte di politica economica : meno stato più
mercato .
Lo scandalo
di Tangentopoli, annienta il partito socialista di Craxi , si disintegra
il pentapartito e la democrazia cristiana , nasce un nuovo movimento
politico chiamato “Forza Italia”, con il contributo di Licio Gelli e
della sua loggia segreta P2 legata a Gladio, entra sulla scena politica
Silvio Berlusconi .
La Perestrojka
La Russia
alle prese con la propria riorganizzazione economica interna, a seguito
della Perestrojka (che in russo significa "ricostruzione" ) voluta da
Gorgaciov, agli inizi degli anni 90’, attraversa una crisi economica
senza precedenti, a causa delle riforme avviate, spesso confusionarie e
non accompagnate da una legislazione adeguata, che portano ad un aumento
della disoccupazione e a un forte malcontento nel popolo russo.
Per
l'attuazione della perestrojka venne costituita una commissione
governativa, con a capo l'Accademico Leonid Abalkin, vice primo
ministro, che si fece assistere dall'italiano Giancarlo Pallavicini,
primo consulente occidentale del governo sovietico per la riforma
dell'economia. Il suo primo impegno fu la formulazione di una legge
antimonopolio, resa impossibile dalle particolari circostanze
dell'economia centralizzata e fortemente osteggiata da Pallavicini, . Il
ritardo nell'eliminazione dei monopoli e nella privatizzazione delle
attività produttive e dei servizi, sollecitata per interessi individuali
o di gruppi, indebolì Gorbaciov, che non si oppose in misura adeguata al
tentativo di golpe del 1991, in quanto rallentava la pressione su di lui
esercitata da quelli che poi divennero i cosiddetti "oligarchi", che
favorirono l'avvento al Cremino di Boris Eltsin.
Attraverso il suo staff viene lanciano un
ambizioso piano di stabilizzazione, che mira a smantellare il sistema
economico socialista per introdurre il libero mercato
Una
parte decisiva dell’industria e dell’economia furono privatizzate.
Nacque un capitalismo di rapina, che vendeva materie prime all’estero ed
esportava i capitali. Il risultato fu una recessione che durò 8 anni ,
il crollo finanziario, iniziato sui mercati dall’Asia e che messe a nudo
tutte queste contraddizioni, con la bancarotta del sistema finanziario
pubblico e privato.
Da anni
il sistema funzionava sulla base di emissioni sempre crescenti di buoni
del tesoro i cui interessi alla scadenza venivano pagati con nuovi
buoni. A dare credibilità al tutto c’erano il
Fmi
e
le banche occidentali, che regolarmente concedevano nuovi prestiti. Che
l’edificio traballasse da tempo lo dimostra il problema dei salari
arretrati che da anni crescevano senza sosta. Il reddito nazionale della
repubblica russa e la produzione industriale sono diminuiti di circa la
metà rispetto a quelli del ‘90 (57,5% e 48,5% rispettivamente). La spesa
per investimenti dei settori produttivi dell’economia (industria,
agricoltura, trasporti e comunicazioni) è pari a1 7% di quella del ‘90.
Si
prepararono le privatizzazioni delle grandi aziende, mentre i prezzi
andavano alle stelle bruciando i risparmi di tutta la popolazione. Le
ricette del
Fmi
e della Banca mondiale erano articoli di fede per i nuovi gestori
dell’economia. Si crearono banche e una borsa valori, mentre i vecchi
burocrati come Cernomyrdin, già capo del ministero del gas sovietico,
diventavano gli azionisti principali delle nuove aziende privatizzate,
come la Gazprom, il principale operatore mondiale del gas e del
petrolio.
Mentre la produzione industriale calava e aumentavano le importazioni
straniere, le industrie andavano in malora, gli investimenti venivano
ridotti all’osso, i salari e le pensioni non venivano pagati, ma i
MacDonald crescevano come funghi e una minoranza della popolazione (tra
il 10 e il 20%) si arricchiva a spese della maggioranza. Eltsin, nel
tentativo disperato di guadagnare tempo aveva estromesso Cernomyrdin a
maggio per poter ottenere dal
Fmi
i soldi freschi (il mega-prestito di 27 miliardi di dollari) che
servivano urgentemente, ma l’instabilità dei mercati internazionali non
permetteva più di mantenere il bluff. In pochi giorni la Banca centrale
russa brucia 4,5 miliardi di dollari per difendere la propria valuta,
prima di dover dichiarare una moratoria dei pagamenti pubblici e
privati.
Nel frattempo si levavano note di gaudio negli Stati Uniti, in
quanto già si credeva di poter controllare la Russia mediante gli
oligarchi legati alla grande finanza internazionale e che si erano
insediati in organismi pubblici ed in grandi fabbriche, da cui potevano
gestire consistenti flussi finanziari. Esisteva un piano politico
economico per destabilizzare la Russia dall'interno, reso possibile
dalla Perestrojka e dalla imprudenza di Gorbaciov.
E' noto come Mikhail Khodorkovsky
(ora in galera in Russia) si comprò, con 250 milioni di dollari, che gli
sono stati prestati dai Rotschild di Londra, la petrolifera Yukos, che
immediatamente dopo fu valutata in borsa almeno 19 miliardi di dollari.
Che dire di
Boris Berezovsky un famigerato «oligarca» russo, uno di quelli che
ai tempi di Eltsin si accaparrarono gli enti statali (in via di
privatizzazione) che disponevano delle materie prime russe. E sempre
stata voce comune che Berezovsky e gli altri oligarchi abbiano aizzato
la dissidenza cecena ad atti di guerra per mettere in difficoltà il
governo. Scappato a Londra, perchè ricercato, ha benevolmente ricevuto
asilo politico dai suoi protettori. Berezovsky è l’oligarca (mafia
russo-ebraica) che nel 1999, grazie alle sue enormi ricchezze ricavate
dalle privatizzazioni dell’era Eltsin, cercò di fare politicamente le
scarpe a Putin e di prenderne il posto al Cremlino. A questo scopo si
comprò un seggio alla Duma (nella quale comprò anche parecchi deputati),
e cominciò una campagna forsennata anti-Putin attraverso le sue reti
televisive. Il gioco ambiziosissimo non gli riuscì.
In quegli anni la stragrande maggioranza della popolazione russa,
diventata diventata più povera e pervenne al rifiuto di questa politica
che è stata definita "sado-monetarista". Questo stato d’animo si
espresse attraverso diverse forme: il sostegno a Eltsin crollò, i
lavoratori, dopo anni di mancanza di lotte ricominciarono a mobilitarsi,
mentre l’esercito, che era nel caos più completo e impegnato nella
guerra in Cecenia, non avrebbe più fornito appoggio ad Eltsin.
L’avvento di Putin
Nel 1999
Eltsin giunse al capolinea. Inseguito da vicende giudiziarie e minato
nella salute, si dimise il 31 dicembre. Fu una mossa a sorpresa per non
dar tempo agli oppositori. Aveva già preparato la successione. Gli
subentrò ad interim, come stabilisce la Costituzione, il primo
ministro. Era Vladimir Putin, che sarebbe stato confermato nelle
elezioni del 25/03/2000.
Putin e il ritorno della potenza russa
(di Roberto
Sinigaglia*)
Sotto il
governo di Putin tutto il quadro politico e sociale è andato via via
normalizzandosi. Nel corso dei suoi due mandati, tra il 2000 e il 2008,
ha avviato un piano ambizioso di trasformazione del paese. È stata
realizzata la revisione del catasto e sono stati varati un sistema di
sicurezza sociale e i codici del lavoro (2001) e agrario (2002).
Abbassate le imposte, ci fu anche un discreto rientro di capitali. Una
legge sull’insolvenza e sulla bancarotta era stata già promulgata da
Eltsin nel marzo 1998. Furono anche portate a termine le trattative per
l’entrata della Russia nell’Organizzazione internazionale del commercio
(Wto). Migliorò pure la produzione dei beni di consumo, diminuendone
pertanto le importazioni dall’estero.
Al di là
dei dati economici non sempre veritieri – la Russia non ha perduto il
“vizietto” dei tempi sovietici di alterare le statistiche – si può dire
che dal 1999 a oggi l’aumento annuo della produzione industriale oscilla
tra il 5 e il 10%: dati invidiabili per qualsiasi governante dei paesi
industriali avanzati. Quanto ai redditi reali della popolazione, hanno
conosciuto incrementi annui addirittura superiori, intorno al 15-17%. La
povertà, che negli anni Novanta riguardava fino i due terzi dei russi, è
rimasta circoscritta a pochi gruppi sociali e territoriali. Inoltre, i
conti pubblici sono stati messi in ordine. Putin ha
saldato in anticipo tutti i debiti, compresi quelli ereditati
dall’Unione Sovietica. Forte di questi risultati conseguiti, il
premier si è posto l’ambiziosissimo obiettivo di raddoppiare il Pil
entro la fine del 2010. Il raggiungimento dell’obiettivo resta
subordinato alla diversificazione dell’economia, eccessivamente legata
agli andamenti del settore energetico. In effetti, la Russia è stata
baciata dalla dea bendata. Il petrolio, venduto al prezzo di 35 dollari
al barile nel 2000, ha preso a salire sino a 150 dollari per poi
muoversi su valori altalenanti, ma sempre superiori a quelli della fine
del secolo scorso. La Russia è assai ricca di oro, platino, diamanti,
nichel, titanio, minerali ferrosi e non ferrosi, ma il tentativo di
creare industrie manifatturiere di piccole e medie dimensioni ha
ottenuto successi modesti.
Appena
giunto al potere, Putin si rese conto che per sollevare la Russia
dall’abisso in cui era sprofondata era necessario stabilire regole di
comportamento collettivo. Soprattutto intuì la necessità di piegare la
casta di oligarchi riottosi che avevano fatto fortuna alla corte di
Eltsin danneggiando però l’economia nel suo complesso e creando enormi
sacche di povertà. In gran parte ex dirigenti di organismi pubblici e di
fabbriche, che gestivano consistenti flussi finanziari, si erano
trasformati in padroni, in oligarchi, appunto. Ciascuno aveva
privatizzato ciò che in qualche modo era in suo possesso. Černomyrdin,
ministro del gas, assurse alla carica di amministratore delegato del
Gazprom, la più grande impresa del gas russa divenuta centro di potere
oltre che fonte di enormi ricchezze. Già nel 1991, quando era ancora
un’industria di stato, estraeva più di 800 miliardi di metri cubi di
gas; la sua rete di gasdotti toccava 160.000 chilometri, con 350
stazioni di compressione.
Putin
decise di radunare i maggiori industriali per mettere le carte in
tavola. S’impegnava a sorvolare sui numerosi intrallazzi che avevano
accompagnato le privatizzazioni degli anni ’90, ma a due condizioni: gli
industriali avrebbero dovuto astenersi da qualsiasi attività politica e,
facendo rientrare i capitali depositati all’estero, effettuare
consistenti investimenti produttivi in Russia. Quasi tutti capirono
l’antifona. Michail Chodorkovskij che, per la grande ricchezza – era
proprietario del gigante petrolifero Yukos – e per i ramificati e forti
rapporti internazionali, si sentiva intoccabile, credette di poter far
la fronda al presidente. Capì, troppo tardi, che la musica era cambiata.
In un’intervista al «Times» pochi mesi prima dell’arresto, così
descrisse la Russia di Putin: «Teoricamente esiste una stampa libera, ma
in pratica esiste l’autocensura. Teoricamente esistono i tribunali, ma
in pratica i tribunali adottano decisioni imposte dall’alto». Fu
arrestato poco dopo, nell’ottobre 2003, per un’evasione fiscale
quantificata in 28 miliardi di dollari. Processato due anni più tardi,
fu condannato a una lunga pena detentiva, per giunta in una lontana
località nel cuore della Siberia. La durezza esemplare della condanna
doveva fungere da monito preciso e chiaro a tutti coloro che nutrivano
la velleità di contrastare il “nuovo zar”. Alla vigilia della
scarcerazione, nel 2009, sono scattate nuove accuse per far partire
nuovi processi e ulteriori condanne. La sua compagnia fu fatta a pezzi e
in parte riacquistata dalla azienda petrolifera statale Rosneft,
controllata da Igor Sechin, uomo del Cremlino. L’operazione godette del
plauso di larghi settori dell’opinione pubblica che la interpretarono
come giusta riparazione alla politica di rapina condotta dai
neocapitalisti postcomunisti a danno della popolazione.
La
campagna contro gli oligarchi portò come conseguenza la “conquista”, da
parte del potere, di televisioni e giornali che a essi facevano capo.
Alcuni giornalisti furono arrestati con l’accusa di violazione del
segreto di stato. Altri subirono una sorte ben peggiore, andando a
ingrossare le fila delle vittime di omicidi politici. Sono più di un
centinaio i giornalisti ammazzati, e ben raramente i responsabili sono
stati individuati. I nomi più celebri sono quelli della Politkovskaja e
della Baburova, uccisa insieme all’avvocato Marchelov, difensore di
molti di coloro che avevano patito violenze da parte delle truppe russe
in Cecenia.
Subito
dopo l’inizio del suo secondo mandato, Putin chiarì ulteriormente i suoi
obiettivi: togliere ogni spazio politico agli industriali detentori di
enormi ricchezze o legati all’Occidente; ridare spazio allo stato in
economia, a partire dai settori strategici.
C’è da
dire che sia le elezioni del 2000, sia quelle del 2004, per Putin furono
una passeggiata. Il neocomunista Zjuganov, che con scarsa sfortuna aveva
già sfidato più volte Eltsin, non raccolse che un 30% di voti. Da quel
momento Zjuganov e Žirinovskij furono confinati a elemento folkloristico
del parlamento russo. Putin era consapevole che per ridare forza e
autorevolezza allo stato russo era necessario agire anche sulla stessa
struttura istituzionale. Già nell’ottobre 1999, quando rivestiva ancora
la carica di premier, prese ad annullare i trattati bilaterali
che le varie unità federali avevano strappato al potere centrale. Dopo
di che, raggruppò tutte le repubbliche e le regioni della federazione
russa in sette grandi “distretti federali” (Estremo-Orientale,
Siberiano, Urali, Volga, Nord-Occidentale, Centrale, Meridionale),
nominandone egli stesso i governatori sopraordinati alle varie autorità
delle entità locali. Come ai tempi di Ivan il Terribile, i boiari locali
erano stati ricondotti all’obbedienza. Il successo di Putin consiste
nell’aver ridato tranquillità a una popolazione scioccata e logorata da
vent’anni di cambiamenti continui e di grande portata, anche
psicologica. Il suo ruolo è stato quello di personificare la ritrovata
grandezza della Russia ricostruendo un ponte verso i tempi sovietici e
restituendo prestigio al paese, anche se ciò significò punire con metodi
spesso illegali gli oligarchi, limitare la libertà dei mezzi di
comunicazione, piegare le pratiche elettorali al proprio tornaconto. È
stato un elemento costante, nella storia russa, questa oscillazione
continua tra un’esigenza di democrazia, spesso degenerata in anarchia, e
un’insopprimibile volontà di ordine destinato anch’esso a degenerare in
autocrazia o dispotismo. D’altronde, un paese in cui non esistono ancora
un tessuto industriale cospicuo e diffuso, né una classe stabilizzata di
imprenditori e mercanti, ma che possiede enormi risorse naturali, ha
favorito l’affermarsi di un potere centrale autorevole e capace di
gestire queste risorse.
Non
poteva mancare, in questo gioco di restaurazione, un forte avvicinamento
alla chiesa ortodossa. Già una legge del ’97 definì “tradizionali” per
la Russia soltanto le confessioni cristiano-ortodossa, islamica, ebraica
e buddista. Se ne deduce che la discriminazione era mirata verso la
religione cattolica e le confessioni protestanti. La chiesa ortodossa si
è sentita da sempre padrona di casa e ha visto con ostilità i tentativi
di proselitismo del clero cattolico. S’è opposta con decisione alla
visita del papa Giovanni Paolo II in terra russa, visita da lungo tempo
desiderata.
Putin ha
voluto curare l’immagine di fedele devoto facendosi riprendere dalla
televisione in feste e cerimonie religiose. L’alleanza fra trono e
altare ha favorito entrambi. D’altronde, Putin e l’allora patriarca
Aleksej condividevano nazionalismo e ostilità nei confronti
dell’Occidente. Questa “comunione” si è manifestata esplicitamente nel
febbraio 2008 alla vigilia delle elezioni presidenziali che hanno
incoronato Medvedev, quando il patriarca ha ringraziato alla televisione
il presidente uscente per «aver servito disinteressatamente il paese».
Grazie a Putin, si è moltiplicato il numero delle chiese e delle
pubblicazioni religiose.
La
debolezza dell’attuale politica estera russa è anche la conseguenza
della condizione dell’esercito nel suo complesso. A partire dagli ultimi
anni di Gorbačëv, la quota di bilancio statale destinata alla difesa è
andata via via diminuendo. Nel 1988, l’allora ministro degli esteri
sovietico Eduard Ševardnadze dichiarò che il bilancio della difesa
ammontava addirittura al 19% del Pil mentre attualmente, dopo gli
incrementi dell’ultimo biennio, gli investimenti nel settore si sono
attestati all’1%, ben al di sotto degli Stati Uniti che impegnano il
6,4%. Ciò significa che le spese militari russe nel 2006 erano di 23
miliardi di dollari, al di sotto quindi degli Stati Uniti che
stanziarono 670 miliardi di dollari (compresi i costi della guerra in
Iraq) (Osvaldo Sanguigni). Sergej Ivanov, presidente della commissione
governativa per il complesso militar-industriale, ha parlato di una
spesa equivalente a 300 miliardi di dollari nel periodo 2007-2015, meno
della metà della somma impegnata dagli Stati Uniti nel solo 2006. Dopo
un periodo di sbandamento, durante il quale si potevano incontrare per
la strada militari questuanti per via di stipendi arretrati non
percepiti, Putin ha finalmente proposto una strategia di riassesto del
complesso militare. Il programma prevede diciassette missili balistici
intercontinentali, quattro apparati spaziali a uso militare e
altrettanti vettori per metterli in orbita. Per l’aeronautica militare è
prevista una squadriglia di bombardieri a lungo raggio, sei squadriglie
di aerei e sei di elicotteri da guerra, sette battaglioni di carri
armati e tredici battaglioni motorizzati. Inoltre, nuovi pozzi di lancio
di missili e rampe per missili mobili. Inizierà pure la produzione di
sommergibili atomici dotati di dodici-sedici missili strategici
(“Bulava-30”). La marina militare riceverà 31 nuove navi da guerra e
saranno ammodernati 47 battaglioni carristi, 97 motorizzati e 50 da
sbarco. Come si vede, un impegno militare e finanziario notevole ma
assolutamente inadeguato a colmare il divario con gli Stati Uniti.
Sul
piano della politica estera, Putin, sin dall’inizio, ha tentato di
riproporre una Russia che, anche se non su un piano di parità come
l’Urss, fosse l’interlocutore privilegiato degli Stati Uniti. Il primo
incontro l’ebbe con Clinton. Poi i rapporti tra i due stati si
deteriorarono a causa dell’intenzione di G. W. Bush di installare in
Polonia e nella repubblica ceca lo scudo antimissilistico. Inaccettabili
le giustificazioni del governo americano secondo il quale le proprie
scelte militari punterebbero al contenimento della politica iraniana,
ritenuta aggressiva nei confronti dell’Occidente.
La
Russia ha risposto accennando al rinnovo dei propri armamenti che
potrebbero minacciare l’Europa occidentale. Ma se Putin appare talvolta
aggressivo nella forma dei suoi interventi, è tuttavia moderato e
realista nelle sue scelte politiche, consapevole dei grossi limiti in
cui si dibatte ancora la federazione russa.
Le
critiche della stampa occidentale nei confronti di Mosca si muovono
soprattutto sul tema del mancato rispetto dei diritti umani sia nei
confronti degli oppositori interni, sia verso la popolazione cecena,
vittima di interventi brutali da parte dell’esercito russo. Più prudenti
degli organi di stampa sono i governi europei che temono di
compromettere i rapporti commerciali, soprattutto per quel che concerne
l’approvvigionamento di gas, dal momento che un’alternativa alla Russia,
qualora possibile, si rivelerebbe più costosa e rischiosa. (Ma anche per
la Russia, le cui riserve di gas superano il 25% del totale mondiale,
non sarebbe conveniente cambiare i suoi clienti). C’è inoltre difficoltà
a mostrare un atteggiamento univoco, dal momento che dal 2004 sono
entrati nell’Unione alcuni paesi dell’Europa orientale e le tre
repubbliche baltiche ex sovietiche che manifestano uno spirito di
rivalsa antirusso molto forte per l’oppressione patita per mezzo secolo.
La
Russia obietta che l’Occidente non ha le carte in regola per muovere
critiche: l’esistenza di Guantanamo, dove vengono ristretti combattenti
islamici senza processo, ne sarebbe la prova. Quanto all’intervento
militare occidentale in Iraq, il governo russo contesta la possibilità
di esportare la democrazia.
Nei
confronti dei paesi già facenti parte dell’Urss, Putin coltiva la
speranza di poterli riavvicinare. Con la Bielorussia si sono avviate
trattative di unione che tuttavia non hanno ancora sortito effetti per
via della permanenza di qualche contrasto. Con l’Ucraina si è aperto un
contenzioso legato alla volontà moscovita di esigere da Kiev il
pagamento del gas ai normali prezzi di mercato internazionale. Con il
ricatto economico la Russia conta, se non di trattenere questo stato
nella propria sfera di influenza politica, almeno di evitarne l’ingresso
nell’Alleanza Atlantica. Mosca gioca sull’esistenza di una forte
presenza in questa repubblica di russi e di ucraini russofoni, contrari
alla “rivoluzione arancione” dalle caratteristiche fortemente antirusse
e filooccidentali. Nei confronti delle cinque repubbliche asiatiche, un
tempo facenti parte dell’Unione Sovietica, i rapporti segnano un
miglioramento. Dopo un loro avvicinamento agli Stati Uniti – Uzbekistan
e Kirghizistan hanno concesso basi aeree agli Stati Uniti per la guerra
in Afghanistan anche col beneplacito di Mosca che voleva in cambio mano
libera in Cecenia – ora una sorta di forza centripeta sta calamitando
questi stati verso una nuova “grande alleanza” con la Russia.
Anche
con la Cina e l’India, i due paesi emergenti nell’economia mondiale,
Mosca sta intrattenendo rapporti politici e relazioni economiche per
controbilanciare la presenza statunitense nel Sud-est asiatico. La Cina
si sta dotando di armamenti moderni ed è la Russia a fornirglieli. Anche
in occasione dell’intervento bellico americano in Iraq, Russia e Cina,
che fanno parte entrambe del Consiglio di sicurezza dell’Onu, hanno
impedito che questo organismo ne legittimasse l’aggressione, in ciò
confortate anche dal voto francese. Quanto alle prospettive per il
futuro, permangono gravi squilibri demografici ai confini tra una Cina
superpopolata e la Siberia russa che ha un densità demografica assai
scarsa. Già oggi esiste il problema di una massiccia immigrazione
clandestina di cinesi nell’Estremo Oriente russo. Sempre per potere
segnare una propria presenza a livello mondiale, la Russia si è
proposta, insieme alla Cina, come intermediaria tra la Corea del Nord e
gli Stati Uniti, seriamente preoccupati per le minacce atomiche della
piccola repubblica asiatica. Analogo discorso si può fare per l’Iran.
Mosca mantiene una politica di forti investimenti in questo paese, ma
soprattutto collabora alla costruzione della centrale nucleare di
Busher, mettendo in forte allarme Stati Uniti e Israele che paventano un
uso militare dell’impianto. A coronare i rapporti con Teheran ha pensato
Putin con una visita ufficiale nell’ottobre 2007.
È
trascorso troppo poco tempo per capire se il passaggio della presidenza
della repubblica da Putin a Medvedev (maggio 2008) possa comportare
cambiamenti significativi nella politica interna ed estera della Russia.
Putin, costretto da una norma costituzionale a non ripresentarsi per un
terzo mandato, è stato lo sponsor ufficiale del nuovo presidente
e mantiene comunque la presidenza del consiglio dei ministri; molti dei
commentatori politici sono pronti a scommettere sul suo proposito di
riproporsi alla carica suprema nel 2012. Un fatto nuovo che ha messo
alla prova la tenuta della diarchia è stata la guerra-lampo dell’agosto
2008 contro la Georgia. Oggetto del contendere, lo status
dell’Ossezia del Sud e quello dell’Abchazija, resesi autonome da Tbilisi
ma rivendicate dalla Georgia che ne ha tentato la riconquista contando
sull’appoggio di Washington. Probabilmente Saakashvili, il presidente
georgiano, è caduto in una trappola perché la Russia non aspettava che
l’occasione per affermare il suo ruolo di grande potenza regionale e per
riscattarsi dall’era elciniana in cui Mosca sembrava asservita alla
politica americana. Da rilevare che è la prima volta, nell’epoca
postsovietica, che le truppe russe hanno violato frontiere
internazionalmente riconosciute e hanno ingaggiato uno scontro armato in
territorio straniero.
L’evento
bellico è da collocare all’interno di un’operazione che tende a
ricostituire il quadro unitario della Russia dopo la caduta dell’Unione
Sovietica con uno stato che controlla l’economia, il potere che si
concentra in poche mani, il dissenso posto sotto controllo con il varo
di leggi straordinarie, la stampa tenuta sotto scacco da una
legislazione che contempla il reato di alto tradimento per le notizie
sgradite al regime. Non è il ritorno all’era comunista, come qualcuno,
orfano di vecchi ed errati schemi interpretativi, vorrebbe farci
credere. È la Russia che rientra nell’alveo della sua storia millenaria,
la Russia nata come stato patrimoniale in cui il principe non solo
comanda ma è proprietario di cose e persone.
A
partire dall’autunno 2008 la situazione economica ha cominciato a
cambiare. Gli sconvolgimenti che hanno investito il mondo intero non
potevano certo risparmiare la Russia. Dopo un momento iniziale in cui il
Cremlino affermava che la Russia non era toccata dagli avvenimenti
internazionali, e addirittura minacciava chi voleva “seminare il
panico”, quando la crisi da finanziaria si era trasformata in economica
il potere politico si è sentito minacciato. Erik Berglof, capo
economista della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo,
prevede per la Russia, che dipende molto dai prezzi delle materie prime
e ha un sistema bancario debole, un crollo del Pil dell’8,5 % per il
2009 e una crescita del 3,1% nel 2010 («Il Sole 24 Ore», 16 ottobre
2009).
Il
“patto” che ha tenuto legata a Putin la popolazione russa era basato sul
vecchio assunto, ormai consolidato in epoca sovietica, che il governo ha
il dovere di garantire le condizioni minime della quotidianità, cioè il
sistema sanitario, l’educazione scolastica, il lavoro. Se sono
rispettate, i diritti dell’uomo, lo stato di diritto, la libertà di
stampa possono passare in secondo piano. Questo perché lo stato russo è
uno stato padrone, sin dai tempi di Ivan il Terribile, e i russi hanno
introiettato questo principio subendolo passivamente, salvo poi reagire
violentemente in certi frangenti particolari. Ma se la crisi dovesse
mordere l’economia russa in maniera consistente, Putin potrebbe andare
incontro a qualche sorpresa.
Il Nuovo Ordine Mondiale
Mentre si
concludeva questa fase storica che fu definita “La guerra fredda”
iniziava una nuova guerra, senza insegne, quasi invisibile, per il
dominio globale e per mano del nuovo potere egemone uscito
vincitore dalla guerra fredda : Il Nuovo
Ordine
Mondiale [5] .
Assoggettata la vecchia Europa con Gladio, controllata la politica
interna dei paesi europei, il NWO crea le premesse per l’allargamento
della Unione verso i paesi dell’Est , a seguito della divisone dell’ex
Jugoslavia sconfitta.
George Bush
senior parlò esattamente del Nuovo Ordine Mondiale l’11 settembre (data
simbolica) del 1990 ; Papa Giovanni Paolo II lo fece nel messaggio per
la celebrazione della Giornata Mondiale della Pace il 1° gennaio 2003;
Kofi Annan (ex segretario dell’ONU) nel suo ultimo discorso
all’assemblea delle Nazioni Unite, parlando ai 192 leader dei paesi
membri chiese nientepopodimenchè la “creazione di un nuovo ordine
mondiale”
NATO e
Yugoslavia
Le guerre
in Jugoslavia durante tutto il 1990 sono servite come pretesto per
l’esistenza della NATO nel mondo e l’allargamento degli interessi
imperiali americani nell’Europa dell’est. La Banca Mondiale e FMI hanno
posto le basi per la destabilizzazione della Jugoslavia. Dopo aver a
lungo vissuto all’ombra del dittatore Josip Tito, morto nel 1980, la
Jugoslavia ha attraversato una crisi di leadership. Nel 1982, i
funzionari della politica estera americana hanno studiato un piano di
prestiti erogati dal FMI e dalla Banca Mondiale, che presero il nome di
Programmi di aggiustamento strutturale (SAPs), con lo scopo di gestire
la crisi del debito che aveva raggiunto la cifra di 20 miliardi di
dollari. L’effetto di questi prestiti, nell’ambito dei SAPs, hanno
provocato “uno sconvolgimento economico e politico del paese…La crisi
economica ha messo a rischio la stabilità politica…ed ha inoltre
minacciato di aggravare le già alte tensioni etniche”.[2]
(Per maggiori
informazioni circa i SAPs, consiglio la lettura di
Globalizzazione della povertà e Nuovo Ordine Mondiale
di Michel Chossudovsky, nda)
Nel 1989,
Slobodan Milosevic divenne presidente della Serbia, la più grande e
potente repubblica jugoslava. Sempre nel 1989, il premier della
Yugoslavia viaggiò negli Stati Uniti per incontrare il presidente George
H.W. Bush, al fine di negoziare un altro pacchetto di aiuti finanziari.
Nel 1990, il programma finanziario patrocinato da Banca Mondiale/Fondo
Monetario Internazionale ebbe inizio, con il risultato che le spese
dello stato jugoslavo furono dirette esclusivamente al rimborso del
debito contratto. Come risultato, i programmi sociali furono
smantellati, la moneta fu svalutata, gli stipendi rimasero congelati
mentre i prezzi subirono un forte rialzo. Le riforme “alimentarono
tendenze separatiste dovute a fattori economici nonché le divisioni
etniche, praticamente garantendo de facto la secessione della
Repubblica”, il che portò al distaccamento della Croazia e la Slovenia
nel 1991. [3]
Nel 1990,
la comunità di intelligence degli Stati Uniti rilasciò un rapporto
intitolato ‘National Intelligence Estimate (NIE)’, nel quale venivano
previsti la scissione della Jugoslavia e lo scoppio della guerra civile,
attribuendo la responsabilità dei successivi disordini al presidente
serbo Slobodan Milosevic [4].
Nel 1991,
scoppiò il conflitto tra la Jugoslavia e la Croazia, dopo che
quest’ultima dichiarò l’indipendenza. Nel 1992 si giunge però ad un
cessate il fuoco. Ma nonostante ciò, i croati continuarono a mettere in
campo piccole offensive militari fino al 1995 entrando anche nel
conflitto in Bosnia. Nel 1995, la Croazia intraprese l’operazione
Tempesta, con lo scopo di riconquistare la regione della Krajina. Un
generale croato è stato recentemente messo sotto processo alla Corte
Internazionale dell’Aia per crimini di guerra durante questa battaglia,
che è stata fondamentale per guidare i serbi fuori dalla Croazia e
“consolidare l’indipendenza della Croazia”. Gli Stati Uniti appoggiarono
queste operazioni e la CIA fornì attivamente informazioni segrete alle
forze croate che provocando tra 150.000 e 200.000 profughi serbi, in
gran parte scacciati dalle loro terre uccidendo, saccheggiando case,
incendiando villaggi e compiendo atti di pulizia etnica. [5]
L’esercito
croato fu addestrato addestrato da consiglieri americani, mentre tutte
le operazioni furono supportate personalmente dagli uomini della CIA
[6]. L’amministrazione Clinton diede il ‘via libera’ all’Iran per armare
i musulmani bosniaci e “dal 1992 al gennaio 1996 c’è stato un afflusso
di armi iraniane e consulenti in Bosnia”. Inoltre, “l’Iran e altri paesi
musulmani hanno contribuito a portare i mujihadeen combattenti in Bosnia
a combattere con i musulmani contro i serbi, ‘i guerrieri sacri’
provenienti dall’Afghanistan, Cecenia, Algeria e Yemen, alcuni dei quali
avevano sospetti legami con i campi di addestramento di Osama bin Laden
in Afghanistan”.
Fu
“l’intervento occidentale nei Balcani ad esacerbare le tensioni e
sostenere le ostilità. Rispondendo alle richieste delle repubbliche e i
gruppi separatisti nel 1990/1991, le élites occidentali – americani,
britannici, francesi e tedeschi – indebolirono le strutture di governo
in Jugoslavia accrescendo le insicurezze, infiammando i conflitti ed
inasprendo le tensioni etniche. Offrendo sostegno logistico alle varie
parti in guerra, l’intervento occidentale sostenne di fatto lo stesso
conflitto nella metà degli anni 1990. La scelta di Clinton di prendere
le parti dei musulmani bosniaci sulla scena internazionale e le
richieste della sua amministrazione di alleggerire l’embargo militare
disposto dalle Nazioni Unite in modo che i musulmani e i croati
potessero essere armati contro i serbi, deve essere letta in questa
luce” [7].
Durante la
guerra in Bosnia, “è stato messo in atto un grande traffico di
contrabbando di armi attraverso la Croazia. Questo traffico è stato
organizzato dalle agenzie clandestine degli Stati Uniti, Turchia e Iran,
insieme con una serie di gruppi radicali islamici, tra cui i mujihadeen
afghani e il filo-iraniano Hezbollah”. Inoltre, “i servizi segreti di
Ucraina, Grecia e Israele sono stati impegnati nell’armare i
serbo-bosniaci”.[8] Anche l’agenzia di intelligence tedesca BND favorì i
traffici di armi verso i musulmani di Bosnia e Croazia per combattere
contro i serbi. [9] Gli Stati Uniti avevano influenzato la guerra nella
regione, in una grande varietà di modi. Come l’Observer riportò nel
1995, una parte importante del loro coinvolgimento avvenne attraverso il
“Military Professional Resources Inc. (MPRI), una società privata con
sede in Virginia formata da generali in pensione e funzionari dei
servizi segreti. L’ambasciata americana a Zagabria ammise che MPRI stava
addestrando i Croati su licenza del governo degli Stati Uniti”. Inoltre,
l’Olanda “era certa del coinvolgimento delle forze speciali americane
nell’addestramento dell’esercito bosniaco e serbo-bosniaco (UAV)”. [ 10]
Già nel
1988, il leader della Croazia incontrò il cancelliere tedesco Helmut
Kohl per definire una “una politica comune con l’obiettivo di spezzare
la Jugoslavia” e portare la Slovenia e la Croazia nella “zona economica
tedesca”. Ufficiali dell’esercito degli Stati Uniti sono stati quindi
mandati in Croazia, Bosnia, Albania e Macedonia come “consulenti” e
inseriti nelle forze speciali statunitensi per offrire aiuto. [11]
Durante i nove mesi del cessate il fuoco della guerra in
Bosnia-Erzegovina, sei generali degli Stati Uniti incontrarono i leader
dell’esercito bosniaco per pianificare l’offensiva che ruppe il
cessate-il-fuoco. [12] Nel 1996, la mafia albanese, in collaborazione
con l’Esercito di liberazione del Kosovo (UCK), un’organizzazione
militante della guerriglia, prese il controllo delle rotte di enormi
traffici di cocaina attraverso i Balcani. L’UCK era legato ai
combattenti mujaheddin in Afghanistan, tra cui vi era anche Osama bin
Laden. [13] Nel 1997, l’UCK iniziò le ostilità contro le forze serbe
[14] e nel 1998 il Dipartimento di Stato americano rimosse l’UCK dalla
lista delle organizzazioni terroristiche. [15] Prima e dopo il 1998,
l’UCK ricevette armi, addestramento e sostegno dagli Stati Uniti e la
NATO, mentre il Segretario di Stato di Clinton, Madeline Albright,
coltivava strette relazioni politiche con il leader dell’UCK Hashim
Thaci. [16]
Sia la CIA
che l’intelligence tedesca, il BND, appoggiarono i terroristi dell’UCK
in Jugoslavia, prima e dopo il bombardamento della NATO del 1999. Il BND
era in contatto con l’UCK sin dai primi anni ‘90, nello stesso periodo
in cui l’UCK intratteneva rapporti con Al-Qaeda [17]. Membri dell’UCK
furono addestrati da Osama bin Laden nei campi di addestramento in
Afghanistan. Anche l’ONU ha dichiarato che gran parte degli atti di
violenza che si sono verificati provenivano da membri dell’UCK,
specialmente quelli alleati con Hashim Thaci. [18] Nel marzo del 1999 i
bombardamenti della NATO nel Kosovo vennero giustificati col pretesto di
porre fine alla repressione serba degli albanesi del Kosovo, che è stato
definito un genocidio. L’amministrazione Clinton ha dichiarato che
almeno 100.000 albanesi del Kosovo sono dispersi e “potrebbero essere
stati uccisi” dai serbi. Bill Clinton in persona paragonò gli eccidi in
Kosovo all’Olocausto degli ebrei. Il Dipartimento di Stato americano
aveva affermato che si temevano fino a 500.000 albanesi morti. Alla
fine, la stima ufficiale fu ridotta a 10.000, tuttavia, dopo gli
opportuni accertamenti, è stato rivelato che ai serbi poteva essere
attribuita la morte di meno di 2.500 albanesi. Durante la campagna di
bombardamenti della NATO, tra i 400 ei 1.500 civili serbi rimasero
uccisi, trasformando quelle operazioni militari in crimini di guerra,
compresi il bombardamento di una stazione televisiva serba e un
ospedale. [19]
Nel 2000,
il Dipartimento di Stato Usa, in collaborazione con l’American
Enterprise Institute, AEI, tenne una conferenza sulla integrazione
euro-atlantica in Slovacchia. Tra i partecipanti vi erano molti capi di
stato, funzionari degli affari esteri e ambasciatori di vari paesi
europei, nonché i funzionari delle Nazioni Unite e della NATO. [20] Una
lettera di corrispondenza tra un uomo politico tedesco presente alla
riunione e il Cancelliere tedesco rivelò la vera natura della campagna
della NATO in Kosovo. Se la conferenza chiedeva una rapida dichiarazione
di indipendenza per il Kosovo, era palese ormai che la guerra in
Jugoslavia era stata condotta con l’obiettivo di allargare la NATO, la
Serbia sarebbe dovuta essere esclusa definitivamente dal piano di
sviluppo europeo per giustificare una presenza militare americana nella
regione e l’espansione territoriale nei Balcani è stata in ultima
analisi finalizzata al contenimento della Russia [21].
La
questione fondamentale è che “la guerra ha posto le basi per la
sopravvivenza della NATO nel post-guerra fredda, dal momento che si è
disperatamente tentato di giustificare la sua esistenza e il suo
desiderio di espansione”. Inoltre, “Mentre i russi pensavano che la NATO
si sarebbe sciolta dopo la guerra fredda, la NATO non solo si è
allargata, ma è entrata anche in guerra intromettendosi in una
controversia interna di un paese slavo dell’Europa orientale”. Questo è
stato visto dalla Russia come una grande minaccia. Così, “gran parte dei
rapporti tesi tra gli Stati Uniti e la Russia negli ultimi dieci anni
trae origine proprio dalla guerra del 1999 contro la Jugoslavia”. [22]
L'indipendenza del Kosovo
è stata unilateralmente dichiarata per volontà degli Usa e con il
consenso della grande maggioranza dei paesi europei, inclusa l'Italia.
Alla
data della proclamazione viene
riconosciuto solo da
54 su 192 dei paesi dell'Onu e 22 su 27 di quelli Ue. Si crea in tal
modo un conflitto sul diritto internazionale. Si è trattato, a giudizio della maggioranza dei giuristi
internazionalisti, di una secessione illegale. perché ha violato non
solo e non tanto la Costituzione serba e la volontà del popolo serbo
democraticamente espressa. Essa ha ignorato la risoluzione 1244, del
giugno 1999, con la quale il Consiglio di Sicurezza dell'Onu aveva
riconosciuto la sovranità della Serbia sul Kosovo, prendendo atto dei
risultati della guerra scatenata sotto false vesti umanitarie dalla Nato
contro la Serbia (di cui era presidente Slobodan Milosevic).
L'indipendenza del Kosovo, reclamata dalla maggioranza albanese e in
particolare dalla formazione terroristica dell'Uçk, era tuttavia già un
impegno preso dagli Usa sin dalla conferenza di Rambouillet del 1999,
che aveva fornito il pretesto per l'attacco militare della Nato contro
la Serbia. Gli Usa avevano riconosciuto come legittime le aspirazioni
indipendentistiche dell'Uçk e si erano impegnati a favorire l'ascesa al
potere dei suoi leader.
L'indipendenza e il
Kosovo assomiglia più ad un protettorato internazionale che ad uno
stato sovrano , che ha permesso agli Stati Uniti di impiantarvi una
imponente base militare
permanente (Camp Bondsteel).
Alla
luce di questo disegno, da una parte la Russia avrebbe perso “l’ultimo
aggancio per esercitare una politica di potenza” fondata sul controllo
delle esportazioni petrolifere dall’area caspica, dall’altra Stati Uniti
e Gran Bretagna, attraverso l’installazione di questa base, hanno
acquisito il controllo del Corridoio n. 8, un progetto del Fondo
Monetario Internazionale che vede l’Italia in primo piano in qualità di
capo-commessa con la partecipazione dell’ENI e che prevede la
costruzione del più lungo oleodotto nella storia d’Europa, di un
gasdotto e di bretelle di comunicazione stradali e ferroviarie dal Mar
Nero all’Adriatico attraverso Bulgaria, Macedonia e Albania.
L’unione
Europea e i Trattati (
http://it.wikipedia.org/wiki/Unione_europea
)
Con il
crollo del comunismo nell'Europa dell'Est e l'unificazione tedesca il
NWO ha rafforzato la posizione internazionale
della Comunità. Sul piano interno, gli Stati membri dovranno procedere
con riforme e liberalizzazioni . Dai progressi realizzati dall'
Atto unico europeo. (AUE) si procederà ad una revisione dei trattati
di Roma al fine di rilanciare l'integrazione europea e portare a termine
la realizzazione del mercato interno. L'Atto modifica le regole di
funzionamento delle istituzioni europee ed amplia le competenze
comunitarie, in particolare nel settore della ricerca e sviluppo,
dell'ambiente e della politica estera comune. Viene firmato a
Lussemburgo il 17 febbraio 1986 da nove Stati membri e il 28 febbraio
1986 dalla Danimarca, dall'Italia e dalla Grecia, costituisce la prima
modifica sostanziale del trattato che istituisce la Comunità economica
europea (CEE). L'AUE è entrato in vigore il 1° luglio 1987.
Nascita
dell'unione monetaria
Trattato di Maastricht
(noto
anche come Trattato sull'Unione europea, TUE) viene firmato il 7
febbraio 1992, sulle rive della Mosa, nella cittadina olandese di
Maastricht, getta le premesse del patto di stabilità tra stati e
della futura moneta unica.
Dopo la
creazione dell'Istituto monetario europeo
(IME), entro il 1º gennaio 1999 sarebbe nata da esso la
Banca centrale europea (BCE) e il
Sistema europeo delle banche centrali (SEBC) che avrebbe coordinato
la politica monetaria unica. Venivano distinte due ulteriori tappe:
nella prima le moneta nazionali sarebbero continuate a circolare pur se
legate irrevocabilmente a tassi fissi con il futuro
Euro; nella seconda le monete nazionali sarebbero state sostituite
dalla moneta unica. Per passare alla fase finale ciascun Paese avrebbe
dovuto rispettare cinque parametri di convergenza:
-
Rapporto
tra
deficit pubblico e
PIL non superiore al 3%.
-
Rapporto
tra
debito pubblico e PIL non superiore al 60%.
-
Tasso d'inflazione
non superiore dell'1,5% rispetto a quello dei tre Paesi più virtuosi.
-
Tasso d'interesse a lungo termine non superiore al 2% del tasso
medio degli stessi tre Paesi.
-
Permanenza negli ultimi 2 anni nello
SME senza fluttuazioni della moneta nazionale
Trattato di Nizza
è uno dei
trattati fondamentali dell'Unione
europea, e riguarda le riforme istituzionali da attuare in vista
dell'adesione di altri Stati. Il trattato di Nizza ha modificato il
Trattato di Maastricht e i
Trattati di Roma. È stato approvato al
Consiglio europeo di Nizza, l'11
dicembre
2000 e firmato il
26 febbraio
2001. Dopo essere stato ratificato dagli allora 15
stati membri dell'Unione europea, è entrato in vigore il
1º febbraio
2003.
Trattato di Lisbona
(noto anche come Trattato di riforma) è il trattato
redatto per sostituire la
Costituzione europea bocciata dal 'no' dei referendum
francese e olandese del
2005. È entrato ufficialmente in vigore il
1° dicembre
2009 . [*Il testo del Trattato di Lisbona non è comprensibile,
come qualsiasi atto costituzionale, e stato intenzionalmente non
sottoposto a referendum negli stati europei, con eccezione
l'irlanda che nel primo referendum lo ha bocciato.]
Il Project for the New American
Century
Il partito
statunitense dei Neocons (neoconservatori), fondato da Leo Strauss e
guidato da Dick Cheney, Donald Rumsfeld, Paul Wolfowitz, Richard Pearl e
George W. Bush , pianifica negli anni 90’, senza tanti scrupoli una
politica espansionistica, imperialistica a livello mondiale, attraverso
un progetto denominato PNAC (Project for the New American
Century) alimentato dalla sete di potere e soldi e volta a
catalizzare nelle mani loro e dei loro amici di lobby i business del
petrolio, approfittando della momentanea debolezza della Russia, durante
la Perestrojka e della incapacità gestionale - politica di Boris
Eltsin.
Mentre il XX secolo volge al termine, gli Stati Uniti restano la prima
potenza mondiale. Avendo condotto l'Occidente alla vittoria nella
guerra fredda,
l'America si trova ora di fronte un'opportunità e una sfida: Gli Stati
Uniti avranno la capacità di farsi forti delle conquiste dei decenni
trascorsi? Gli Stati Uniti avranno la determinazione per formare un
nuovo secolo favorevole ai principi e agli interessi americani?
[6]
Il sogno della "Grande
Gerusalemme".
Israele
confisca nuove terre ai palestinesi usurpando decine di ettari di terre
della Cisgiordania a vantaggio del loro progetto di colonizzazione detto
della Grande Gerusalemme, che comprende Maaleh Adumim . Tel Aviv lo
considera un passaggio necessario per garantire la sicurezza nell’area.
Per i palestinesi, invece, sarebbe una vera e propria catastrofe da
evitare a ogni costo. Oggetto della disputa è il “progetto E1”, il piano
lanciato a metà degli anni novanta dal governo israeliano, che – se
realizzato – comporterebbe la divisione in due della Cisgiordania e la
fine del sogno di uno stato palestinese unitario.
Iniziato
oltre cento anni fa, il conflitto tra israeliani e palestinesi è ancora
lontanissimo dalla soluzione. Eppure tutti i principali mediatori –
Stati Uniti, Nazioni Unite, Lega Araba, Unione Europea – prospettano da
tempo la soluzione dei due Stati, con il sostegno di alcune delle stesse
parti coinvolte. In effetti, questa soluzione – che, è bene precisarlo,
non implica affatto l’equa suddivisione della Palestina tra arabi e
israeliani, ma l’assegnazione del 78% del territorio a Israele e del
restante 22% allo Stato palestinese – sembra essere non solo giusta, ma
anche ragionevole, posto che consentirebbe a entrambi i popoli di
coronare le proprie aspirazioni nazionali, pur tenendo realisticamente
conto della situazione creatasi sul terreno in questo secolo di guerre.
Che cosa impedisce allora di realizzare la soluzione dei due Stati? [7]
Giorgio
Q. e Alessandro Zola
1 marzo 2010
http://www.holylandfree.org/guerra_per_il_dominio.htm
_____________
Allegati
[1] Corrado Augias recensisce “Perché
Stalin creò Israele” di Leonid Mlecin
nel corso della puntata di “Le Storie - diario italiano”
del 26 febbraio 2009.
Le Storie - diario italiano_Perché Stalin creò Israele
http://www.youtube.com/watch?v=fmLORFcH49A
Una scelta per nulla scontata
http://www.sandrotetieditore.it/wp-content/uploads/2009/04/lindice_stalin.pdf
[2]
La
pulizia etnica della Palestina
http://www.aginform.org/pappe4.html
[3]
Gorbaciov 1/3 - Intervista di Giulietto Chiesa su politica
internazionale
http://www.youtube.com/watch?v=h7N92lFF9sI
http://www.youtube.com/watch?v=D8AFES-w6PI&feature=related
http://www.youtube.com/watch?v=wAGv9kh7CNw&feature=related
[4]
Les armées secrètes della NATO (VI)
La guerre
secrète en Italie
par
Daniele Ganser*
http://www.threemonkeysonline.com/it/article_nato_gladio_strategia_della_tensione.htm
http://www.voltairenet.org/article163905.html
http://www.voltairenet.org/article162546.html
http://www.voltairenet.org/article162685.html
Operazione Gladio | BBC 1992 - Quarta Parte
http://www.youtube.com/watch?v=GCwSa0ZnnmA
[5]
Nuovo Ordine Mondiale: i Signori del Mondo
http://www.disinformazione.it/Nuovo%20Ordine%20Mondiale.htm
[6]
Progetto
per un nuovo secolo americano
http://it.wikipedia.org/wiki/Progetto_per_un_nuovo_secolo_americano
http://www.youtube.com/watch?v=_yLRlDltXlY&feature=related
http://www.youtube.com/watch?v=YDWH9Uqk7Jo&feature=related
[7]
Il sogno della "Grande Gerusalemme".
http://archiviostorico.corriere.it/1998/luglio/06/Vertice_contro_grande_Gerusalemme_co_0_9807062708.shtml
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Il terrorismo d'Israele: frasi e citazioni di
politici ebrei
http://www.youtube.com/watch?v=hgotduB1ark&feature=PlayList&p=D5A8E54CB0FF6654&index=15
Il
paradiso del Mossad.
Scritto il 2010-02-18 in News
http://www.infopal.it/leggi.php?id=13637
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*
di Roberto
Sinigaglia
Dalla dissoluzione dell’Urss alla Russia di Putin
http://www.nuvole.it/index.php?option=com_content&view=article&id=440:robertosinigaglia&catid=85:numero-42&Itemid=61
«L'anno scorso eravamo sull'orlo
del baratro; quest'anno abbiamo fatto un grande passo in avanti.»
Serge Latouche
Link a questa pagina:
http://www.holylandfree.org/guerra_per_il_dominio.htm
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