di Luca Mazzucato
- AltreNotizie.org - Venerdì 18 Giugno 2010
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YORK. Una manifestazione oceanica: centomila ebrei
ultraortodossi in piazza per rivendicare orgogliosamente il
loro diritto di praticare la segregazione razziale. Un colpo
d'occhio impressionante nel centro di Gerusalemme, come in una
scena tratta da Matrix, dove gli agenti portano cappelli neri
a tese larghe invece di occhiali a specchio.
Altrenotizie
si è occupato in passato di questa incredibile storia di
razzismo e discriminazione, che nasce nella colonia illegale
di Immanuel, nel nord della West Bank. Nel piccolo villaggio
di tremila abitanti, quasi tutti Haredim (ebrei
ultraortodossi), c'è una scuola privata femminile dove si
insegna sotto stretta osservanza religiosa.
In questa scuola
elementare sono ammesse soltanto bambine ultraortodosse e, fin
qui, niente di strano. Ora, all'interno della comunità
ultraortodossa ci s’identifica in base al paese di provenienza
dei propri antenati: gli Ashkenazi sono immigrati in
Israele dall'Europa orientale, mentre i Sephardi
provengono dai Paesi Arabi e dal Nord Africa.
La scuola di Immanuel
è off limits per le figlie di genitori sefarditi. I genitori
ashkenazi difendono con orgoglio la loro scelta,
notando che “è come mettere americani e africani insieme: non
possono studiare nella stessa classe per via della loro
differenza mentale.” Una delle madri ribadisce i concetti in
un'intervista rilasciata al quotidiano Haaretz: “Solo
bambini puri possono andare alla nostra scuola. Le bambine
sefardite hanno la televisione a casa mentre noi ashkenazi
parliamo solo Yiddish. Le bambine sefardite hanno una pessima
influenza sulle nostre figlie.”
Un padre sefardita,
la cui figlia è stata segregata, pretende che “il Ministero
dell'Istruzione intervenga per fermare la segregazione una
volta per tutte. Gli ashkenazi pensano di essere più
intelligenti di noi, ma in realtà quello che non sopportano è
il colore della nostra pelle”. I genitori discriminati hanno
fatto ricorso alla Corte Suprema, che ha obbligato la scuola
(che riceve ingenti contributi statali) ad accettare le
bambine sefardite. In segno di protesta, i rabbini ashkenaziti
hanno ordinato ai genitori di ritirare tutte le loro figlie
(ovvero la quasi totalità delle alunne) dalla scuola a fine
dicembre dello scorso anno, in pratica boicottando l'intera
scuola e bloccandone le attività.
La Corte Suprema ha
dunque ordinato ai genitori ashkenazi di riportare le
figlie a scuola oppure di finire in prigione per due
settimane. Come in Italia, è illegale tenere i figli a casa
per mesi interi. Secondo l'avvocato dei genitori, “in una
disputa religiosa la decisione del rabbino invalida quella
della Corte, perché la Torah è più potente di qualsiasi
autorità.” Dopo l'ennesimo rifiuto della comunità ashkenazita
di riportare i figli a scuola e mettere fine alla
segregazione, la Corte ha condannato i genitori ashkenaziti a
due settimane di prigione.
Giovedì mattina,
ventidue madri e quattro padri si sono dati alla macchia
mentre circa trentacinque padri sono saliti sul bus che li
portava a Gerusalemme, dove si sarebbero consegnati alla
polizia. Al loro arrivo a Gerusalemme, i genitori in stato
d'arresto sono stati accolti da una folla oceanica di ebrei
ultraortodossi ashkenazi, che al grido di “dio è il nostro
signore”, li hanno accompagnati fino alla stazione di polizia.
Prima di costituirsi, alcuni tra i genitori sono saliti sul
palco della manifestazione per arringare la folla. “Vado in
prigione a testa alta”, ha gridato un padre, “Faremo quello
che ci ordinano i rabbini, e loro si occuperanno di educare i
nostri figli.”
Una
contemporanea manifestazione imponente si è verificata a Bnei
Brak, il sobborgo ultraortodosso a Est di Tel Aviv. Entrambe
le dimostrazioni sono state pacifiche, a differenza dei
violenti scontri dei giorni scorsi, in cui centinaia di
giovani ultraortodossi si sono scontrati con la polizia a
Giaffa e in altre zone del Paese. Secondo i rabbini leader
della protesta ashkenazita, “niente del genere era mai
successo dalla seconda guerra mondiale, vedere ebrei
ultraortodossi arrestati e finire in prigione.”
La comunità ortodossa
in realtà è spaccata in due. Il partito ultraortodosso
sefardita dello Shas, che è membro del governo Netanyahu, si
trova tra l'incudine e il martello, con conseguenze a tratti
demenziali se non fossero così tragiche. Il rabbino Ya'acov
Yosef, figlio del famoso rabbino e leader dello Shas Ovadia
Yosef, è il promotore del ricorso dei genitori sefarditi alla
Corte Suprema, che ha dato inizio a tutta la faccenda. Allo
stesso tempo, lo Shas è un partito religioso e non può andare
contro la legge degli Haredim, che prevale sempre
sulla legge dello Stato. Come compromesso, giovedì Ovadia
Yosef ha dichiarato di essere contrario a ogni
discriminazione, ma allo stesso tempo criticando la decisione
della Corte Suprema, perché contraria alla Torah (anche se in
difesa della sua comunità etnica).
La manifestazione di
oggi porta con sé drammatiche conseguenze per lo Stato
ebraico. La comunità ultraortodossa, i cui uomini per lo più
non lavorano ma vivono dei sussidi statali, ha assunto una
posizione eversiva e si è apertamente schierata contro lo
Stato e le sue istituzioni. Allo stesso tempo, le scuole
religiose, dove i rabbini incitano alla disobbedienza e a
volte al sabotaggio, non potrebbero sopravvivere senza i
massicci finanziamenti del governo.
Non passa settimana
ormai senza che i giovani estremisti ultraortodossi si
scontrino con la polizia, per protestare contro l'apertura di
parcheggi durante lo Shabbat o la costruzione di edifici su
presunti siti religiosi. Secondo Yossi Sarid, editorialista di
Haaretz, lo Stato ha coltivato e coccolato una serpe
nel suo seno e manca poco ormai alla guerra aperta tra ebrei
laici e religiosi, ormai latente da troppo tempo. Sperando che
le frange più estremiste degli Haredim, ovveri i coloni armati
negli insediamenti in West Bank, non decidano di prendere alla
lettera le incitazioni dei rabbini e le loro maledizioni
contro alcuni membri della Knesset.