Anno IV,  Comunicato n. 41 // - 27 febbraio 2009

 

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Israele dopo le elezioni: governo di guerra e paralisi del processo di pace

Hani al-Masri, arabnews, 16 febbraio 2009

Barack Obama con Benjamin Netanyahu

I risultati delle elezioni israeliane hanno confermato che Israele si sposta verso posizioni estremiste. Questa tendenza ha avuto inizio con le elezioni del 1996, che portarono al potere Benjamin Netanyahu, il leader del Likud.

A partire da quella data non vi sono più "falchi e colombe" in Israele: il fronte della pace e della sinistra ha subito un crollo pressoché totale. In Israele non resta che un unico fronte, il fronte dell’estremismo e della guerra. La competizione alle ultime elezioni israeliane è stata principalmente una competizione fra la destra e la destra estrema.

Malgrado ciò, ritengo che Netanyahu non chiuderà completamente la porta ai negoziati, perfino se dovesse formare un governo esclusivamente di destra, poiché egli si rende conto che dei negoziati che non portano nulla ai palestinesi sono una "gallina dalle uova d’oro" per Israele. Perciò egli non si opporrà ad una ripresa delle trattative.

Si, non meravigliatevi di questo. Poiché il problema con la destra di Israele non sta nei negoziati in quanto tali, ma nelle "concessioni" che Israele potrà offrire, e nei benefici che potrà ricavare. Molto più importante è ciò che Israele fa sul terreno, all’ombra di tutti i governi israeliani, a prescindere dalla loro composizione – ovvero l’applicazione di quella politica che consiste nell’imposizione del fatto compiuto, e che rende la soluzione israeliana l’unica soluzione che di fatto rimane sul tappeto.

Naturalmente sarà difficile per Netanyahu costituire un governo esclusivamente di destra, poiché sarebbe difficile far accettare un simile governo all’America ed alla comunità internazionale, e la sua stessa composizione non sarebbe affatto facile alla luce delle notevoli divergenze esistenti fra i partiti di destra laici e quelli religiosi.

Anche per Tzipi Livni sarà difficile formare un governo, perché i partiti di destra preferiscono Netanyahu e il Likud, e lei sarebbe costretta a coinvolgere diversi partiti della destra per ottenere la fiducia alla Knesset. Ciò richiede che la Livni accetti condizioni politiche e finanziarie che condizionerebbero questo governo rendendolo non molto diverso da un governo di destra guidato da Netanyahu.

Gli scenari più probabili, per la formazione del futuro governo israeliano, sono quelli che prevedono un governo allargato, o un governo di unità nazionale, a cui prenderebbero parte quasi tutti – o tutti e quattro – i principali partiti israeliani. Se dovesse nascere un governo del genere, sarebbe un governo di guerra, soprattutto contro l’Iran, qualora l’amministrazione americana non dovesse riuscire a convincere Teheran a rinunciare al suo programma nucleare. Inoltre esso sarebbe un governo di paralisi rispetto al processo di pace, pur senza chiudere la porta alla ripresa dei negoziati. Anzi, un governo di unità nazionale sarà in grado, o cercherà, di "vendere" nuovamente l’illusione della pace, poiché esso potrà riprendere i negoziati senza nessun obbligo, da parte israeliana, che sia paragonabile ai pur vaghi obblighi che i governi israeliani precedenti avevano accettato.

Se la trattativa riprenderà, sarà una trattativa fine a se stessa, che si concentrerà su passi volti a costruire la fiducia, a migliorare l’economia, a rafforzare i servizi di sicurezza dell’Autorità Palestinese, affinché siano in grado di combattere il "terrorismo". Una trattativa del genere avrà come massimo obiettivo una forma di autogoverno per i palestinesi, e sarà priva di qualsiasi principio chiaro e vincolante. Io metto in guardia dal negoziare con un simile governo. Se infatti Israele, sotto la guida di Kadima e del Partito Laburista – due formazioni meno estremiste – non ha fatto un’offerta che il presidente Abu Mazen, pur con tutta la sua moderazione, potesse accettare, come potrà lo stato ebraico fare un’offerta migliore, o meno negativa, sotto la guida di un governo composto dal Likud e da Yisrael Beiteinu, due partiti ancora più estremisti?

Quanto detto fin qui significa che i risultati delle elezioni israeliane forniscono un’ulteriore base per una rinnovata unità palestinese. Infatti, una delle maggiori fonti di contrasto fra i palestinesi è proprio la questione dei negoziati e del cosiddetto processo di pace, una questione che – alla luce dei risultati attuali – potrebbe essere notevolmente ridimensionata, o addirittura scomparire. Quello che offrirà il prossimo governo israeliano sarà infatti al di sotto di quanto potranno accettare anche i palestinesi più moderati. La destra israeliana non fa differenza fra i palestinesi, non distingue tra Fatah e Hamas, tra "moderati" ed "estremisti", e ritiene che un buon palestinese sia un palestinese morto, o un palestinese che lavora al suo servizio. Un palestinese moderato è invece una minaccia non minore – se non addirittura maggiore – di un palestinese estremista.

Fermare i negoziati e creare nuove basi

In questo contesto i palestinesi e gli arabi devono riconsiderare il processo di pace ed i negoziati, per trarne i dovuti insegnamenti. Proseguire con i negoziati, malgrado tutto ciò che è accaduto e che potrebbe accadere con la vittoria degli estremisti alla Knesset israeliana, non costituisce soltanto un errore, ma significa oltrepassare ogni residua linea rossa. All’interno di Israele prevalgono in questo momento gli appelli alla guerra, all’espansionismo, alla costruzione degli insediamenti, ed al razzismo. Se gli arabi continueranno a mendicare la pace, ciò non farà che aumentare le bramosie degli israeliani in questo senso. Ciò che Israele può offrire in questo momento agli arabi è "la pace in cambio della pace", e non in cambio della terra e del diritto all’autodeterminazione dei palestinesi, della creazione di uno stato palestinese indipendente e sovrano con capitale Gerusalemme, e di una giusta soluzione del problema dei profughi in accordo con la risoluzione 194 dell’ONU.

Qualcuno potrebbe dire – come sentiamo affermare in alcuni ambienti palestinesi e arabi, e nella maggior parte degli ambienti israeliani ed americani – che la destra israeliana è quella maggiormente in grado di realizzare la pace, poiché nel momento in cui essa prenderà una decisione del genere non potrà che avere il sostegno del centro e della sinistra israeliana, al contrario di quanto avviene se al governo si trova la sinistra, poiché quest’ultima incontra l’opposizione della destra che impedisce di realizzare la pace. Per dimostrare questa tesi, i suoi sostenitori citano il fatto che fu la destra israeliana guidata da Menachem Begin a firmare la pace con l’Egitto ed a ritirarsi dal Sinai; fu la destra guidata dallo stesso Netanyahu a decidere il "ritiro" da al-Khalil (Hebron per gli israeliani (N.d.T.) ), ed a firmare il Memorandum di Wye River; e fu la destra guidata da Ariel Sharon a "ritirarsi" da Gaza.

In risposta a queste affermazioni posso dire che per gli israeliani, ed in particolare per la destra israeliana, il processo di pace con i palestinesi differisce radicalmente dal processo di pace con gli altri paesi arabi. Fu la sinistra israeliana guidata dal Partito Laburista a firmare gli accordi di Oslo, e fu la destra che li distrusse, aiutata in questo dal Partito Laburista sotto la leadership di Ehud Barak, il quale si avvicinò alla destra contraddicendo gli orientamenti del partito ai tempi di Yitzhak Rabin.

Il ritiro dal Sinai avvenne in circostanze molto differenti sia a livello arabo che internazionale. A quell’epoca vi era una solidarietà araba, ed un blocco socialista guidato dall’Unione Sovietica, e vi era un presidente americano determinato ad ottenere un successo storico. Inoltre, in cambio del ritiro dal Sinai Israele riuscì a escludere l’Egitto – il paese guida del mondo arabo – dall’equazione del conflitto, e ad isolare gli altri arabi, ed in particolare i palestinesi. Dopo il trattato di pace israelo-egiziano, lo stato ebraico portò a termine piani di aggressione e di espansione coloniale e razzista senza precedenti, e scatenò una guerra totale contro il Libano nel 1982, il cui risultato fu, tra l’altro, l’espulsione della leadership dell’OLP e delle forze palestinesi dal Libano.

Quanto a Netanyahu, non fu lui il responsabile della decisione di colonizzare Jabal Abu Ghneim (l’attuale insediamento di Har Homa, a sudest di Gerusalemme (N.d.T.) ), portando alla "rivolta dei tunnel" del 1996 (rivolta che trae il suo nome dagli scavi compiuti dalle autorità israeliane sotto la spianata delle moschee (N.d.T.) )? Non fu Netanyahu, insieme ai neocon americani guidati da Richard Perle, a redigere il documento del 1995 che mirava a distruggere gli accordi di Oslo poiché essi erano una "catastrofe" – secondo loro – per Israele? La domanda è: dove sono gli accordi di Oslo? Risposta: sono stati superati dagli eventi, e sono stati consegnati alla storia.

Quanto all’accordo su al-Khalil, fu un accordo parziale che non prevedeva un ritiro da al-Khalil, ma un ridispiegamento, e fu accompagnato dalla spartizione di al-Khalil in due settori, H1 e H2, cosa che permise a centinaia di coloni israeliani di insediarsi nel centro della città, rendendo la vita dei suoi abitanti un inferno.

Quanto al Memorandum di Wye River, relativo al ridispiegamento delle forze israeliane (che comportava il parziale trasferimento della gestione della sicurezza dei territori palestinesi all’ANP, in applicazione del precedente accordo ad interim del settembre 1995, nella cornice degli accordi di Oslo (N.d.T.) ), rimase lettera morta poiché Netanyahu si pentì di averlo firmato e lo rese inapplicabile andando ad elezioni anticipate, le quali portarono alla vittoria di Ehud Barak, leader del Partito Laburista, che si rifiutò di ottemperare agli obblighi israeliani derivanti dagli accordi di Oslo, e di integrarli con il negoziato sullo "status finale".

Allo stato attuale, il Likud è diventato ancora più estremista, al punto che due terzi dei suoi leader sono considerati più estremisti dello stesso Netanyahu. Quanto alla decisione di Sharon di rompere i legami con la Striscia di Gaza, ritengo che ciò che è accaduto dopo l’applicazione di quella decisione sia sufficiente a dimostrare che essa non rappresentava una passo verso la pace, ma un passo indietro a Gaza al fine di separare la Cisgiordania dalla Striscia e di far fare ad Israele dieci passi in avanti nel rafforzamento dell’occupazione in Cisgiordania, ed al fine di tagliare la strada alle iniziative arabe ed internazionali volte a risolvere il conflitto, facendo in modo che tutti gli sforzi ruotassero attorno all’iniziativa israeliana.

I palestinesi e gli arabi devono rendersi conto una volta per tutte che Israele non vuole la pace e non è pronta per la pace, e che ora è diventata più estremista poiché non è riuscita ad imporre la "pace israeliana" ai palestinesi né al vertice di Camp David del 2000 né tramite il processo di Annapolis nel corso del 2008. Perciò Israele intende giocare le sue ultime carte utilizzando la destra e la destra estrema, la quale sostiene di essere in grado di portare a termine le guerre in cui Israele si era impegnata senza vincerle, in particolare in Libano nel 2006 e a Gaza nel 2009, e pretende di apprestarsi a scatenare le guerre che Israele non aveva ancora scatenato, in particolare contro la Siria e l’Iran.

Una prova difficile per Obama

Vi è un solo fattore che è contrario a Israele in questo momento, ed è il fatto che alla Casa Bianca vi è un nuovo presidente americano che propone il cambiamento negli Stati Uniti ed in tutto il mondo. Egli è giunto dopo la partenza del presidente americano che più di ogni altro aveva sostenuto Israele, e la cui amministrazione aveva portato ad una serie di fallimenti, di guerre e di gravi crisi finanziarie. Ciò richiede ora la promozione di una politica del dialogo, degli incentivi, della cooperazione e delle soluzioni mediate. Tutto ciò spinge Israele a cambiare, almeno un po’.

Ma invece di far questo, Israele si è orientata ancor di più verso la destra e l’estremismo, al punto da rendere la missione del nuovo presidente americano molto più difficile. In questo contesto, Israele scommette sulla sua amicizia strategica con gli Stati Uniti, sulla lobby sionista e sui gruppi di pressione che sostengono lo stato ebraico, cosa che potrebbe spingere il presidente americano a pensarci bene prima di esercitare pressioni serie nei confronti di Tel Aviv. Perciò, egli probabilmente si accontenterà di gestire il conflitto, e non cercherà di risolverlo. Questa è la condotta americana che ci attendiamo, ed è quella che dà le migliori garanzie a Washington, poiché al massimo può portare ad alcune divergenze fra gli Stati Uniti ed Israele, ed a pressioni americane nei confronti dello stato ebraico su questioni secondarie. L’amministrazione americana ed il mondo non eserciteranno reali pressioni nei confronti del prossimo governo israeliano, a prescindere da quanto esso sarà aggressivo ed estremista. Le pressioni del mondo spettano solo ai palestinesi.

Quello che temo è che gli arabi ed i palestinesi dimenticheranno tutti i segnali ostili lanciati dal nuovo governo israeliano, qualunque esso sia, e continueranno ad aggrapparsi all’illusione che il presidente americano eserciterà pressioni su Israele. Il timore è che essi si affretteranno a dire: aspettiamo e vediamo, continuiamo a tendere la mano araba, attraverso l’iniziativa di pace, senza "armare" questa iniziativa di alcuna difesa, e senza aprire la strada a scelte alternative. Il timore è che gli arabi saranno disposti anche a riprendere i negoziati, mentre il requisito minimo per compiere un simile passo dovrebbe essere il soddisfacimento di alcune richieste essenziali: il congelamento degli insediamenti, dell’aggressione e dell’assedio, e l’accordo preliminare sul fatto che l’obiettivo dei negoziati deve essere l’applicazione della legalità internazionale e delle risoluzioni dell’ONU. Questi principi non sono negoziabili.

Perché tutto questo possa realizzarsi, è necessario che in qualunque futuro negoziato vi sia un ruolo internazionale effettivo e reale, vi siano garanzie internazionali, e venga stabilita una tabella di marcia che preveda tempi ristretti. Poiché nessun negoziato può durare in eterno.

Hani al-Masri è un noto analista politico palestinese; risiede in Cisgiordania

Titolo originale: اسرائيل بعد الانتخابات: حكومة حرب وشلل عملية السلام

Link originale: www.arabnews.it/2009/02/18/israele-dopo-le-elezioni-governo-di-guerra-e-paralisi-del-processo-di-pace/

Link a questa pagina : http://www.terrasantalibera.org/israelegovernodiguerra.htm

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