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IL LABORATORIO POLITICO LIBANESE di Dagoberto Husayn Bellucci A pochi giorni dalla formazione del primo esecutivo di unità nazionale direttamente nominato da Sa'ad Hariri il paese dei cedri si interroga sul suo futuro prossimo: nubi fosche all'orizzonte sembrano addensarsi sui cieli meridionali del paese dove l'allerta per possibili attacchi israeliani aumenta di giorno in giorno soffocando la speranza di stabilità e pace nell'intero Vicino Oriente. Le previsioni dei principali esperti di politica locale e dei diversi organismi politici arabi sono particolarmente negative malgrado Hariri infine sia riuscito a formare, a distanza di cinque mesi dalla vittoria elettorale che il 7 giugno scorso diede alla sua coalizione filo-occidentale la maggioranza dei voti, il suo primo esecutivo nessuno da queste parti nasconde apprensione e timore che la partita bellica con il vicino sionista possa riaprirsi entro qualche mese forse anche prima del previsto. Il Libano da anni rappresenta un laboratorio politico privilegiato delle strategie di destabilizzazione attuate dai centri studi strategici atlantici e sionisti: contro il paese dei cedri sono state utilizzate tutte le tecniche di sovversione immaginabili e le principali tattiche di sedizione a cominciare da quell'autunno 2004 quando l'assemblea del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di New York varò la risoluzione 1559 che aprì, di fatto, la lunga stagione che avrebbe portato il paese attraverso una serie infinita di attentati, autobombe, all'assassinio di autorevoli esponenti politici locali (dalla strage di S.Valentino del febbraio 2005 nel quale perse la vita l'ex premier Rafiq Hariri ad altri crimini commessi prevalentemente contro esponenti anti-siriani) con il ritiro del contingente militare siriano della primavera 2005, il rientro di Aoun dal lungo esilio e la liberazione di Samir Geagea, alle elezioni che in quella estate portarono alla nascita di un esecutivo diretto da Fouad Siniora ed al cui interno per la prima volta sedettero ministri di Hizb'Allah e sostenendo poi la barbara aggressione israeliana dell'estate 2006 che, oltre a provocare vittime e danni ingenti alle principali infrastrutture del paese, aprì la contrapposizione fra le due fazioni politiche libanesi che, dall'autunno di quell'anno, cominciarono il lungo braccio di ferro che oppose la maggioranza filo-occidentale sostenuta da Stati Uniti e Europa all'opposizione nazionalpatriottica sostenuta da Iran e Siria. Cinque anni vissuti pericolosamente tra stragi di stato delle quali nessuno ancora ha saputo niente e sulle quali continuano inutilmente le indagini della magistratura la quale sembra annaspare nel buio pesto di omissioni, mezze verità frammiste a menzogne, dichiarazioni rese e ritrattate e quant'altro già visto peraltro nell'Italia degli anni di piombo dei Settanta: quello in salsa libanese appare un 'copione' studiato ad arte dai mestatori di professione della politica internazionale, un 'remake' peraltro molto più insanguinato e cruento di quanto subito dal 'belpaese' quarant'anni or sono con intromissioni di servizi di sicurezza stranieri, diplomazia e politica regionali e internazionali, ricatti, intrusioni di quelle centrali della destabilizzazione e del depistaggio che hanno portato il Libano vicinissimo ad una guerra civile. Il Libano in realtà ha vissuto in questi ultimi cinque anni un conflitto fratricida di bassa-media intensità: alle vecchie milizie degli anni Settanta- Ottanta si sono sostituite nuove tecniche dissuasorie e nuovi metodi di pressione (le autobombe, il ricorso alla piazza, il 'cecchinaggio' criminale dei sostenitori hariristi filo-occidentali e quello delle bande criminali delle Forze Libanesi di Geagea, il finanziamento e l'uso spregiudicato sulla scena politica libanese del mercenariato wahabita-salafita con la comparsa delle cellule terroristiche di Fatah al Islam all'interno dei campi profughi palestinesi e - non certo da ultimo - l'escalation terroristico-militare provocata contro il paese dei cedri dall'entità criminale sionista, estrema ratio per le mire strategiche e per i desiderata americano-sionisti per imporre manu militari la normalizzazione/americanizzazione del Libano); ma sostanzialmente niente è stato lasciato al 'caso'. In questo bailamme generale e con questo scenario da brividi i libanesi hanno vissuto cinque anni pericolosamente fra alti e bassi, scontri e tensioni, incidenti tra fazioni e autobombe e nella più totale ed assoluta mancanza di un futuro. La politica libanese mai come nell'ultimo periodo è risultata realmente 'esplosiva' e incendiara: esplosiva perchè il numero di attentati che hanno colpito questo piccolo Stato (con un'estensione territoriale di poco più grande della Lombardia che, con i suoi 4 milioni circa di abitanti, è fra i più piccoli di tutto il Vicino Oriente) sono stati assolutamente sproporzionati se rapportati ad altre realtà della zona molto più sismiche, instabili e, soprattutto, determinanti geostrategicamente per gli interessi della plutocrazia mondialista; incendiaria perchè questa costante situazione di tensione socio-politica vissuta dal Libano ha rischiato più volte di sprofondare in un bagno di sangue generalizzato l'intero assetto regionale spaccato in due dalla contrapposizione radicale che vede Washington e Tel Aviv opporsi a quelli che sono gli ultimi capisaldi della resistenza e della sovranità nazionale arabo-islamica ovvero Damasco e Teheran. La plutocrazia mondialista che dirige e 'pilota' le scelte della politica estera della superpotenza globale statunitense aveva prestabilito di abbattere l'Afghanistan dei talebani e l'Irak ba'athista di Saddam Hussein e - dopo averne supportato per anni e funzionalmente ai propri interessi economico- politici le mire e gli obiettivi strategici - utilizzando il pretesto dell'attacco terroristico dell'11 settembre 2001 (...sul quale continuano a rimanere irrisolti dinamiche d'attuazione ed i mille misteri relativi alle modalità che portarono a quell'operazione criminale preannunciata da tutti i principali servizi d'intelligence ma 'stranamente' e troppo disinvoltamente - vero e proprio 'laissez faire' - sottostimata da parte della CIA, della NSA e delle diverse 'agenzie' spionistiche a stelle e strisce...tant'è sui fatti di quella mattina nessuno potrà probabilmente dire cosa realmente sia successo al di là ...nè ne verremo probabilmente mai a capo ....'consuetudine' alla quale ci hanno oramai abituato il complottismo "made in USA"....) scatenare quella serie di conflitti, le guerre asimmetriche di 'bushista' memoria con l'esportazione manu militari della democrazia nel mondo arabo-islamico, che - come un effetto-domino predeterminato e meccanico - avrebbero dovuto rovesciare tutte quelle nazioni 'avvertite', 'identificate' e 'demonizzate' dall'Establishment 'vaccaro-sionista' quali "Stati canaglia". Nei piani delle centrali di destabilizzazione e sovversione atlantiche immediatamente dopo le guerre d'aggressione che avrebbero abbattuto i regimi talebano e quello ba'athista risultavano 'funzionali' la normalizzazione delle altre realtà geopolitiche, strategiche e militari 'ostili' all'american way of life, alle politiche neoliberiste e capitaliste occidentali e alle mire espansionistiche statunitensi: la Palestina occupata, il Libano, la Siria e la Repubblica Islamica dell'Iran ovvero l'ultimo 'reticolato' geostrategico 'puntato' contro l'emporio criminale sionista. Dopo aver seminato sedizione e zizzania in seno alle fazioni palestinesi, dopo aver tentato di imporre le proprie volontà tramite pressioni diplomatiche e ricatti economici alla Repubblica Araba di Siria e aver 'mirato' Teheran quale 'axis mundi', baluardo tradizionale e rivoluzionario in armi da trent'anni contro il Grande Satana a stelle e strisce ed i suoi complici kippizzati del regime d'occupazione sionista, l'Establishment ha identificato nel paese dei cedri il possibile 'ventre molle' di quella che - con troppa enfasi e una buona dose di fantasia propagandistica, veniva definita come la "mezzaluna sciita". Un errore di valutazione che è costato carissimo agli americani ed ai loro alleati sionisti: le politiche di sedizione che sono state programmate ed attuate dall'ambasciata statunitense ad Awkar (Beirut ovest) sono miseramente fallite, il tentativo di riattivare i meccanismi per lo scatenamento di un nuovo conflitto civile intra-libanese è stato sventato dalla responsabile e prudente attitudine politica che ha contraddistinto per cinque anni Hizb'Allah ed i suoi alleati - attenti a non cadere nei complotti e nelle provocazioni orchestrate ad arte dagli apprendisti stregoni del nuovo ordine mondiale - e, infine, sono malamente rovinati sia l'opzione militare lanciata da Tel Aviv contro il Libano sia il ricorso alla versione libanese di al-qaeda alias Fatah al Islam ovvero quella sorta di rete terroristico-mafiosa d'ispirazione sunnita- salafita o wahabita che per correttezza ed onestà sarebbe meglio ribattezzare come Fatah al Mossad visto e considerato la funzione eminentemente pro-sionista e filo-saudita svolta dagli aspiranti Bin Laden di turno. Non era difficile 'capirlo' quando la matassa destabilizzatrice e complottista si stava dipanando dinanzi agli occhi di chi ha vissuto in prima persona le vicende d'instabilità sociale e politica del paese dei cedri come non è affatto un mistero che, attualmente, alla luce delle ultime dichiarazioni provenienti da Tel Aviv e d'oltreoceano si stia preparando un secondo round , attesissimo peraltro da una Resistenza Islamica pronta a replicare colpo su colpo, di quel conflitto solo ed esclusivamente 'interrotto' contro il regime d'occupazione sionista. Questi avvenimenti del recente passato sono semplicemente le diverse fasi che hanno portato all'attuale situazione politica ed economica del Libano: da un lato la fine della contrapposizione fra maggioranza filo-occidentale e opposizione filo-siriana e filo-iraniana (sblocco che potrebbe risollevare le disastrate finanze nazionali, la situazione di precarietà sociale, rilanciare commercio e turismo - vitali per il paese dei cedri - e sostanzialmente riportare il Libano al centro dei mercati internazionali quale concorrente diretto dello stato ebraico); dall'altro lato una tensione latente che si respira e quasi si taglia con un coltelo soprattutto nelle regioni meridionali. Esercito libanese e reparti militari dell'Unifil 2 sanno perfettamente che da un lato i sionisti dall'altro Hizb'Allah sono pronti a riaprire le ostilità. Il partito di Dio filo-iraniano di Sayyed Hassan Nasrallah ha, in diverse occasioni, ribadito che non sarà il primo a colpire ma che tutto il suo arsenale missilistico e l'intero dispositivo difensivo della Resistenza Islamica sono pronti ed allertati per rispondere ad eventuali attacchi dal cielo, dal mare o terrestri provenienti da sud. Hizb'Allah è sicuramente molto più forte di tre anni e mezzo or sono quando Ehud Barak, allora premier sionista in carica, decise di lanciare quell'operazione di ripulisti generale che avrebbe dovuto disintegrare e ridurre al minimo la "minaccia" sciita libanese: come tutti videro le cose andarono molto diversamente da quanto si auspicavano i sionisti e i loro complici. La strategia israeliana, malgrado il disco verde ed il sostegno finanziario, politico e diplomatico statunitense (e con la benedizione di fatto dell'intera comunità internazionale, Europa in testa), fallì miseramente perchè Tel Aviv sottostimò la capacità di reazione, la forza militare, il dispositivo missilistico e la volontà indomita dei combattenti della Resistenza Islamica che, per oltre un mese, riuscirono a rispondere, replicare e contrattaccare al muro di fuoco ed alla terroristica aggressione scatenati da "Israele". Il mondo intero, in particolare i sempre complici e meschini regimi filo- americani del cosiddetto fronte moderato arabo (Egitto, Giordania, stati del Golfo e del Nord Africa), poterono così constatare che Hizb'Allah non si era - come troppo arrogantemente e pomposamente andarono dichiarando nei primissimi giorni dall'inizio delle ostilità del 12 luglio 2006 - nè "imborghesito" nè tantomeno "politicizzato"; che la Resistenza vigilava ed era pronta, armata e combattiva; che i combattenti del partito sciita erano disposti al martirio sul campo di battaglia, con tecniche che ricordavano quelle utilizzate quarantacinque anni prima dai vietcong contro gli americani, colpendo alle spalle e frontalmente, dai lati e ovunque possibile un nemico che - per mezzi e uomini - si riteneva ed era almeno 'statisticamente' superiore. La vittoria divina conseguita da Hizb'Allah contro "tsahal" fu uno schiaffo che il Libano e la sua Resistenza lanciarono in fronte al mondo intero: al mondo della plutocrazia sionista che quella guerra l'aveva programmata da anni, al mondo degli affari e della finanza mondialista che quel conflitto l'aveva sostenuto a spada tratta, al mondo dei war game's a stelle e strisce dell'amministrazione Bush e delle deliranti teorie neoconservatrici dei Rumsfeld, Brzezinski, Perle, Huntington, Wolfowitz e 'compari' che sognavano la conquista manu militari del cuore del continente eurasiatico e l'egemonia sul mondo arabo-islamico e - non certo irrilevante - a tutto il mondo della carta- straccia filo-sionista, giudea e giudaizzante, che per un mese 'sbavava' rabbia e bile dinanzi all'impotenza militare dimostrata sul campo dall'esercito d'occupazione israeliano annichilito, avvilito, psicologicamente disintegrato da un'impeto, un ardore ed una determinazione che solo la volontà e la fede dei combattenti di Hizb'Allah poterono mostrare. E' successo una volta, tre anni e mezzo fa, e può succedere ancora perchè "tsahal" non è invincibile nè lo sono i suoi mezzi, la sua tecnologia all'avanguardia e tutte le strategie e tattiche che si stanno studiando, in queste ore e da mesi, per ritentare il colpo basso contro un paese , il Libano, che già ha dimostrato di non voler cedere un metro quadrato del proprio territorio all'arroganza sionista nè di svendere la propria sovranità nazionale alle politiche ricattatorie americane. Un Libano che, immediatamente dopo l'aggressione del luglio-agosto 2006, si ritrovò a fare i conti con una situazione economica disastrosa, con una ricostruzione delle aree colpite dai bombardamenti terroristici dell'aviazione sionista (la Beka'a settentrionale e meridionale, il sud, la periferia meridionale di Beirut non dimenticando che gli israeliani non si limitarono a queste zone ma colpirono obiettivi civili e militari in tutto il paese da Tiro a Sidone, da Ba'albek a Tripoli), con il lassismo istituzionale di un governo, diretto da Siniora, fortemente sospettato di una compromissoria attitudine e di una supina accettazione dei diktat della comunità internazionale, di fatto alleato oggettivo delle politiche statunitensi e sioniste, e che di lì a pochi mesi sarebbe stato messo sotto accusa per corresponsabilità nella conduzione della difesa dinanzi all'aggressione quindi abbandonato e infine contestato da Hizb'Allah e dai suoi alleati. La stagione politica che si andrà ad aprire dal novembre 2006 - quando a metà mese il partito sciita filo-iraniano abbandonerà il governo assieme a Haraqat 'Amal , altro movimento sciita diretto dal presidente del parlamento Nabih Berry - e che si protrarrà fino alla primavera 2008 sarà contrassegnata dal lungo braccio di ferro e dalle manifestazioni di piazza dei partiti dell'opposizione, eterogenea alleanza di movimenti politici che difenderanno il diritto delle resistenza e richiederanno la riforma delle istituzioni. Una stagione che sarà tormentata da scontri di piazza, attentati, contrapposizioni violente fra i due poli della politica libanese e che si concluderà solo dopo la marcia 'motorizzata' degli uomini di Hizb'Allah e 'Amal che nel maggio 2008 conquisteranno i punti nevralgici della capitale, in particolar modo i quartieri a maggioranza sunniti feudo del partito Corrente Futura dell'attuale premier Hariri e sbaraglieranno gli avversari concludendo le ostilità che continueranno per qualche mese soltanto nella regione settentrionale dell'Akkar, alle spalle di Tripoli. Questi in sostanza saranno gli antefatti che hanno portato alle scorse elezioni politiche del 7 giugno: momenti salienti della storia recente del paese dei cedri che sottolineano una evidente serie di strategie attuate senza successo dalle centrali di destabilizzazione atlantico-sioniste. Il sogno del "Great Middle East project" della Rand Corporation è stato definitivamente spazzato via dalla vittoria conseguita da Hizb'Allah di fronte all'arroganza sionista. L'utopia di un Libano 'arancione' e filo-americano è stata disintegrata dalla cosciente e responsabile politica di contenimento perseguita con successo e lungimiranza dal partito di Sayyed Hassan Nasrallah. Hizb'Allah è riuscito ha mettere in scacco politicamente e militarmente la superpotenza americana e i suoi compari sionisti senza nulla concedere e senza arretrare di un millimetro ma - utilizzando tattica e spregiudicatezza, realpolitik e strategia o, per essere più esatti, il bastone e la carota a seconda dei casi - lavorando ai fianchi, instancabilmente, irriducibilmente, l'avversario. Avversario che si presentava sotto forme diverse e con atteggiamenti distinti: la diplomazia statunitense, le politiche 'risolutorio-sanzionatorie' dell'Onu, l'indifferenza ed il cinismo della cosiddetta comunità internazionale, l'arroganza ed il terrorismo sionista, la sedizione harirista finanziata dall'Arabia Saudita, i complotti dei paesi arabo-moderati, il terrorismo destabilizzante dei movimenti d'ispirazione salafita, il vetero- falangismo di Samir Geagea o il socialprogressismo filo-yankee di un Waleed Jumblatt. Mille forme, mille volti, mille sigle per un unico obiettivo: disarmare la Resistenza Islamica e ridurre il potenziale militare e la capacità di Hizb'Allah di rimanere l'elemento determinante ed il fattore di equilibro della politica in Libano e nell'intero Vicino Oriente. Niente di tutto quanto abbiamo solo appena accennato è stato posto in essere dalle centrali di sedizione e terrore è riuscito a scalfire la granitica macchina da combattimento, politico e militare, rappresentata dal partito di Dio sciita filo-iraniano che, come non mai, attualmente svolge il ruolo di avanguardia rivoluzionaria e milizia politica in armi contro tutti i futuri prossimi tentativi di destabilizzazione provenienti da Tel Aviv o Washington. E se la risoluzione 1559 dell'Onu aprì la stagione dei veleni e scatenò l'odio inter-libanese - portando al ritiro del contingente militare siriano ed allo strappo solo parzialmente ricucito recentemente fra Beirut e Damasco - è da ricordare come neppure la pressione della piazza filo-americana dei sostenitori del fronte del 14 marzo (Corrente Futura di Hariri, Falange di Gemayel, Forze Libanesi di Geagea e Partito Socialprogressista di Jumblatt) riuscì a ridurre lo spazio di manovra e il ruolo di un partito destinato a cambiare i destini dell'intero Vicino Oriente. Un partito, Hizb'Allah, che è insieme movimento di popolo e organizzazione rivoluzionaria di resistenza; nato per contrastare militarmente i sionisti e rivolto ad assicurare una sovranità nazionale al paese dei cedri altrimenti inesistente ed in perenne balia delle volontà egemoniche di Tel Aviv o dei disegni strategici americani. La cosiddetta "primavera di Beirut" del 2005 (nota anche come "rivoluzione dei cedri" secondo la paraplegica propaganda filo-occidentale per alcuni mesi 'sbandierata' dai mass media dei quattro angoli del pianeta) finanziata dall'America e sponsorizzata dai servi sciocchi delle politiche neoliberiste filo-occidentali si sbriciolerà senza lasciare traccia alcuna di fronte all'opzione ritenuta allora conforme da Nasrallah e dai suoi uomini di correre alle elezioni legislative di quell'estate al lato dei partiti del fronte di Bristol entrando successivamente in un esecutivo all'interno del quale era opportuno lavorare cercando di mantenere le posizioni. D'altro lato l'alleanza stabilita un anno più tardi (marzo 2006) con la Corrente Patriottica Libera del Gen. Michel Aoun, emblema della lotta di liberazione della comunità cristiano-maronita dal trentennale stazionamento militare dei siriani in Libano e simbolo di un nazionalismo libanese autoctono, arabo e laico - antitetico alle 'consuete' genuflessioni che , durante l'epoca della guerra civile (1975-1990), le diverse famiglie maronite al potere riservavano ai sionisti - ; garantiva ad Hizb'Allah una forza contrattuale molto superiore e la possibilità di affrontare le difficoltà che sarebbero arrivate dopo qualche mese. La visione illuminante dimostrata fino ad oggi dai dirigenti del Partito di Dio ha permesso a questi ultimi di affrontare le ultime legislative con la certezza di arrivare - qualunque fosse il risultato che fuoriusciva dalle urne elettorali - ad un esecutivo di unità nazionale realmente rappresentativo di tutte le principali fazioni del paese. L'accordo infine raggiunto la scorsa settimana fra maggioranza ed opposizione sancisce nient'altro che una strategia a tappe che è stata sapientemente e lucidamente perseguita da Hizb'Allah permettendo al paese di chiudere una pagina dolorosa di contrapposizioni e di odio ed al premier designato, Sa'ad Hariri, la formazione di un esecutivo realmente rappresentativo del panorama parlamentare e rispettoso del 'peso' politico' dei singoli partiti. La reazione della stampa nazionale libanese ed araba all'annuncio del premier Hariri è stata sostanzialmente euforica: questo esecutivo potrebbe aprire scenari inediti per il paese e inaugurare un periodo di stabilità necessario per uscire da questi cinque anni di turbolenze politiche e militari e da una situazione economica e finanziaria dissestata. “Il nuovo esecutivo permetterà ai libanesi di rinnovare la fiducia nelle loro istituzioni, o li porterà a sperimentare nuovamente la loro passata incapacità di raggiungere un consenso”, ha detto Hariri. “So che le esperienze della fase precedente non sono state incoraggianti …. Il Libano è quasi scivolato verso l’ ignoto, ma la fiducia nella perseveranza del popolo libanese ci ha fatto vincere la lotta, dando al paese la possibilità di risorgere.” Hariri ha detto che il suo governo si concentrerà sull’economia, la riforma amministrativa, e l’attuazione di un antico progetto di privatizzare alcuni servizi dello Stato. I problemi che potrebbe incontrare Hariri però sono diversi: se la sua autorità non viene discussa quale leader della maggioranza filo-occidentale (e principale esponente della comunità di fede sunnita sostenuta dall'Arabia Saudita che in Libano ha investito pesantemente negli ultimi anni e che non vuol perdere la sua influenza economica e politica a vantaggio di un partito di Dio finanziato da Teheran) restano numerose le incognite sul futuro che si preannuncia grigio in particolare per le reiterate, quasi quotidiane, minacce provenienti dalla frontiera meridionale dove "Israele" sembrerebbe pronto a riaprire le ostilità interrotte nell'agosto di tre anni fa. I principali analisti locali e quelli che si occupano della politica regionale hanno sottolineato che non sarà semplice per Hariri gestire questa nuova fase che dovrà peraltro caratterizzarsi almeno da quattro punti fondamentali: - un riavvicinamento alla Siria, un rilancio dell'economia nazionale, la riconciliazione nazionale e il problema dell'arsenale militare della Resistenza del quale sembra continuare ad occuparsi l'amministrazione obamita statunitense. Hariri ha dichiarato che Hizb'Allah è un fattore essenziale della vita politica nazionale mentre Aoun, alleato maronita del partito filo-iraniano, ha ribadito che l'arsenale della Resistenza non è in discussione fino a quando il paese non riuscirà a dotarsi di un'assetto difensivo capace di contrastare le mire israeliane. Resistenza Islamica ed Esercito formano un inscindibile blocco che opera al fine di proteggere i confini meridionali e per garantire al paese la sicurezza nazionale minacciata da "Israele" come ha recentemente affermato il Capo dello Stato, Gen. Michel Souleiman. Secondo quanto ha affermato Sateh Nourreddine, editorialista del quotidiano libanese "As Safir": "ci sarà un delicato equilibrio nel paese. Il governo appena in carica dovrà fronteggiare immediatamente i problemi sociali e risolvere le questioni vitali dell'economia. Non credo però potrà essere in grado di affrontare i grandi temi politici relativi al ruolo della Siria, di Israele, dell'Iran e di tutto ciò che riguarda la politica estera nazionale.". Naturalmente quando si parla di politica estera da queste parti si intende quella regionale ed internazionale che direttamente interagisce con la situazione interna: da decenni il paese è in balia di diverse forze straniere e la sua turbolenza politica dell'ultimo periodo rifletteva spesso rivalità e lotte di potere che si delineavano su scala regionale fra Teheran e Damasco da un lato e Riad, Washington e Tel Aviv dall'altro lato. Ogni Stato della regione ha avuto un ruolo ed ha giocato le sue carte nel puzzle libanese: un puzzle intricatissimo all'interno del quale occorre sottolineare che sia sempre esistito un sostanziale 'balance of power's' (bilanciamento, equilibrio, dei poteri) che è anche la causa prima delle lunghissime, estenuanti, contrattazioni che si sono registrate per cinque mesi per la distribuzione/nomina di un dicastero ministeriale. Per comprendere esattamente questa sorta di "matrioska libanese" che vede soggetti geopolitici regionali ed internazionali interagire sulla scacchiera libanese muovendo a loro piacimento i referenti nazionali occorre soffermarci ulteriormente sul carattere confessione e multietnico, multireligioso e multiculturale, che è caratteristica principale della democrazia libanese. Interpellato telefonicamente dal sottoscritto nella mattinata di venerdì scorso il segretario generale del Partito Comunista Libanese, dr. Khaleed Haddade, lamentava che il governo di unità nazionale appena formato da Hariri fosse la risultante del "confessionalismo politico dominante nel paese" che, a suo dire, rappresentava il principale ostacolo per una riforma generale della vita politica necessaria per fuoriuscire dall'impasse che, da sessant'anni, bloccava qualsiasi iniziativa volta a dare una rappresentanza parlamentare reale delle forze politiche. Problema non nuovo che, soprattutto negli ultimi tre anni, il PCL ha sollevato ponendosi di lato, al fianco, dei partiti e dei movimenti dell'opposizione nazionale. La questione dell'ordinamento politico libanese e della sua caratteristica etnico-confessionale necessita, crediamo, di un approfondimento in particolar modo per presentare quella che è una delle specificità della politica libanese e, insieme, il suo elemento costitutivo fin dalla nascita, nel 1943, della Repubblica Libanese. Innanzitutto occorre sgombrare il campo dagli equivoci sempre presenti in Occidente quando si suol parlare dei rapporti fra laicità dello Stato e religione: in Libano non abbiamo uno Stato "teocratico" ma una democrazia su basi confessionali che è tutt'altra cosa rispetto, per esempio, alla realtà della Repubblica Islamica dell'Iran. Il Libano è una repubblica parlamentare di tipo semi-presidenziale dove il Capo dello Stato, il Presidente della Repubblica, condivide il potere esecutiv assieme al primo ministro - partecipando alle sedute del Consiglio dei Ministri , nominando o revocando l'incarico del premier - mentre all'Assemblea Nazionale dei deputati ( = Majlis al-Nuwwàb) spetta il potere legislativo. democrazie occidentali la formula libanesi si caratterizza per il suo confessionalismo ovvero un assetto istituzionale nel quale l'appartenenza religiosa di ogni singolo cittadino diviene principio ordinatore della rappresentanza politica e il perno attorno al quale ruota tutto il sistema giuridico. Tutte le principali cariche istituzionali e politiche, gli incarichi amministrativi e dirigenziali dello Stato sono suddivisi tra le differenti confessioni religiose sulla base di una convenzione costituzionale risalente al "Patto Nazionale" al-mìthàq al-watanì) del 1943 che integrò e reinterpretò la costituzione del maggio 1926. Sulla base di questo "patto" la divisione degli incarichi istituzionali si basa su un meccanismo predeterminato di quote riservate a seconda del gruppo etnico-confessionale d'appartenenza e sulla base della percentuale e del peso demografico e sociale che ciascuna comunità rappresenta. E' su queste basi che si fonda la democrazia confessionale libanese la quale assegna la carica di Capo dello Stato, Presidente della Repubblica, ad un cristiano-maronita, quella di Primo Ministro e capo del Governo ad un musulmano sunnita ed , infine, quella di Presidente dell'Assemblea Nazionale (il parlamento) ad un musulmano sciita. Occorre sottolineare che gli accordi di pacificazione nazionale sottoscritti dai principali gruppi politici nel 1989 a Ta'if in Arabia Saudita non hanno modificato il sistema originario ma si sono limitati a riequilibrare i rapporti di forza interni tra le principali confessioni religiose parificando il numero dei deputati musulmani e cristiani e aumentando notevolmente il potere e le prerogative del primo ministro a scapito di quelle del Capo dello Stato. Anche la suddivisione parlamentare , la ripartizione dei seggi, è derivata da un complicato meccanismo stabilito in base sia a criteri geografici sia a criteri confessionali che mira a riflettere gli equilibri demografici esistenti in ambito nazionale e locale (provinciale) i quali sono espressione dei diversi governatorati (muhàfaza) a loro volta suddivisi in 25 distretti (qadà) più o meno equivalenti rispettivamente alle regioni e ad alle provincie italiane. La Repubblica del Libano è divisa in sei governatorati, a loro volta divisi in 25 distretti (qadā'). I governatorati ed i distretti elettorali sono: Governatorato di Beirut Governatorato della Bekaa (capoluogo Zahle) Distretto di Hermel (Hermel) Distretto di Baalbek (Baalbek) Distretto di Zahle (Zahle) Distretto di Bekaa Ovest (Joub Jannine) Distretto di Rashaya (Rashaya) Governatorato del Monte Libano (capoluogo Baabda) Distretto di Jbeil (Jbeil, l'antica Biblo) Distretto di Kisrawan (Jounieh) Distretto di Metn (Jdaidet El Matn) Distretto di Baabda (Baabda) Distretto di Aley (Aley) Distretto di Chouf (Beiteddine) Governatorato del Nord Libano (capoluogo Tripoli) Distretto di Akkar (Halba) Distretto di Miniye e Dinniye (Minieh) Distretto di Tripoli (Tripoli) Distretto di Zgharta (Zgharta) distretto di Bsharre (Bsharre) Distretto di Koura (Koura) Distretto di Batrun (Batrun) Governatorato del Sud Libano (capoluogo Sidone) Distretto di Sidone (Saida, l'antica Sidone) Distretto di Jezzine (Jezzine) Distretto di Tiro (Tiro) Governatorato di Nabatiye (capoluogo Nabatiye) Distretto di Nabatiye (Nabatye) Distretto di Marjuyun (Marjayoun) Distretto di Hasbaya (Hasbaya) Distretto di Bent Jbail (Bent Jbail) Questa suddivisione geografica del resto fa da contraltare ed è speculare a quella esistente a livello confessionale ed etnico: in Libano esistono diciotto confessioni che spesso si confondono con l'etnia d'appartenenza. Le confessioni istituzionalmente riconosciute sono: - Cristiana (suddivisa in chiese e comunità fra le quali i maroniti, i greco- ortodossi, i greco-cattolici di rito melchita, gli armeno-apostolici, gli armeno-cattolici, i siriaco-ortodossi, i siriaco-cattolici, i protestanti, i copti, gli assiri, i caldei e i cattolici di rito latino); - Musulmana (divisa tra le comunità sunnite, sciite e ismaelite con le due comunità alawuita e drusa); - Ebraica (quest'ultima ridotta a poche decine di unità soprattutto dopo l'invasione israeliana del Libano del 1982). Per questa sua libanesizzazione (termine massmediaticamente molto utilizzato all'epoca del conflitto civile poi sostituito dal più reente balcanizzazione) confessionale il paese si è formato in zone etnico-religiose dove, a macchia di leopardo e in enclavi ben distinte, vivono i diversi gruppi religioso- confessionali: da un lato se i cristiani sono concentrati maggiormente nella zona centrale del Monte Libano e nella zona orientale di Beirut, i sunniti occupano soprattutto il nord, la zona attorno a Tripoli, l'Akkar, o vivono a Sidone o nei quartieri occidentali della capitale mentre gli sciiti stazionano prevalentemente nella periferia meridionale di Beirut, nella Valle della Beka'a o nel sud del paese lasciando lo Chuf (zona montagnosa a sud-est di Beirut) ai drusi. E' da queste premesse che si può riconsiderare l'importanza geopolitica e strategica che assume il Libano a livello regionale e per la politica d'intromissione e destabilizzazione del Vicino Oriente delle centrali atlantico- sioniste: concorrente finanziario per "Israele" e piazza bancaria di primissimo livello nei decenni Cinquanta e Sessanta il paese dei cedri cadde in disgrazia con l'inizio del conflitto civile (1975) che per quindici anni impegnò i libanesi in una vera e propria faida fratricida di bande, milizie e organizzazioni paramilitari rispondenti a questa o a quell'altra famiglia dell'alta borghesia maronita o sunnita. In quella già complicata matassa etnico- confessionale, con la presenza dell'OLP e all'epoca di oltre 450mila palestinesi che costituivano uno Stato nello Stato, intervennero di volta in volta e progressivamente la Siria, l'entità sionista, gli Stati Uniti, l'Europa (che inviò una missione militare composta dai contingenti di Francia, Italia e Gran Bretagna), l'Irak di Saddam Hussein, l'Iran khomeinista e , disinvoltamente, tutti i principali paesi arabi interessati per motivi politici (Egitto e Giordania) o economico-confessionali (Arabia Saudita e stati del Golfo). Ciò fece dichiarare al Segretario Generale di Hizb'Allah , Sayyed Hassan Nasrallah, durante una manifestazione in occasione delle celebrazioni della Giornata Mondiale di Al Qods (Gerusalemme occupata) del 1996 che "oltre sessantacinque servizi di sicurezza di diverse nazioni stanno spiando la nostra organizzazione". Il laboratorio politico libanese rimane dunque un vero e proprio rompicapo per quanti non abbiano toccato con mano e sperimentato direttamente la realtà di una nazione fiera della propria diversità e della propria identità di ponte di civilizzazione nel Mediterraneo tra cultura occidentale (retaggio della pre- esistente colonizzazione francese) e cultura arabo-islamica dove esistono realmente interazioni ed alleanze che vanno oltre alle demenziali contrapposizioni confessionali o etniche derivate dai cervellotici complotti partoriti dagli stregoni mondialisti che miravano a fomentare, dopo l'Afghanistan e l'Irak, quelle "guerre di civiltà" tanto care all'amministrazione Bush ed alle tendenze omologanti normalizzatrici dell'Establishment giudaico-mondialista che controlla e dirige la politica estera della superpotenza a stelle e strisce. Il nuovo Libano che si appresta a realizzare il suo primo autentico governo di unità nazionale nasce sotto il segno della riconciliazione nazionale preludio per mettere fine alla interminabile contrapposizione che da cinque anni ha paralizzato la vita politica e la società libanese. Una contrapposizione che non è confessionale nè etnica come accaduto in Irak o in Afghanistan ma che si basava esclusivamente sul sostegno o l'opposizione alle politiche destabilizzanti statunitensi ovvero sui reiterati tentativi compiuti dall'amministrazione USA di 'democratizzare' il Vicino Oriente. Tentativi falliti finora e che sono destinati a continui fallimenti per la resistenza opposta dalla maggioranza dei libanesi, un popolo stanco di subire i ricatti provenienti dall'estero e che ha saputo resistere orgogliosamente e in totale solitudine all'aggressione sionista del 2006 (l'ultima peraltro di una lunga serie) come saprà rispondere e resistere ad altre , future, aggressioni. In prospettiva il nuovo esecutivo di unità nazionale diretto da Hariri dovrebbe a breve ribadire la dichiarazione sullo "status" della Resistenza - l'ala militare di Hizb'Allah - la cui legittimità istituzionale è intoccabile come hanno ripetutamente ribadito tutti i principali esponenti dell'Opposizione. “La stesura della dichiarazione ministeriale non sarà affatto un problema, sulla base del fatto che, parallelamente al riconoscimento libanese della risoluzione 1701 [che pose fine alla guerra tra Israele ed Hezbollah nel 2006], è nel diritto del popolo, dell’esercito, e della resistenza recuperare le terre occupate con tutti i mezzi disponibili “, ha dichiarato il Capo dello Stato, Gen. Souleiman, secondo quanto riportato dai giornali libanesi martedì scorso, riecheggiando la frase contenuta nella dichiarazione politica del precedente governo. Anche il nuovo governo percorrerà inevitabilmente questa strada perchè altre, alla luce della realtà complessa del Libano e della sua storia recente, non ne esistono. Chiunque metta in discussione il diritto inalienabile e la legittimità intangibile della Resistenza Islamica di difendere i confini meridionali può essere annoverato di buon grado fra i nemici della sovranità nazionale e un mercenario al servizio del Sionismo e dell'Imperialismo internazionali. E poco conta che alcuni partiti, nei giorni immediatamente seguenti all'annuncio del premier Hariri, abbiano minacciato di rifiutare i loro ministeri e di uscire dalla coalizione di maggioranza del 14 marzo (fra questi si segnala la Falange cristiano-maronita di Gemayel); la questione della difesa dei confini meridionali è indiscutibilmente affare di Stato che da T'aif (1989) fino ad oggi ha sempre riconosciuto la legittimità e legalità delle operazioni militari svolte da Hizb'Allah e dai suoi uomini. “Gli ostacoli principali legati al governo sono stati superati, e la questione delle armi di Hezbollah sarà affrontata nel dialogo nazionale”, afferma Ousama Safa, direttore del Lebanese Center for Policy Studies. “Dovremmo sperimentare un minimo di stabilità per un po', ma non aspettatevi alcuna modifica sconvolgente da parte del governo”. E, siamo certi, che Hariri una volta trovato l'accordo con il blocco sciita ed il suo principale alleato cristiano-maronita, Aoun, non manderà a carte quarantotto un esecutivo per il quale ha lavorato per cinque mesi. Il Libano volta pagina. O almeno è quello che si augurano tutti i libanesi. DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI DIRETTORE RESPONSABILE AGENZIA DI STAMPA "ISLAM ITALIA" CORRISPONDENTE DAL LIBANO PER TerraSantaLibera.org DA NABATHIYEH (LIBANO MERIDIONALE) Link a questa pagina : http://www.terrasantalibera.org/laboratorio_politico_libanese.htm
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