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Libano: l'umanità del sottosuolo
Intervista a Kassem Aina
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Kassem Aina, Francesca Borri

Cappuccino e cornetto sono dieci dollari, la mattina, seduti alla Beirut
di Hariri. A cinque minuti da qui, dritto in fondo e alla moschea a
destra, è quanto un palestinese riceve ogni tre mesi dalle Nazioni
Unite.
L'11 percento della popolazione libanese, 450mila rifugiati diluiti in
12 campi, in media 40 metri quadri per 10 persone e per metà niente
acqua, né elettricità né fognature. Il 60 percento è sotto la soglia di
povertà, il 20 percento all'ergastolo di una malattia cronica. Chiedi
come immaginano la Palestina, siamo alla terza generazione, ormai, e per
molti non è che una fotografia - eppure la risposta è sempre la stessa,
una sola parola: un sussurro pastello: bellissima.
Kassem Aina è nato ad Alma nel 1946. Esiste ancora, mi dice - posso
andare a sud, e guardarla dal confine. Ma anche la fotografia che mi
spolvera leggero è in realtà sempre la stessa, perché "a volte città
diverse si succedono sopra lo stesso suolo sotto lo stesso nome, nascono
e muoiono senza essersi conosciute, incomunicabili tra loro" - perché
ogni Palestina invisibile, qui, non è che la Maurilia di Italo Calvino,
in cui "le vecchie cartoline non rappresentano la città com'era, ma
un'altra città che per caso si chiamava Maurilia come questa".
Perché Alma, è vero, esiste ancora. E ancora con lo stesso nome. Ma è un
kibbutz.
"Il ragionamento è semplice e infondato. Se qui avessero casa e lavoro,
si dice, perderebbero ogni interesse a tornare in Palestina, e a
mantenere accesa l'opposizione a Israele. Così, con il pretesto della
solidarietà araba, il Libano ha adottato una politica di negazione dei
nostri diritti fondamentali. Ma tutti i palestinesi della diaspora,
ovunque, anche quelli che hanno conquistato una vita normale, sognano il
ritorno. Le due questioni non sono minimamente connesse. L'obiettivo è
non dimenticare la nakbah: ma il risultato intanto è solo continuarla".
"Non è neppure la violazione, ma direttamente l'eliminazione dei diritti
basilari sanciti dalla Dichiarazione Universale. A cominciare
dall'articolo 23, il lavoro, che consente autonomia e dignità ed è
dunque preliminare a tutti gli altri diritti. In Libano la regola
generale, per gli stranieri, è la reciprocità: una volta ottenuto un
permesso di lavoro, il trattamento è analogo a quello che il proprio
paese riserva ai libanesi. Ma la reciprocità è un non-senso per noi che
non abbiamo uno stato. Settantuno professioni sono semplicemente
vietate: dal gioielliere al meccanico al commesso... e ovviamente tutte
le pubbliche amministrazioni. Ad altre, l'avvocato il medico,
l'ingegnere, si accede solo mediante ordini professionali: e per gli
ordini professionali vige la reciprocità. Per il resto, e cioè
essenzialmente braccianti e operai, abbiamo bisogno di un permesso di
lavoro come tutti gli altri - anche se non siamo affatto immigrati. Ma
viene accolto lo 0,3 percento delle richieste, 223 su 70mila nell'ultimo
anno - per capire: per gli egiziani la percentuale è l'87 percento. Per
cui non rimane che il lavoro nero, oppure dentro i campi, nel commercio
al dettaglio o in quell'artigianato minimo a cui forma l'UNRWA.
Riparazione di scarpe cucito, falegnameria. I campi ormai sono il nostro
acquario. Perché la Dichiarazione Universale, all'articolo 17, parla
anche di diritto alla proprietà: ma adesso la reciprocità si applica
anche qui. E quanto è già di nostra proprietà, non può più essere
trasmesso in eredità. Il risultato è il sovraffollamento, e il
deterioramento di situazioni già drammatiche. Pensi anche l'articolo 26,
il diritto all'istruzione. L'UNRWA offre l'istruzione primaria. Ma per
il resto licei e università libanesi ammettono solo quote limitate di
stranieri, al triplo delle tasse. E comunque - perché mai laurearsi in
medicina, se non è possibile diventare medici? Un terzo dei palestinesi
non completa neppure le elementari".
"Il rispetto dei diritti umani non può essere subordinato a
considerazioni politiche. La povertà genera solo tensioni, non aggiunge
niente alla nostra determinazione a tornare. Anche perché molti campi,
in realtà, non sono più palestinesi. Chiunque può trasferirsi qui. Ed è
una scelta sempre più frequente per i disoccupati, gli immigrati. I
disperati di altre guerre, come gli iracheni - l'umanità del sottosuolo.
Ma per i libanesi tutto questo non esiste. Ed è qui che la condizione
palestinese si fa metafora del nostro tempo. Questa non è più
semplicemente la periferia di Beirut, ma una delle infinite discariche
della globalizzazione. Le statistiche, per noi, sono sempre solo stime,
perché la vaghezza è il margine per la strumentalizzazione, per il
governo attraverso la costruzione dell'incertezza e della paura: nessuno
sa con precisione quanti siamo, e dove, a fare cosa, e con quali
intenzioni. Siamo l'ombra in agguato all'angolo della vostra vita. Non è
solo questione di arabi e israeliani. Sono palestinesi i migranti che
abitano i fondali del suo Mediterraneo".
I libanesi vi accusano di essere un fattore di instabilità. L'origine
della guerra civile.
La guerra civile è stata uno scontro tra estremisti cristiani e
nazionalisti progressisti, a cui i palestinesi si sono uniti. Ma la
frattura esisteva già: tra cristiani e musulmani. Perché il Libano ha un
assetto istituzionale confessionale, basato cioè su una ferrea
ripartizione in comunità religiose, complessivamente diciotto, e la
distribuzione in quote prefissate di tutti gli incarichi pubblici, di
qualsiasi livello. Ma secondo un censimento del 1926: e la forza
demografica dei musulmani è invece largamente maggiore di quella dei
cristiani. In più, la differenza tra musulmani sunniti e sciiti: con i
primi legati all'Arabia Saudita, e i secondi all'Iran, i due opposti
riferimenti della comunità islamica contemporanea. A fronte di una
simile complessità, è insensato attribuire responsabilità in bianco e
nero... siamo i nuovi ebrei. La ragione per cui l'unica cosa su cui i
libanesi concordano è il nostro diritto al ritorno, è che altrimenti
saremmo uno sconvolgimento per il loro equilibrio confessionale. Già in
Siria i palestinesi hanno gli stessi diritti dei siriani, con la sola
esclusione del voto. E in Giordania poi, sono completamente equiparati
ai giordani. L'instabilità di questo paese deriva dal sistema
confessionale, da una frammentazione che richiede il cemento di un
nemico - e dal colonialismo, naturalmente: passato e presente.
Rimanete comunque un onere economico insostenibile per un paese così
piccolo.
Il Libano ospita centinaia di migliaia di lavoratori stranieri. La
realtà è molto diversa. Per cominciare, siamo arrivati da un paese
economicamente e culturalmente più avanzato, rispetto a un Libano
dell'epoca essenzialmente rurale. I nostri imprenditori investirono qui
capitali e competenze. Rapidamente ricompensati con la cittadinanza:
tutto più semplice se si è ricchi - e in prevalenza cristiani. Ma anche
oggi, la presenza palestinese non ha affatto un impatto negativo. Gli
altri stranieri, penso i filippini al servizio delle famiglie di Beirut,
inviano in patria quanto guadagnano, per noi è il contrario. Viviamo di
rimesse dall'estero. E per il resto, produciamo e consumiamo qui. Più
milioni di dollari di indotto delle varie organizzazioni internazionali,
che acquistano ogni cosa sul mercato libanese. E tutto questo in cambio
di niente, perché non abbiamo la minima assistenza sociale. Anche quei
pochi con un lavoro vero: paghiamo tasse come tutti, contributi inclusi:
ma la copertura sociale, per gli stranieri, è subordinata alla
reciprocità. Niente pensione, niente assicurazione. Niente ferie e
malattie. Non è socialismo. Solo l'articolo 25 della Dichiarazione
Universale.
Ma senza diritto di voto e rappresentanza politica, come si conduce una
battaglia per le proprie rivendicazioni?
Con l'impegno su se stessi. Nei campi. Non abbiamo neppure libertà di
riunione e associazione. Ma alla fine questa è la nostra sola vita,
giorno dopo giorno. Abbiamo cominciato dagli orfani perché il dolore
potesse convertirsi in capacità di comprensione e dolcezza, cura,
attenzione per gli altri - non odio e rancore: perché siamo qui, ormai,
e l'unica è tentare di rendere l'inferno un po' migliore. Ma proprio in
questo si fa chiaro quanto la questione sia politica, e non umanitaria.
Dall'inizio, invece, si pensò di offrire ai palestinesi sistemazioni
alternative, e lasciare che il tempo sbiadisse il desiderio del ritorno.
Fu una scelta intenzionale. I terreni per i campi furono presi in fitto
per cento anni - ma la giustizia non è in vendita. E così, come
l'Unifil, l'Unrwa ha contribuito a congelare la situazione, e
trasformarci da rifugiati in ostaggi: né insediamento né ritorno: solo
sopravvivenza, mentre la politica è altrove. Ma vogliamo diritti, non
sacchi di riso. In un conflitto, separare la dimensione politica dalla
dimensione umanitaria significa semplicemente abdicare alla decisione,
alla responsabilità - assecondare i più forti. Solo noi palestinesi
siamo sottratti alla competenza dell'Alto Commissariato per i rifugiati.
Perché la tutela dei rifugiati è molto più ampia. E soprattutto, a
differenza dell'Unrwa, parla il linguaggio dei diritti, non
dell'assistenza. A partire dalla libertà di lavorare.
Il Libano è affollato anche di ong internazionali.
E infiniti altri sacchi di riso, sempre nel nome di una illusoria
neutralità - non a caso si trovano ormai a rimorchio delle cosiddette
missioni di pace, a garantire in sub-appalto che possiate bombardarci
vivi. E ong non tutte trasparenti, poi, è amaro dirlo. Alla fine, le
mani nel fango sono le nostre: ma i finanziamenti arrivano asciugati
delle spese più svariate - destinati alla sopravvivenza dei cooperanti,
invece che dei palestinesi. Ma soprattutto, moltissime ong insistono
testarde a occuparsi arbitrarie di cose di cui non abbiamo bisogno. Con
alcune eccezioni, penso la vostra Un Ponte Per... Ma in genere sbarcano
qui con progetti preconfezionati: semplicemente in cerca di manodopera
indigena. Una forma raffinata di colonialismo. E siamo costretti a
adeguare la nostra realtà alle loro teorie. Oggi per esempio non si
ottiene un dollaro senza includere prospettive di genere. La violenza
contro le donne, le discriminazioni contro le donne. La microimpresa
femminile. Ma una comunità è un'alchimia delicata. Non è insegnare alle
donne a ricamare tovaglie. E prima che lei mi classifichi il solito
musulmano retrogrado... Sono arabo e ateo. Ma ricamare tovaglie si
impara dalla nonna. Gratis.
A partire da Oslo, la questione dei rifugiati sembra essere sempre meno
una priorità, per l'Autorità Palestinese. Come fosse il punto su cui
maggiormente negoziare un compromesso, in nome della pace con Israele.
Ma è anche il momento di smentire una leggenda: perché non siamo mai
stati finanziariamente sostenuti dall'Autorità Palestinese, né prima
dall'Olp. Si dice in genere che dopo la guerra del Golfo, e le sue
sconsiderate opinioni su Saddam, i paesi arabi abbiano deviato su Hamas
le risorse prima concentrate su Arafat, costretto allora a tagliare
l'assistenza alla diaspora. Ma non è così. Arafat ha avuto molti meriti,
ma anche compiuto un errore fondamentale: confondere i confini tra
Fatah, l'Olp, e poi l'Autorità Palestinese. Le risorse dell'Autorità
Palestinese, da sempre, sono finite a Fatah. Ancora adesso, riceve
denaro solo chi è legato a Fatah o Hamas. Quelli come noi, nel mezzo, e
cioè la larga maggioranza, sono semplicemente dimenticati. Ma è il
momento di archiviare anche questa dicotomia Hamas-Fatah, e concentrarsi
un po' sulle cose serie. Il successo di Hamas è nell'inefficienza e
corruzione di Fatah: ma noi, da qui, non chiediamo che unità nazionale,
perché onestamente - vorrei smentire un altro mito: non credo che i
vertici di Hamas a Gaza siano alla fame. Non è vero che i negozi sono
vuoti. Dall'Egitto si contrabbanda di tutto. Solo che la guerra non è
mai uguale per tutti.
Non rimane che Hezbollah?
Diciamo così - certamente sono gli unici a non avere mai ucciso un
palestinese. Cercano di difenderci, ma intendiamoci, dal punto di vista
del diritto al ritorno, non per quanto riguarda la nostra condizione in
Libano. Il parlamento ha deciso all'unanimità, Hezbollah compreso, di
privarci del diritto di proprietà.
Ma alla fine - o i rifugiati rinunciano al diritto al ritorno, o Israele
rinuncia alla sua natura ebraica.
Molti dicono che siamo troppi, per una terra così piccola. Eppure
Israele continua ad accogliere nuovi immigrati da ogni angolo di mondo,
e garantire rigorosamente il diritto al ritorno per chiunque sventoli
una vecchia zia ebrea. Dunque non è un problema di sostenibilità, ma di
volontà. Prima del 1948, o meglio, prima della distorsione sionista
dell'ebraismo, vivevamo insieme senza problemi. Non capisco perché non
concentrare su questo la nostra capacità di immaginazione e innovazione,
su come tornare insieme, invece che su ripartizioni e percentuali, e
progetti surreali di circonvallazioni, e ponti e gallerie, paracadute,
paesi di sotto e di sopra. Il futuro non è in stati religiosi, né
islamici né ebraici. Non si tratta di rinunciare a niente, ma di
completarsi, e tornare a arricchirsi reciprocamente. Gli israeliani
hanno bisogno per loro stessi, non per noi, di riconoscere le proprie
responsabilità. Non capiscono che è stata la loro nakbah: la condanna a
uno stato permanente di eccezione, e guerra e paura, prigionieri dietro
un muro. E comunque, se proprio vogliono pensarla in termini di rinuncia
- hanno già al loro interno un'ampia minoranza araba: la rinuncia non è
alla natura ebraica, ma alla natura democratica di Israele.
*. Kassem Aina è il fondatore di Beit Aftal Assumoud, la prima
associazione dei rifugiati palestinesi in Libano. È stata concepita nel
1982 per una specie di adozione collettiva degli orfani di Sabra e
Chatila. Attiva in tutti i campi, è oggi la più ampia rete di assistenza
sociale e sanitaria - unico riferimento per 450mila persone. |