"Notizie dalla Terra Santa"


 

Anno IV,  Comunicato n. 31, del 5 febbraio 2009

 

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Quando il potere giustifica l’ingiustizia

 

José Miguel García, il sussidiario.net, mercoledì 4 febbraio 2009

 

 

La scorsa settimana con un gruppo di amici sono andato a visitare i resti archeologici della città di Sebasta, nell’antica Samaria. Il gruppo era formato da persone di differente nazionalità: italiani, tedeschi, brasiliani e spagnoli.

 

Siamo partiti da Gerusalemme presto, perché alcuni dovevano rientrare entro sera. Per chi non lo sapesse, la città di Sebaste si trova nella Cisgiordania. Questo vuol dire dover passare diversi check point israeliani. Molti di questi si trovano vicino a insediamenti ebrei nel territorio che appartiene all’autorità palestinese. L’ultimo che dovevamo passare, per esempio, si trovava a cinque minuti dalla nostra meta vicino all’insediamento di Shavei Shomron.

 

L’origine di questo insediamento risale al 1977: alcune famiglie ebree decisero di andare a vivere vicino a un luogo che considerano loro, per restare legati con la propria storia. Ricordo che la città di Samaria è stata la capitale del Regno del Nord. Per stabilirsi in un territorio che non era proprio, il governo di Menahen Begin espropriò quelle terre e le concesse alle famiglie ebree. Per proteggere questi ebrei è stanziato un contingente militare, che controlla il passaggio dei veicoli, e un’unità di polizia.

 

Quando siamo arrivati lì, prima delle 9 del mattino, la barriera era chiusa. La coda che andava nella nostra stessa direzione non era tanto lunga (circa 6 auto), ma presto se ne sono aggiunte quattro o cinque dietro di noi; la maggioranza avevano targa palestinese, pochi quella israeliana.

 

Dato che non sembrava muoversi nulla, abbiamo deciso di scendere dalle macchine per chiedere cosa stesse succedendo. Così abbiamo conosciuto alcune persone, tra cui un gruppo di militari e diplomatici inglesi, che avevano preso la stessa decisione. Sebbene i soldati, due giovani di circa 20 anni, non dessero alcuna spiegazione, la presenza dei militari e dei diplomatici inglesi sembrò impressionarli, e così dopo pochi minuti hanno aperto la barriera lasciando passari i veicoli in entrambe le direzioni.

 

Quando è arrivato il nostro turno, ci hanno detto di parcheggiare e aspettare. Dopo mezzora di attesa senza che quelli facessero una telefonata, né si avvicinassero a noi per darci qualche spiegazione, ci siamo avvicinati noi per chiedere cosa stesse succedendo. Tra noi c’era una ragazza che conosceva un po’ di ebraico e ha chiesto loro per quale motivo non ci lasciavano passare. Nessuna risposta. Gli abbiamo presentato i nostri passaporti, che non si sono degnati di guardare. Come unica risposta abbiamo ottenuto l’ordine di aspettare.

 

Davati alla situazione assurda che stavamo vivendo, uno degli italiani ha chiamato il consolato per sapere se ci fossero problemi nella zona, dato che esiste un ufficio che controlla tutti i check point. Così abbiamo saputo che non c’era alcun problema di sicurezza. Abbiamo chiesto allora di provare a sentire un superiore del settore militare. Dopo una decina di minuti ci hanno richiamato, dopo aver parlato con un capitano dell’esercito israeliano, e ci hanno chiesto di parlare con uno dei soldati.

 

La nostra amica si è avvicinata con il telefono dicendo ai soldati di parlare, per favore, al telefono con una persona del consolato italiano. Uno di loro ha preso in modo deciso il telefono e ha chiuso la chiamata senza dire una parola, restituendolo davanti allo stupore della nostra amica che non credeva ai suoi occhi.

 

Poco dopo, per dimostrare che lì comandavano loro, si sono avvicinati a noi e ci hanno detto che potevamo tornare a Gerusalemme e che da lì non saremmo passati. Tutti i nostri tentativi di ragionare, di spiegare, di convincerli a parlare con qualche superiore furono inutili; si scontravano contro il muro di irrazionalità arbitraria di chi sa di avere il potere.

 

Verso le 10:15 altri soldati hanno cominciato a uscire dall’insediamento. Nessuno sembrava stupido. Poco dopo è arrivata la polizia, chiamata da qualcuno dei soldati, per farci andar via dal luogo dove essi stessi ci avevano obbligato a parcheggiare. I poliziotti, più vecchi dei soldati, vedendo la situazione non sono intervenuti. Nel frattempo erano giunte altre auto di cooperanti stranieri, anch’essi obbligati a fermarsi davanti al nostro disappunto per il trattamento ingiusto che stavamo subendo, perché avevano fatto passare non solo la macchina degli inglesi, ma anche diverse delle Nazioni Unite e altre con la targa di Israele.

 

Che fare davanti a un potere autoritario, che non dà conto di quello che fa, che non ha bisogno di giustificare le decisioni che prende? L’indignazione è cresciuta una volta ancora. Qualcuno dei nostri amici ha commentato: se trattatano noi in questo modo, come tratteranno i palestinesi? Tra noi c’era un giornalista a cui abbiamo consigliato di denunciare in qualche servizio questa impunità con cui opera l’esercito israeliano. La risposta è stata netta: «Se vogliamo continuare a fare il servizio che siamo venuti a fare qui, non lo possiamo fare, perché ci ritirerebbero il visto. Per poter stare qui, bisogna sempre scendere a compromessi».

 

Dopo aver perso quasi due ore, abbiamo deciso di provare a passare da un altro check point. I cinque minuti che mancavano si sono trasformati in mezzora, ma siamo riusciti a passare. Siamo arrivati alla meta verso le 11:30. Eravamo partiti da Gerusalemme alle 7:30 e dovevamo fare un viaggio di poco più di un’ora, dato che Sebaste dista circa 100 km.

 

Cosa può portare alcuni giovani a operare in un modo così irrazionale e prepotente? Sicuramente l’esempio dei loro superiori e la propaganda dello Stato sionista. Tutto è consentito a un militare israeliano che serve la patria ebrea. Basta ricordare le tristi parole di Olmert davanti alle accuse di appropriazione e abusi che alcune organizzazioni internazionali hanno fatto contro l’esercito israeliano nella recente guerra di Gaza: «Sosterremo i nostri soldati, dato che tutto quello che hanno fatto è stato a servizio della nostra patria». Cioè, l’ingiustizia viene giustificata se è al servizio della nazione sionista di Israele.

 

Cosa resta dopo aver sperimentato sulla propria pelle le azioni di un potere arbitrario? Certamente l’inutile perdita di alcune ore, il costo di alcune telefonate infruttuose, l’ira che sorge per essere stati trattati ingiustamente, il disgusto di trovarsi davanti persone che abusano del potere e una crescente antipatia per l’esercito israeliano che rappresentano. Lo Stato di Israele farebbe bene a cercare di generare atteggiamenti meno dispotici tra i membri del suo esercito.

 

Link originale : http://www.ilsussidiario.net/articolo.aspx?articolo=11948

 Link questa pagina : http://www.terrasantalibera.org/poteregiustificaingiustizia.htm

 

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