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OLTRE LA VIOLENZA E LA NON-VIOLENZA:
LA RESISTENZA COME CULTURA
di Ramzy Baroud
Sabato, 31 luglio
2010
- Fonte:
http://www.globalresearch.ca
Traduzione per
www.comedonchisciotte.org a cura di JACKALOPE
La
resistenza non e’ una banda di uomini armati venuti dall’inferno
pronti a provocare una devastazione. Non e’ una cella di
terroristi che pianificano come fare esplodere gli edifici.
La vera resistenza e’ una cultura.
E’ la risposta collettiva all’oppressione.
Capire la vera natura della resistenza, tuttavia, non e’ facile.
Nessuna notizia potrebbe essere approfondita abbastanza, per
spiegare perche’ la gente, come un popolo, resista. Anche se un
cosi’ arduo compito fosse possibile, la notizia potrebbe non
volerlo trasmettere perche’ sarebbe direttamente in contrasto
con le interpretazioni tradizionali di violenza e di resistenza
non violenta.
La storia Afgana deve rimanere fedele allo stesso linguaggio:
Al-Qaeda e i Talebani. Il Libano, in termini di minaccia, deve
essere rappresentato dagli Hezbollah apoggiati dall’Iran. Hamas
in Palestina deve essere sempre mostrato come un gruppo militare
votato alla distruzione dello stato Ebraico. Ogni tentativo di
offrire una lettura alternativa equivale a simpatizzare con i
terroristi che giustificano la violenza. Una deliberata
confusione, e l’uso improprio della terminologia, lo ha reso
quasi impossibile da capire, e quindi quasi impossibile da usare
per risolvere i conflitti sanguinosi.
Anche coloro che dichiarano di simpatizzare per le nazioni che
resistono spesso contribuiscono alla confusione. Gli attivisti
provenienti da paesi occidentali tendono a seguire una
comprensione accademica di quanto sta accadendo in Palestina,
Iraq, Libano e Afghanistan. Quindi certe idee si perpetuano:
attentati suicidi male, resistenza non-violenta bene; razzi di
Hamas male, fionde bene, resistenza armata male, veglie di
fronte gli uffici della Croce Rossa bene. Molti attivisti citano
Martin Luther King Jr., ma non Malcolm X. Loro hanno una
profonda comprensione di Gandhi, ma non di Guevara.
Apparentemente questo ‘discorso strategico’ ha penalizzato molti
di cio’ che poteva essere una conoscenza precisa della
resistenza-sia come concetto che come cultura.
Tra il tradizionale riduzionismo concepito come resistenza
violenta e il terrorismo e ‘l’alternativa’ deturpazione di una
esperienza culturale stimolante e avvincente, la resistenza come
cultura e’ perduta. Queste due principali definizioni non
offrono altro che misere raffigurazioni. Entrambe mettono questi
tentativi di trasmettere il punto di vista della cultura di
resistenza quasi sempre sulla difensiva. Cosi’ abbiamo sentito
piu’ volte le stesse affermazioni, no, non siamo terroristi, no,
non siamo violenti, a dire il vero abbiamo una cultura ricca di
episodi di resistenza non violenta: no Hamas non e’ affiliata
con Al-Qaeda, no gli Hezbollah non sono agenti iraniani. Ironia
della sorte, gli scrittori israeliani, gli intellettuali e gli
accademici le sentono meno proprie della loro controparte
Palestinese, anche se i primi tendono a difendere l’aggressione
e la difesa di quest’ ultima, o almeno provano a spiegare la
loro resistenza alle aggressioni. E’ anche ironico il fatto che
invece di cercare di capire perche’ la gente resiste, molti
desiderano dibattere su come eliminare la loro resistenza.
Con la resistenza come cultura, mi riferisco alla spiegazione
della cultura di Edward Said, “cultura (come) un modo di
combattere contro l’estinzione e la cancellazione”. Quando le
culture resistono, non complottano o giocano alla politica. Ne’
brutalizzano sadicamente. Le loro decisioni- siano di impegnarsi
nella lotta armata o di utilizzare metodi non violenti, o di
colpire civili o non, o di cospirare con elementi stranieri o
no, sono (decisioni) puramente strategiche. Esse non sono
affatto di rilevanza diretta per l’idea o la stessa resistenza.
Il risultato di questi due suggerimenti e’ la manipolazione o la
semplice ignoranza.
Se la resistenza e’ “l’azione di opposizione a qualcosa che
disapproviamo o a qualcosa su cui siamo in disaccordo”, allora
la cultura della resistenza e’ quella che si verifica quando una
intera cultura raggiunge questa decisione collettiva di opporsi
a tali sgradevoli elementi- spesso un’occupazione straniera. La
decisione non e’ calcolata. Si e’ generata attraverso un lungo
processo nel quale la consapevolezza di se stessi,
l’affermazione di se stessi, le tradizioni, le esperienze
collettive, simboli e molti altri fattori interagiscono in modo
specifico. Questo potrebbe essere nuovo alla ricchezza delle
culture fatta dalle esperienze passate, ma e’ molto piu’ di un
processo interno.
E’ quasi come una reazione chimica, ma molto piu’ complessa dal
momento che non e’ sempre facile separare i suoi elementi. E non
e’ nemmeno semplice comprenderli pienamente, e, nel caso di un
esercito invasore, non e’ facile da reprimere. Ecco come ho
cercato di spiegare la prima rivolta Palestinese del 1987, che
ho vissuto interamente a Gaza:
“Non e’ facile isolare le date e gli eventi che innescano le
rivoluzioni popolari. Le collettive e genuine ribellioni non
possono essere razionalizzate applicando una linea coerente di
logica che passa tempo e spazio; e’ piu’ che altro il culmine
delle esperienze che uniscono l’individuo alla collettivita’,
il loro conscio e l’inconscio, i loro rapporti con le
immediate vicinanze e con le (vicinanze) non cosi’ immediate,
tutte si scontrano e esplodono in una furia che non puo’
essere soppressa”. (My Father Was A Freedom Fighter: Gaza’s
Untold Story, [“Mio padre era un combattente per la
liberta’: la storia non raccontata di Gaza” N.d.t.]).
Gli occupanti stranieri tendono a combattere la resistenza
popolare in vari modi. Uno include una svariata quantita’ di
violenza al fine di disorientare, distruggere e ricostruire una
nazione basandosi su una qualsiasi imagine desiderata (leggete
Shock economy di Naomi Klein).
Un’altra strategia e’ di indebolire le componenti che danno alla
cultura la sua unicita’ e la sua forza interiore - e quindi
dissinnescare la capacita’ di resistere della cultura. La prima
richiede l’uso della forza, mentre la seconda puo’ essere
raggiunta attraverso mezzi di controllo ‘soft’.
Molte nazioni del ‘terzo mondo’ che vantano la loro sovranita’
sono di fatto occupate, ma a causa della loro frammentaria e
sopraffatta cultura, attraverso la globalizzazione per esempio,
sono incapaci di comprendere la portata della loro tragedia e
dipendenza. Altri, che potrebbero effettivamente essere
occupati, spesso hanno una cultura di resistenza e questo rende
impossibile per i loro occupanti di raggiungere uno dei loro
obbiettivi desiderati.
A Gaza, in Palestina, mentre i media parlano all’infinito di
razzi e di sicurezza israeliana, e discutono su chi e’ veramente
responsabile di trattenere in ostaggio i Palestinesi nella
striscia, nessuna attenzione e’ rivolta ai bambini che vivono
nelle tende con le rovine delle case che hanno perso nell’ultima
offensiva israeliana. Questi ragazzi partecipano alla stessa
cultura di resistenza che Gaza e’ stata testimone negli ultimi 6
decenni. Con i loro computer disegnano combattenti con le armi,
bambini con le fionde, donne con le bandiere, cosi’ come
minacciosi carri armati israeliani e aerei da guerra, costellati
da tombe con la scritta 'martire’ e case distrutte. Ovunque, la
parola ‘vittoria’ e’ costantemente usata.
Quando ero in Iraq, ho assistito ad una versione locale dei
disegni di questi ragazzi. E mentre devo ancora vedere gli album
dei ritagli dei bambini afgani, posso facilmente immaginare
anche il loro contenuto.
Ramzy Baroud
(www.ramzybaroud.net)
e’ un giornalista internazionale e l’editore di
Palestinechronicle.com. Il suo ultimo libro e’ “My Father Was a
Freedom Fighter: Gaza's Untold Story” (Pluto Press, London). Ora
disponibile su amazon.com.
Titolo originale: "Beyond Violence and Non-Violence:
Resistance as a Culture"
Fonte: http://www.globalresearch.ca
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15.07.2010
Traduzione per Comedonchisciotte.org a cura di JACKALOPE
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