La Russia chiave di volta del sistema
multipolare
Editoriale del numero 1/2010 Eurasia
Rivista gennaio-marzo 2010
Tiberio Graziani - 19 aprile, 2010
Il nuovo
sistema multipolare è in fase di consolidamento. I principali attori
sono gli USA, la Cina, l’India e la Russia. Mentre l’Unione Europea è
completamente assente ed appiattita nel quadro delle indicazioni-diktat
provenienti da Washington e Londra, alcuni paesi dell’America
meridionale, in particolare il Venezuela, il Brasile, la Bolivia,
l’Argentina e l’Uruguay manifestano la loro ferma volontà di
partecipazione attiva alla costruzione del nuovo ordine mondiale. La
Russia, per la sua posizione centrale nella massa eurasiatica, per la
sua vasta estensione e per l’attuale orientamento impresso alla politica
estera dal tandem Putin-Medvedev, sarà, verosimilmente, la chiave di
volta della nuova struttura planetaria. Ma, per adempiere a questa
funzione epocale, essa dovrà superare alcuni problemi interni: primi fra
tutti, quelli riguardanti la questione demografica e la modernizzazione
del Paese, mentre, sul piano internazionale, dovrà consolidare i
rapporti con la Cina e l’India, instaurare al più presto una intesa
strategica con la Turchia e il Giappone. Soprattutto, dovrà chiarire la
propria posizione nel Vicino e Medio Oriente.
Considerazioni
sullo scenario attuale
Ai fini di una veloce disamina dell’attuale scenario mondiale e per
meglio comprendere le dinamiche in essere che lo configurano, proponiamo
una classificazione degli attori in gioco, considerandoli sia per la
funzione che svolgono nel proprio spazio geopolitico o sfera
d’influenza, sia come entità suscettibili di profonde evoluzioni in base
a specifiche variabili.
Il presente quadro internazionale ci mostra almeno tre classi principali
di attori. Gli attori egemoni, gli attori emergenti e infine il gruppo
degli inseguitori e dei subordinati. A queste tre categorie occorre, per
ragioni analitiche, aggiungerne una quarta, costituita da quelle nazioni
che, escluse, per motivi diversi, dal gioco della politica mondiale,
sono in cerca di un ruolo.
Gli attori egemoni
Al primo gruppo appartengono
quei paesi che per la particolare postura geopolitica, che li identifica
come aree
pivot,
o per la proiezione della forza militare o di quella economica
determinano le scelte e i rapporti internazionali delle restanti
nazioni. Gli attori egemoni inoltre influenzano direttamente anche
alcune organizzazioni globali, fra cui il Fondo Monetario Internazionale
(FMI), la Banca Mondiale (BM) e l’Organizzazione delle Nazioni Unite
(ONU). Tra le nazioni che presentano tali caratteristiche, pur con
sfumature diverse, possiamo annoverare gli USA, la Cina, l’India e la
Russia.
La funzione geopolitica attualmente esercitata dagli USA è quella di
costituire il centro fisico e la guida del sistema occidentale nato alla
fine del secondo conflitto mondiale. La caratteristica principale della
nazione nordamericana, in rapporto al resto del pianeta, è data dal suo
espansionismo, attuato con una particolare aggressività e la messa in
campo di dispositivi militari su scala globale. Il carattere
imperialista dovuto alla sua specifica condizione di potenza marittima
le impone comportamenti colonialisti verso vaste porzioni di quello che
considera impropriamente il suo spazio geopolitico (1). Le variabili che
potrebbero determinare un cambio di ruolo degli USA sono essenzialmente
tre: a) la crisi strutturale dell’economia neoliberista; b)
l’elefantiasi imperialista; c) le potenziali tensioni con il Giappone,
l’Europa e alcuni Paesi dell’America centromeridionale.
La Cina, l’India e la Russia, in quanto nazioni-continente a vocazione
terrestre, ambiscono a svolgere le loro rispettive funzioni
macroregionali nell’ambito eurasiatico sulla base di un comune
orientamento geopolitico, peraltro in fase avanzata di strutturazione.
Tali funzioni, tuttavia, vengono condizionate da alcune variabili, tra
le quali evidenziamo:
1.
le
politiche di modernizzazione;
2.
le tensioni dovute alle disomogeneità sociali, culturali ed etniche
all’interno dei propri spazi;
3.
la questione demografica che impone adeguate e diversificate soluzioni
per i tre paesi.
Per quanto riguarda la variabile relativa alle politiche di
modernizzazione, osserviamo che essendo queste troppo interrelate per
gli aspetti economico-finanziari con il sistema occidentale, in
particolare modo con gli USA, tolgono alle nazioni eurasiatiche sovente
l’iniziativa nell’agone internazionale, le espongono alle pressioni del
sistema internazionale, costituito principalmente dalla triade ONU, FMI
e BM (2) e, soprattutto, impongono loro il principio
dell’interdipendenza economica, storico fulcro della espansione
economica degli USA. In rapporto alla seconda variabile, notiamo che la
scarsa attenzione che Mosca, Beijing e Nuova Delhi prestano verso il
contenimento o la soluzione delle rispettive tensioni endogene offre al
loro antagonista principale, gli USA, occasioni per indebolire il
prestigio dei governi ed ostacolare la strutturazione dello spazio
eurasiatico. Infine, considerando la terza variabile, riteniamo che
politiche demografiche non coordinate tra le tre potenze eurasiatiche,
in particolare quelle tra la Russia e la Cina, potrebbero, nel lungo
periodo creare contrasti per la realizzazione di un sistema continentale
equilibrato.
I rapporti tra i membri di questa classe decidono le regole principali
della politica mondiale.
In considerazione della presenza di ben 4 nazioni-continente (tre
nazioni eurasiatiche ed una nordamericana) è possibile definire l’
attuale sistema geopolitico come multipolare.
Gli attori emergenti
La categoria degli attori
emergenti raggruppa, invece, quelle nazioni che, valorizzando
particolari
atout
geopolitici o geostrategici, cercano di smarcarsi dalle decisioni
imposte loro da uno o da più membri del ristretto
club
del primo tipo. Mentre lo scopo immediato degli emergenti consiste nella
ricerca di una autonomia regionale e, dunque, nell’uscita dalla sfera
d’influenza della potenza egemone, da attuarsi principalmente mediante
articolate intese ed alleanze regionali, transregionali ed
extra-continentali, quello strategico è costituto dalla partecipazione
attiva al gioco delle decisioni regionali e persino mondiali. Fra i
paesi che assumono sempre più la connotazione di attori emergenti,
possiamo enumerare il Venezuela, il Brasile, la Bolivia, l’Argentina e
l’Uruguay, la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan, il Giappone di Yukio
Hatoyama e, seppur con qualche limitazione, il Pakistan. Tutti questi
paesi appartengono di fatto al sistema geopolitico cosiddetto
“occidentale”, guidato da Washington. Il fatto che molte nazioni di
quello che nel periodo bipolare era considerato un sistema coeso possano
essere considerate emergenti e quindi entità suscettibili di concorrere
alla costituzione di nuovi poli di aggregazione geopolitica induce a
pensare che l’edifico messo a punto dagli USA e dalla Gran Bretagna,
così come lo conosciamo, sia di fatto in via di estinzione oppure in una
fase di profonda evoluzione. La crescente “militarizzazione” che la
nazione guida impone ai rapporti bilaterali con questi paesi sembra
sostanziare la seconda ipotesi. La comune visione continentale degli
emergenti sudamericani e la realizzazione di importanti accordi
economici, commerciali e militari costituiscono gli elementi base per
configurare lo spazio sudamericano quale futuro polo del nuovo ordine
mondiale (3).
Gli attori emergenti aumentano
i loro gradi di libertà in relazione alle alleanze ed alle frizioni tra
i membri del
club
degli egemoni ed alla coscienza geopolitica delle proprie classi
dirigenti.
Il numero degli attori emergenti e la loro collocazione nei due emisferi
settentrionale (Turchia e Giappone) e meridionale (paesi
latinoamericani) oltre ad accelerare il consolidamento del nuovo sistema
multipolare ne delineano i due assi principali: l’Eurasia e l’America
indiolatina.
Gli
inseguitori-subordinati e i subordinati
La designazione di attori
inseguitori e subordinati, qui proposta, intende sottolineare le
potenzialità geopolitiche degli appartenenti a questa classe in rapporto
al loro passaggio alle altre. Sono da considerare
inseguitori-subordinati quegli attori che ritengono utile, per affinità,
interessi vari o particolari condizioni storiche, far parte della sfera
d’influenza di una delle nazioni egemoni. Gli inseguitori-subordinati
riconoscono all’egemone il ruolo di nazione guida. Tra questi possiamo
menzionare ad esempio la Repubblica sudafricana, l’Arabia saudita, la
Giordania, l’Egitto, la Corea del Sud. I subordinati di questo tipo,
giacché “seguono” gli USA quale nazione guida, a meno di rivolgimenti
provocati o gestiti da altri, ne condivideranno il destino geopolitico.
Il rapporto che intercorre tra questi attori e il paese egemone è di
tipo,
mutatis mutandis,
vassallatico.
Sono invece subordinati
tout court
quegli attori che, esterni al naturale spazio geopolitico dell’egemone,
ne subiscono il dominio. La classe dei paesi subordinati è
contraddistinta dall’assenza di una coscienza geopolitica autonoma o,
meglio ancora, dalla incapacità delle classi dirigenti di valorizzare
gli elementi minimi e sufficienti per proporre e dunque elaborare una
propria dottrina geopolitica. Le ragioni di questa assenza sono
molteplici e varie, fra di esse possiamo menzionare la frammentazione
dello spazio geopolitico in troppe entità statali, la colonizzazione
culturale, politica e militare esercitata dall’egemone, la dipendenza
economica verso il paese dominante, le particolari e strette relazioni
che intercorrono tra l’attore egemone globale e i ceti dirigenti
nazionali i quali, configurandosi come vere e proprie oligarchie, sono
preoccupati più della propria sopravvivenza piuttosto che degli
interessi popolari e nazionali che dovrebbero rappresentare e sostenere.
Le nazioni che costituiscono l’Unione Europea rientrano in questa
categoria, ad eccezione della Gran Bretagna per la nota
special relationship
che intrattiene con gli USA (4).
L’appartenenza dell’Unione Europea a questa classe di attori è dovuta
alla sua situazione geopolitica e geostrategica. Nell’ambito delle
dottrine geopolitiche statunitensi, l’Europa è sempre stata considerata,
fin dallo scoppio del secondo conflitto mondiale, una testa di ponte
protesa verso il centro della massa eurasiatica (5). Tale ruolo
condiziona i rapporti tra l’Unione Europea e i Paesi esterni al sistema
occidentale, in primo luogo la Russia e i Paesi del Vicino e Medio
Oriente. Oltre a determinare, inoltre, il sistema di difesa della UE e
le sue alleanze militari, questo particolare ruolo influenza, spesso
anche profondamente, la politica interna e le strategie economiche dei
suoi membri, in particolare quelle concernenti l’approvvigionamento di
risorse energetiche (6) e di materiali strategici, nonché le scelte in
materia di ricerca e sviluppo tecnologico. La situazione geopolitica
dell’Unione Europea pare essersi ulteriormente aggravata con il nuovo
corso impresso da Sarkozy e dalla Merkel alle rispettive politiche
estere, volte più alla costituzione di un mercato transatlantico che al
rafforzamento di quello europeo.
Le variabili che potrebbero
permettere, nell’attuale momento, ai paesi membri dell’Unione Europea di
passare alla categoria degli emergenti concernono la qualità ed il grado
di intensificazione delle loro relazioni con Mosca in rapporto alla
questione dell’approvvigionamento energetico (North
e
South Stream),
alla questione sulla sicurezza (NATO) ed alla politica vicino e
mediorientale (Iràn, Israele). Che quanto appena scritto sia possibile è
fornito dal caso della Turchia. Nonostante l’ipoteca NATO che la vincola
al sistema occidentale, Ankara, facendo leva proprio sui rapporti con
Mosca per quanto concerne la questione energetica, ed assumendo,
rispetto alle direttive di Washington, una posizione eccentrica sulla
questione israelo-palestinese, è sulla via dell’emancipazione dalla
tutela nordamericana (7).
Gli inseguitori e i subordinati, a causa della loro debolezza,
rappresentano il possibile terreno di scontro sul quale potrebbero
confrontarsi i poli del nuovo ordine mondiale.
Gli esclusi
Nella categoria degli esclusi
rientrano logicamente tutti gli altri stati. Da un punto di vista
geostrategico, gli esclusi costituiscono un ostacolo alle mire di uno o
più attori degli attori egemoni. Tra gli appartenenti a questo gruppo un
particolare rilievo assumono, in rapporto agli USA ed al nuovo sistema
multipolare, la Siria, l’Iràn, il Myanmar e la Corea del Nord. Nel
quadro della strategia statunitense per l’accerchiamento della massa
eurasiatica, infatti, il controllo delle aree attualmente presidiate da
queste nazioni rappresenta un obiettivo prioritario da raggiungere nel
breve medio periodo. La Siria e l’Iràn si frappongono alla realizzazione
del progetto nordamericano del
Nuovo grande medio Oriente,
cioè del controllo totale sulla lunga e larga fascia che dal Marocco
arriva fino alle repubbliche centroasiatiche, vero
soft
underbelly
dell’Eurasia; il Myanmar costituisce una potenziale via d’accesso nello
spazio sino-indiano a partire dall’Oceano Indiano e una postazione
strategica per il controllo del Golfo del Bengala e del Mar delle
Andamane; la Corea del Nord, oltre ad essere una via d’accesso verso la
Cina e la Russia, insieme al resto della penisola coreana (Corea del
Sud) costituisce una base strategica per il controllo del Mar Giallo e
del Mar del Giappone.
Gli esclusi sopra citati, in
base alle relazioni che coltivano con i nuovi attori egemoni (Cina,
India, Russia) e con alcuni emergenti potrebbero rientrare nel gioco
della politica mondiale ed assumere, pertanto, un importante ruolo
funzionale nel quadro del nuovo sistema multipolare. È questo il caso
dell’Iràn. L’Iràn gode dello
status
di paese osservatore nell’ambito dell’Organizzazione del trattato di
sicurezza collettiva (OTSC), da molti analisti considerata la risposta
russa alla NATO, ed è candidato all’ingresso nell’ Organizzazione per la
cooperazione di Shanghai (OCS), tra i cui membri figurano la Russia, la
Cina e le repubbliche centroasiatiche, inoltre ha solide relazioni
economico-commerciali con i maggiori paesi dell’America indiolatina.
La riscrittura delle nuove
regole
I paesi che appartengono alla classe degli attori egemoni sopra
delineata mirano a proiettare, per la prima volta dopo la lunga stagione
bipolare e la breve fase unipolare, la propria influenza sull’intero
pianeta con lo scopo di concorrere, con percorsi e finalità specifiche,
alla realizzazione del nuovo assetto geopolitico globale. Alla fine del
primo decennio del XXI secolo si assiste dunque al ritorno della
politica mondiale, articolata, questa volta, su base continentale (8).
La posta in gioco è costituita, non solo dall’accaparramento delle
risorse energetiche e delle materie prime, dal presidio di importanti
snodi geostrategici, ma soprattutto, stante il numero degli attori e la
complessità dello scenario mondiale, dalla riscrittura di nuove regole.
Queste regole, risultanti dalla delimitazione di nuove sfere
d’influenza, definiranno, verosimilmente per un lungo periodo, le
relazioni fra gli attori continentali e quindi anche un nuovo diritto.
Non più un diritto inter-nazionale esclusivamente costruito sulle
ideologie occidentali, sostanzialmente basato sul diritto di
cittadinanza quale si è sviluppato a partire dalla Rivoluzione francese
e sul concetto di stato-nazione, bensì un diritto che tenga conto delle
sovranità politiche così come concretamente si manifestano e strutturano
nei diversi ambiti culturali dell’intero pianeta.
Gli USA, benché tuttora
versino in uno stato di profonda prostrazione causato da una complessa
crisi economico-finanziaria (che ha evidenziato, peraltro, carenze e
debolezze strutturali della potenza bioceanica e dell’intero sistema
occidentale), dalla perdurante
impasse
militare nel teatro afgano e dalla perdita del controllo di vaste
porzioni dell’America meridionale, proseguono tuttavia, in continuità
con le dottrine geopolitiche degli ultimi anni, nell’azione di pressione
nei confronti della Russia. Nell’attuale momento, la destrutturazione
della Russia, o perlomeno il suo indebolimento, rappresenterebbe per gli
Stati Uniti, non solo un obiettivo che insegue almeno dal 1945, ma anche
un’occasione per guadagnare tempo e porre rimedi efficaci per la
soluzione della propria crisi interna e la riformulazione del sistema
occidentale.
È proprio tenendo ben presente tale obiettivo che risulta più agevole
interpretare la politica estera adottata recentemente
dall’amministrazione Obama nei confronti di Beijing e Nuova Delhi. Una
politica che, ancorché tesa a ricreare un clima di fiducia tra le due
potenze eurasiatiche e gli Stati Uniti, non pare affatto dare i
risultati sperati, a ragione dell’eccessivo pragmatismo e dell’esagerata
spregiudicatezza che sembrano caratterizzare sia il presidente Barack
Obama, sia il suo Segretario di Stato, Hillary Rodham Clinton. Un
esempio della spregiudicatezza e del pragmatismo, nonché della scarsa
diplomazia, tra i tanti, è quello relativo ai rapporti contrastanti che
Washington ha intrattenuto recentemente col Dalai Lama e con Beijing.
Tali comportamenti, date le
condizioni di debolezza in cui versa l’ex
hyperpuissance,
sono un tratto della stanchezza e del nervosismo con cui l’attuale
leadership
statunitense cerca di affrontare e tamponare la progressiva ascesa delle
maggiori nazioni eurasiatiche e la riaffermazione della Russia quale
potenza mondiale. Le relazioni che Washington coltiva con Beijing e
Nuova Delhi corrono su due binari. Da una parte gli USA cercano, sulla
base del principio di interdipendenza economica e tramite la messa in
campo di specifiche politiche finanziarie e monetarie di inserire la
Cina e l’India nell’ambito di quello che essi designano il sistema
globale. Questo sistema in realtà è la proiezione di quello occidentale
su scala planetaria, giacché le regole su cui si baserebbe sono proprio
quelle di quest’ultimo. D’altra parte, attraverso una continua e
pressante campagna denigratoria, la potenza statunitense tenta di
screditare i governi delle due nazioni eurasiatiche e di
destabilizzarle, facendo leva sulle contraddizioni e sulle tensioni
interne. La strategia attuale è sostanzialmente la versione aggiornata
della politica detta del
congagement
(containment,
engagement),
applicata, questa volta, non solo alla Cina ma anche, parzialmente,
all’India.
Tuttavia, va sottolineato che il dato certo di questa amministrazione
democratica, insediatasi a Washington nel gennaio del 2009, è la
crescente militarizzazione con cui tende a condizionare i rapporti con
Mosca. Al di là della retorica pacifista, il premio Nobel Obama segue
infatti, ai fini del raggiungimento dell’egemonia globale, le
linee-guida tracciate dalle precedenti amministrazioni, che si riducono,
in estrema sintesi a due: a) potenziamento ed estensione dei presidi
militari; b) balcanizzazione dell’intero pianeta lungo linee etniche,
religiose e culturali.
A fronte della chiara e
manifesta tendenza degli USA al dominio mondiale – negli ultimi tempi
marcatamente sorretta dal
corpus
ideologico-religioso veterotestamentario (9), piuttosto che da una
accurata analisi dell’attuale momento improntata alla
Realpolitik
– Cina, India e Russia, al contrario, paiono essere ben consapevoli
delle condizioni odierne che li chiamano ad una assunzione di
responsabilità sia a livello continentale che globale. Tale assunzione
pare esplicarsi per il tramite delle azioni tese alla realizzazione di
una maggiore e meglio articolata integrazione eurasiatica, nonché al
sostegno delle politiche procontinentali dei paesi sudamericani.
La centralità della Russia
La ritrovata statura mondiale della Russia quale protagonista dello
scenario globale impone alcune riflessioni d’ordine analitico per
comprenderne il posizionamento nei distinti ambiti continentale e
globale, nonché le variabili che potrebbero modificarlo nel breve e
medio periodo.
Mentre in relazione alla massa
euroafroasiatica il ruolo centrale della Russia quale suo
heartland,
così come venne sostanzialmente formulato da Mackinder, viene
riconfermato dall’attuale quadro internazionale, più problematica e più
complessa risulta essere invece la sua funzione nel processo di
consolidamento del nuovo sistema multipolare.
Spina dorsale dell’Eurasia
e ponte eurasiatico tra Giappone e Europa
Gli elementi che hanno permesso alla Russia di riaffermare la sua
importanza nel contesto eurasiatico, molto schematicamente, sono:
1.
riappropriazione da parte dello Stato di alcune industrie strategiche;
2.
contenimento delle spinte secessionistiche;
3.
uso “geopolitico” delle risorse energetiche;
4.
politica volta al recupero dell’ “estero vicino”;
5.
costituzione del partenariato Russia-NATO, quale tavolo di discussione
volto a contenere il processo di allargamento del dispositivo militare
atlantico;
6.
tessitura di relazioni su scala continentale, volte ad una integrazione
con le repubbliche centroasiatiche, la Cina e l’India;
7.
costituzione e qualificazione di apparati di sicurezza collettiva (OTSC
e OCS).
Se la gestione prima di Putin ed ora di Medvedev dell’aggregato di
elementi sopra considerati ha mostrato, nelle presenti condizioni
storiche, il ruolo della Russia quale spina dorsale dell’Eurasia, e
dunque quale area gravitazionale di qualunque processo volto
all’integrazione continentale, tuttavia non ne ha messo in evidenza un
carattere strutturale, importante per i rapporti russo-europei e
russo-giapponesi, quello di essere il ponte eurasiatico tra la penisola
europea e l’arco insulare costituito dal Giappone.
La Russia considerata come
ponte eurasiatico tra l’Europa e il Giappone obbliga il Cremlino ad una
scelta strategica decisiva per gli sviluppi del futuro scenario
mondiale, quella della destrutturazione del sistema occidentale. Mosca
può conseguire tale obiettivo con successo, nel medio e lungo periodo,
intensificando le relazioni che coltiva con Ankara per quanto concerne
le grandi infrastrutture (South
Stream)
e avviandone di nuove in rapporto alla sicurezza collettiva. Accordi di
questo tipo provocherebbero di certo un terremoto nell’intera Unione
Europea, costringendo i governi europei a prendere una posizione netta
tra l’accettazione di una maggiore subordinazione agli interessi
statunitensi o la prospettiva di un partenariato euro-russo (in pratica
eurasiatico, considerando i rapporti tra Mosca, Pechino e Nuova Delhi),
più rispondente agli interessi delle nazioni e dei popoli europei (10).
Una iniziativa analoga Mosca dovrebbe prenderla con il Giappone,
inserendosi quale partner strategico nel contesto delle nuove relazioni
tra Pechino e Tokyo e, soprattutto, avviando, sempre insieme alla Cina,
un appropriato processo di integrazione del Giappone nel sistema di
sicurezza eurasiatico nell’ambito dell’Organizzazione per la
Cooperazione di Shanghai (11).
Chiave di volta del nuovo
ordine mondiale
In rapporto al nuovo ordine multipolare, la Russia sembra possedere gli
elementi base per adempiere a una funzione epocale, quella di chiave di
volta dell’intero sistema. Uno degli elementi è costituito proprio dalla
sua centralità in ambito eurasiatico come più sopra è stato esposto,
altri dipendono dai suoi rapporti con i paesi dell’America meridionale,
dalla sua politica vicino e mediorientale e dal suo rinnovato interesse
per la zona artica. Questi quattro fattori diventano problematici,
giacché strettamente collegati all’evoluzione delle relazioni che
intercorrono tra Mosca e Pechino. La Cina, come noto, ha stretto, al
pari della Russia, solide alleanze economico-commerciali con i paesi
emergenti dell’America indiolatina, conduce nel Vicino e Medio Oriente
una politica di pieno sostegno all’Iràn, manifesta inoltre una grande
attenzione verso i territori siberiani ed artici (12). Considerando
quanto appena ricordato, se le relazioni tra Pechino e Mosca si
sviluppano in senso ancora più accentuatamente eurasiatico, prefigurando
una sorta di alleanza strategica tra i due colossi, il consolidamento
del nuovo sistema multipolare beneficerà di una accelerazione, in caso
contrario, esso subirà un rallentamento o entrerà in una situazione di
stallo. Il rallentamento o la situazione di stallo fornirebbe il tempo
necessario al sistema occidentale per riconfigurarsi e per rientrare,
quindi, in gioco alla pari con gli altri attori.
Il nodo di Gordio del
Vicino e Medio Oriente – l’obbligo di una scelta di campo
Tra gli elementi sopra
considerati, relativi al ruolo globale che la Russia potrebbe svolgere,
la politica vicino e mediorientale del Cremlino sembra essere quella più
problematica. Ciò a causa dell’importanza che questo scacchiere
rappresenta nel quadro generale del grande gioco mondiale e per il
significato particolare che ha assunto, a partire dalla crisi di Suez
del 1956, in seno alle dottrine geopolitiche statunitensi. Come si
ricorderà, la politica russa o meglio sovietica nel Vicino Oriente, dopo
un primo orientamento pro-sionista degli anni 1947 – 48, peraltro
trascinatasi fino al febbraio del 1953, quando si consumò la rottura
formale tra Mosca e Tel Aviv, si volse decisamente verso il mondo arabo.
Nel sistema di alleanze dell’epoca, l’Egitto di Nasser divenne il paese
fulcro di questa nuova direzione del Cremlino, mentre il neostato
sionista rappresentò lo
special partner
di Washington. Tra alti e bassi la Russia, dopo la liquefazione
dell’URSS, mantenne questo orientamento filoarabo, seppur con qualche
difficoltà. Nel mutato quadro regionale, determinato da tre eventi
principali: a) inserimento dell’Egitto nella sfera d’influenza
statunitense; b) eliminazione dell’Iraq; c) perturbazione dell’area
afgana che testimoniano l’arretramento dell’influenza russa nella
regione e il contestuale avanzamento, anche militare, degli USA, il
paese fulcro della politica vicino e mediorientale russa è rappresentato
logicamente dalla Repubblica islamica dell’Iràn.
Mentre ciò è stato ampiamente compreso da Pechino, nel quadro della
strategia volta al suo rafforzamento nella massa continentale
euroafroasiatica, lo stesso non si può dire di Mosca. Se il Cremlino non
si affretta a dichiarare apertamente la sua scelta di campo a favore di
Teheran, adoperandosi in tal modo a tagliare quel nodo di Gordio che è
costituito dalla relazione tra Washington e Tel Aviv, correrà il rischio
di vanificare il suo potenziale ruolo nel nuovo ordine mondiale.
1.
Il sistema occidentale, così come si è affermato dal 1945 ai nostri
giorni, è strutturalmente composto da due principali e distinti spazi
geopolitici, quello angloamericano e quello dell’America indiolatina,
cui si aggiungono porzioni di quello eurasiatico. Quest’ultime sono
costituite dall’Europa (penisola eurasiatica o cerniera
euroafroasiatica) e dal Giappone (arco insulare eurasiatico). L’America
indiolatina, l’Europa e il Giappone sono pertanto da considerarsi, in
rapporto al sistema “occidentale”, più propriamente, sfere d’influenza
della potenza d’oltreoceano.
2.
L’ONU, il FMI e la BM, nell’ambito del confronto tra il sistema
occidentale a guida statunitense e le potenze eurasiatiche, svolgono di
fatto la funzione di dispositivi geopolitici per conto di Washington.
3. Per quanto riguarda la riscoperta della vocazione
continentale dell’America centromeridionale nell’ambito del dibattito
geopolitico, maturato in relazione all’ondata globalizzatrice degli
ultimi venti anni, si rimanda, tra gli altri, ai lavori di Luiz A. Moniz
Bandeira, Alberto Buela, Marcelo Gullo, Helio Jaguaribe, Carlos Pereyra
Mele, Samuel Pinheiro Guimares, Bernardo Quagliotti De Bellis; si
segnala, inoltre, la recente pubblicazione,
Diccionario
latinoamericano de seguridad y geopolitíca
(direzione editoriale a cura di
Miguel Ángel
Barrios), Buenos Aires 2009.
4. Luca Bellocchio,
L’eterna
alleanza? La
special
relationship
angloamericana tra continuità e mutamento,
Milano 2006.
5.
Per analoghe motivazioni geostrategiche, sempre relative
all’accerchiamento della massa eurasiatica, gli USA considerano anche il
Giappone una loro testa di ponte, speculare a quella europea.
6.
Nello specifico settore del gas e del petrolio, l’influenza statunitense
e, in parte, britannica determinano la scelta dei membri dell’UE
riguardo ai partner extraeuropei, alle rotte per il trasporto delle
risorse energetiche ed alla progettazione delle relative infrastrutture.
7. Un approccio teorico relativo ai processi di
transizione di uno Stato da una posizione di subordinazione ad una di
autonomia rispetto alla sfera di influenza in cui è incardinato è stato
trattato recentemente dall’argentino Marcelo Gullo, nel saggio
La
insurbodinación fundante. Breve historia de la costrucción del poder de
las naciones,
Buenos Aires 2008.
8. Significativi, a tal proposito, i richiami costanti
di Caracas, Buenos Aires e Brasilia all’unità continentale.
Nell’appassionato discorso di insediamento alla presidenza dell’Uruguay,
tenuto all’Assemblea generale del parlamento nazionale il 1 marzo del
2010, il neoeletto José Mujica Cordano, ex tupamaro, ha sottolineato con
vigore che “Somos
una familia balcanizada, que quiere juntarse, pero no puede. Hicimos,
tal vez, muchos hermosos países, pero seguimos fracasando en hacer la
Patria Grande. Por lo menos hasta ahora. No perdemos la esperanza,
porque aún están vivos los sentimientos: desde el Río Bravo a las
Malvinas vive una sola nación, la nación latino-americana”.
9. Ciò anche in considerazione della politica
“prosionista” che Washington porta avanti nel Vicino e Medio Oriente. Si
veda a tal proposito il lungo saggio di John J. Mearsheimer e Stephen M.
Walt,
La Israel
lobby e la politica estera americana,
Milano, 2007.
10. Una ipotesi di partenariato euro-russo, basato
sull’asse Parigi-Berlino-Mosca, venne proposta, in un contesto diverso
da quello attuale, nel brillante saggio di Henri De Grossouvre,
Paris, Berlin,
Moscou. La voie de la paix et de l’independénce,
Lausanne 2002.
11. L’allargamento delle strutture continentali (globali
nel caso della NATO) di sicurezza e difesa sembra essere un indice del
grado di consolidamento del sistema multipolare. Oltre la NATO, la OTSC
e le iniziative in ambito OCS, occorre ricordare anche il
Consejo de
Defensa Suramericano
(CDS)
de la Unión de
Naciones Suramericanas
(UNASUR).
12. Linda Jakobson,
China prepares
for an ice-free Arctic,
Sipri Insights on Peace and Securiry, no. 2010/2 March 2010.
http://www.eurasia-rivista.org/3861/la-russia-chiave-di-volta-del-sistema-multipolare
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