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Questa Redazione, pur non condividendo sempre e necessariamente tutte le dichiarazioni degli autori nei testi citati, reputa che esse siano comunque utili fonti di informazione e riflessione. Non omologati in alcun schieramento, in rispetto della libertà di pensiero e d'espressione garantite costituzionalmente, riteniamo giusto dare spazio a molte voci del dissenso, altrove negate.

Wikileaks: tra scoop e bluff?

Cui prodest? A chi giova?

Filippo Fortunato Pilato - Redazione TerraSantaLibera 2 dicembre 2010

 

 

In un intricatissimo puzzle di verità e documenti scottanti, molti inediti, ma che sostanzialmente non dicono nulla che già non si sapesse, e che non cambiano le relazioni tra Stati, si assiste alla rappresentazione di copioni per lo più scontati: dall'indignazione del perbenismo politicamente corretto, alla speculazione strumentale politica a senso unico per ridicolizzare il nemico (se ad essere colpiti dal gossip sono i propri avversari politici, indipendentemente dal danno che ne subisce la propria Nazione), all'esaltazione dell'unità globale tra Nazioni (preludio del NWO) per far fronte alla "nuova Al-Qaeda informatica",  all'enfasi mal celata di coloro che da questa campagna propagandistica hanno tutto da guadagnare: a cominciare dai bankers-gangsters dell'alta finanza apolide e rapace, che sulle macerie costruiscono le loro fortune, per continuare con i mafiosi del petrolio e con coloro che stanno già affilando le armi per l'assalto all'ultima frontiera da abbattere, per coronare finalmente il proprio sogno d'egemonia messianica (spuria).

 

Assange un perseguitato? Vista la visibilità ed importanza che gli si è data, mobilitando editoria, redazioni giornalistiche e parlamenti, si direbbe proprio il contrario. Magari per dare più credibilità a tutto lo show gli faranno fare anche un po' di galera, e se non servirà più lo elimineranno fisicamente, ma alla fine vincerà il Pulitzer.

 

La verità non sempre è quella che appare, e far diventare un portale web l'ago della bilancia per le battaglie sociali e le sorti dei popoli con i loro governi è eccessivo ed è stravolgere la funzione di un servizio, tra tanti, per attribuirgli ruoli che non ha e non gli competono. Addirittura in certe situazioni limite, e da parte di alcuni faziosi Member of the Parlament, si è giunti a chiedere, ad altrettanti MP seduti al governo, di dare spiegazione e soddisfazione quanto ai pettegolezzi di palazzo (ce ne fossero pochi...) riportati da Wikileaks (WL). Come se le cause politiche di una Nazione dipendessero da questa o quell'indiscrezione di blogghisti in rete e sui social networks e non dalla realpolitik di fatti concreti e legittimi.

Tali comportamenti strumentali, alla Tonino manetta Robespierre, danno la misura dell'effetto provocato dalla causa WL.

 

Della maggior parte delle notizie contenute nei documenti resi noti, quasi tutti obsoleti e datati, d'altronde il web era già pieno.

Pochi sono coloro che hanno fatto un balzo sulla sedia soddisfatti e meravigliati nel leggere che Berlusconi fosse malvisto dagli Usa (indipendentemente dalle false-farse di facciata della Clinton e Obama), perchè già a molti (eccetto ai soliti antiberlusconiani morones ed un po' ottusi) era chiaro che il cavaliere fosse scomodo a certe lobbies finanziarie, sia per la sua strategia di rottura d'accerchiamento energetico italiano, che per le sue scelte spesso in contrasto con i piani dei rapinatori dell'alta finanza d'oltralpe (veri cravattari legalizzati...) che vorrebbero fare la "scarpetta" di quel che resta delle ricchezze nazionali.

Sapere poi che i petrolieri arabi, corrotti e senza scrupoli, ce l'abbiano a morte con l'antagonista iraniano, che disturba i traffici con i loro referenti privilegiati (già mesi or sono erano stati pubblicati, e pure noi li avevamo ripresi da fonti ufficiali, i resoconti delle nuove forniture di armi all'Arabia Saudita, per esempio), o che in Iraq si siano commessi atroci crimini di guerra, in misura superiore a quanto dichiarato ufficialmente, pure ne eravamo tutti a conoscenza.

 

Anche le voci di corridoio che circolano nei palazzi del potere, secondo le quali Netanyahu è particolarmente "affascinante ed elegante", e che la sua parola vale come il due di coppe quando la briscola è a mazze, già ci era noto da molto tempo. Non sono pochi i bloggher e webmaster che si occupano di giornalismo on-line, noi compresi, che hanno dato ampio risalto in questi anni al fascino ed eleganza di personaggi come Netanyahu, Peres, Olmert, Sharon, Dayan, Meir, Livni, Gabi, Lieberman: il fascino del mostro.

 

Notizie che, comunque, sarebbero state diffuse via via sempre più radicalmente, sono quindi forse state sacrificate, dando loro una morte più veloce, per aumentare la credibilità di uno scoop che forse tale non è???

 

E' credibile che per mesi ci sia stato un traffico di documenti, secretati, dei servizi americani ed occidentali, senza che nessuna firewall o software di difessa informatica se ne sia potuto mai accorgere?

Va bene essere dei bravi pirati informatici, ma che dall'altra parte siano tutti fessi è poco credibile. Carpire qualche documento, superare certi blocchi, godere di coperture e complicità all'interno dell'Establishment per accedere a files confidenziali, è cosa possibile; ma che centinaia di migliaia di faldoni siano emigrati, senza che un esercito di programmatori e addetti alla sorveglianza, profumatamente pagati e qualificati, abbia notato nulla, sinceramente ci puzza un po'.

 

E' ipotizzabile invece concepire e considerare Assange un paladino della web-verità (nella  migliore delle ipotesi), cui si sia permesso di portare avanti il lavoro, magari illudendolo di essere stato così abile da averla fatta in barba a tutte le firewall dei Servizi, mentre invece a condurre il gioco erano proprio i servizi del controspionaggio???

 

Tutta questa concertazione dei media e tutta questa propaganda gratuita di files che si dichiarano, a parole, scomodi, ma che tornerebbero a vantaggio di chi si vorrebbe, in teoria, morto, non fa rizzare le antenne a nessuno???

A voi non sorge nessun sospetto nel vedere tutta quella sciolina e vaselina, in quantità e modalità veramente industriali,  che viene spalmata nei canali di diffusione???

 

Julian Assange è un martire, un perseguitato, uno scaltro hacker, oppure una pedina utile, (strumentale o compiacente che sia), proprio per quei poteri di cui egli svelerebbe altarini e misfatti???

 

In rete non sono pochi i files, video e testi, che documentano crimini, scandali, imbrogli: perchè tanta rilevanza, a livello planetario, a chi diffonde alcune verità scomode, molte gossip, mentre contemporaneamente vige un'omertà globale, da parte dei media, per quel che riguarda altrettante notizie riguardanti crimini di guerra e contro l'umanità, per le quali viene stesa, nonostante i tanti articoli, video e documenti di cronaca prodotti da altrettanti "Assange", una spessa coltre di silenzio misto a velate falsità e/o mezze verità??? 

 

Sicuramente molto materiale prodotto da Wikileaks verrà usato allo scopo di diffondere informazioni utili, come d'altronde già si fa riprendendo le notizie di cronaca ovunque esse si trovino, spesso anche da fonti non proprio amiche. Ma ciò non significa che esse non vadano vagliate e analizzate, sempre ponendosi la stessa domanda: cui prodest?

 

Il ministro Frattini dichiara che queste rivelazioni sono l'11 settembre sul web, una Al-Qaeda informatica. E noi, insieme a molti altri onesti e sinceri ricercatori, abbiamo ben chiaro a cosa sia servito l'11 settembre, il sospetto di chi possa averlo organizzato, e pensiamo anche di sapere quale possa essere la mente che muove la manovalanza della famosa rete terroristica islamista, creando false-flags sempre organiche alle strategie militari imperiali israelo-anglo-americane.

 

Infine la ciliegina sulla torta, che ci viene offerta dal commento del quotidiano israeliano Yedioth Ahronot:

"La minaccia iraniana non è affatto una paranoia tutta israeliana ma un incubo condiviso da tutti i leader del mondo, da Ryad a Mosca. Se Wikileaks non esistesse, avremmo dovuto inventarlo".

 

Allora, di cosa stiamo parlando, CUI PRODEST?

Filippo Fortunato Pilato

Redazione TerraSantaLibera 2 dicembre 2010

http://www.terrasantalibera.org/wikileaks_cui_prodest.htm


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Wikileaks, false flag & propaganda

 


Le rivelazioni di Wikileaks nello scenario mediorientale

di Simone Santini - 30 Novembre 2010 - Clarissa.it

 

Dunque la diplomazia occidentale è un colabrodo che perde acqua da tutte le parti. Se saranno necessarie settimane per avere un panorama completo dei 250mila file desecretati dal sito pirata Wikileaks, le anteprime opportunamente filtrate da una pattuglia di quotidiani internazionali, New York Times, Guardian, Le Monde, El Paìs, Der Spiegel, in collaborazione con lo stesso sito ("Abbiamo un accordo. Wikileaks non può mettere online nulla senza la nostra approvazione" ha spiegato Sylvie Kauffmann di Le Monde), sono servite ad orientare il pubblico verso le indiscrezioni più succose, o meglio, verso quelle su cui esisteva l'intenzione di concentrare i riflettori.
Tra le voci più clamorose che escono dall'ombra delle segrete stanze diplomatiche, quelle relative lo scenario mediorientale appaiono come le più suscettibili a influenzare la politica odierna e dell'immediato prossimo futuro.
Il re saudita Abdallah esorta gli americani a "tagliare la testa del serpente", ad attaccare cioè l'Iran prima che possa diventare una potenza nucleare. Sulla stessa linea gli Emirati Arabi, Giordania, Egitto, Yemen, per cui l'Iran è, di volta in volta, "il diavolo" o una "minaccia esistenziale".
Non si tratta di novità clamorose. Negli ultimi tempi la tensione tra Ryad e Teheran aveva toccato dei picchi, con i clan sauditi (sunniti wahabiti) sempre più allarmati dall'influenza iraniana presso le turbolenti minoranze sciite della penisola araba e per il presunto sostegno alla guerriglia Houti dello Yemen.
Ben altre indiscrezioni erano trapelate negli scorsi mesi: sottomarini nucleari israeliani che attraversano il canale di Suez scortati dalla marina militare egiziana per andarsi a posizionare nel Golfo Persico; l'Arabia saudita pronta ad aprire un corridoio aereo ai bombardieri di Tel Aviv per consentire loro di giungere in tutta tranquillità al cuore dell'Iran. Le smentite non erano state sufficienti a rasserenare il clima nella regione.
Le attuali indiscrezioni, a confronto, sembrano più che altro voci di disturbo. E come tali sono state interpretate in una conferenza stampa dal presidente iraniano Ahmadinejad, che ha accusato apertamente gli americani di aver ordito un complotto: "Si tratta di pezzi di carta che non hanno alcun valore legale e nessuno perderebbe tempo a dargli una occhiata. Le nazioni della regione sono per l'Iran come amici e fratelli e questi atti tesi all'inganno non avranno alcun effetto sulle nostre relazioni".
Una coincidenza è completamente sfuggita alla stampa italiana. Proprio mentre venivano divulgate le rivelazioni di Wikileaks, il premier libanese Saad Hariri si trovava in visita ufficiale in Iran per una missione delicatissima. Il Libano è stato l'epicentro della diplomazia mediorientale degli ultimi tempi. Il monarca saudita Abdallah vi si è recato la scorsa estate per una visita ufficiale che mancava da decenni; il presidente iraniano Ahmadinejad ha avuto il suo bagno di folla a Beirut e nel sud sciita del paese a metà ottobre. E' in Libano, infatti, che potrebbe scoppiare a breve il bubbone capace di travolgere tutta la regione.
Da mesi ormai negli ambienti diplomatici circola la voce che il Tribunale speciale dell'Onu per il Libano (TSL) guidato dal giurista italiano Antonio Cassese, sarebbe in procinto di incriminare i vertici di Hezbollah per l'omicidio del leader sunnita libanese Rafic Hariri, padre dell'attuale premier Saad, avvenuto a Beirut nel 2005 con uno spettacolare attentato.
Questo porterebbe senza dubbio ad una situazione drammatica nel Paese dei Cedri. Da una parte la componente filo-occidentale di Saad Hariri, che ha come sponsor più immediato proprio l'Arabia Saudita; sull'altro fronte il Partito di Dio sciita libanese (Hezbollah) e i suoi profondi legami con l'Iran.
Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah, ha già fatto chiaramente intendere che il suo movimento non accetterà mai questa manovra attribuita a Stati Uniti ed Israele per mettere fuori gioco gli sciiti libanesi. Sembra che Hariri si trovasse in Iran proprio per scongiurare questa ipotesi da guerra civile. Infatti, anche se l'incriminazione dovesse avvenire, solo una dichiarazione dello stesso premier Hariri che sconfessasse le conclusioni del Tribunale Internazionale, potrebbe impedire lo scontro frontale tra le due componenti maggiori che formano l'attuale governo di unità nazionale.
La reazione di Ahmadinejad alle veline di Wikileaks, di cui si è dato conto, è tutta tesa ad ammorbidire i toni. Resta da verificare quali saranno le reazioni della controparte. In questo senso è possibile che la tempesta diplomatica sia orchestrata al fine di influenzare l'Arabia Saudita e le componenti sunnite libanesi sulle decisioni da prendere.
Esiste un unico paese mediorientale, non islamico, che avrebbe tutto da guadagnare nel creare un conflitto aperto tra sunniti e sciiti in Libano, se non addirittura direttamente tra Arabia Saudita e Iran. Non è forse un caso che il quotidiano israeliano Yedioth Ahronot, in maniera quasi esultante, abbia commentato: "La minaccia iraniana non è affatto una paranoia tutta israeliana ma un incubo condiviso da tutti i leader del mondo, da Ryad a Mosca. Se Wikileaks non esistesse, avremmo dovuto inventarlo".

Fonte: http://www.clarissa.it/esteri_int.php?id=1428

Wikileaks: verità o complotto?

di Alberto Terenzi - 30 Novembre 2010 - Clarissa.it

I documenti di Wikileaks faranno sicuramente discutere, anche se è difficile pensare che susciteranno quel terremoto nelle relazioni internazionali che alcuni ipotizzano, per il semplice fatto che quello che stanno rivelando è esattamente quello che molti hanno spesso descritto o ipotizzato. Possono quindi sorprendere o fingere di sorprendere solo i più conformisti fra gli analisti di politica internazionale.
La prima dimostrazione che difficilmente queste notizie avranno effetti rivoluzionari viene proprio, sorprendentemente, dal presidente iraniano Ahmadinejad, il quale lunedì, in una conferenza stampa, ha dichiarato tranquillamente che la pubblicazione di questi documenti è in realtà un complotto nord-americano per creare contrasti fra i Paesi mediorientali.
Da quanto pubblicato risulta infatti che i più accaniti sostenitori di un attacco risolutivo contro l'Iran sono stati proprio i vicini sauditi, che chiedevano agli americani di "tagliare la testa del serpente". È ben strano quindi che Ahmadinejad si preoccupi di smentire una verità nota da sempre, dato che l'Arabia Saudita ha sempre considerato l'Iran come il proprio nemico mortale ed ha alimentato quel fondamentalismo wahabita che tanta responsabilità ha nella nascita del movimento talebano, ad esempio, e nella origine stessa delle vicende di un Osama Bin Laden. Ed è altrettanto noto che l'Arabia Saudita stia fomentando in ogni angolo del Medio Oriente, con il sostegno israeliano e almeno di alcuni settori americani, un conflitto interreligioso dei Sunniti contro gli Shiiti i cui effetti maggiori sono già riscontrabili in Iraq ed in Libano.
Sempre in materia di Iran, è anche da leggere il documento relativo ad un incontro tenutosi nei primi mesi dell'anno a Roma, fra autorevoli rappresentanti della commissione esteri del parlamento americano ed alti esponenti dell'establishment politico ed economico italiano, in merito proprio all'applicazione delle sanzioni all'Iran. Quello che più colpisce è l'evidente imbarazzo dei vertici dell'Eni che, sotto chiara pressione politico-diplomatica del nostro alleato-egemone, hanno dovuto giustificarsi per il fatto di dover rispettare i termini dei contratti in essere con l'Iran, almeno fino al recupero degli investimenti fatti in quel Paese.
Anche in questo caso, noi Italiani sappiamo bene, fin dai tempi di Enrico Mattei, quanto siano costati cari al nostro Paese i sempre più sporadici tentativi di avere una politica di approvvigionamento energetico autonoma rispetto ai potentati mondiali del petrolio. Anche qui, queste rivelazioni appaiono del tutto conformi a quanto già noto a chi minimamente non si accontentava della solita vulgata storico-giornalistica.
Come si vede, la politica internazionale non può che beneficiare della verità, da qualunque direzione e per qualunque ragione essa venga rivelata; a condizione che si abbia poi il coraggio di farne uso, di trarne tutte le conseguenze.

Fonte: http://www.clarissa.it/esteri_int.php?id=1427

The Irrelevance of Wikileaks’ Guantánamo Revelations

Andy Worthington

December 1, 2010

Following Wikileaks’ release of 251,287 US diplomatic cables, which has, if nothing else, revealed that secrecy and the Internet appear to be mutually incompatible, a handful of media outlets immediately picked up on references to Guantánamo — and the Obama administration’s negotiations with other countries — in the cables.

Britain’s Daily Mail led the way, claiming that the cables revealed that the Obama administration "played a high stakes game of 'Let’s Make a Deal’ with foreign governments," as it tried to secure new homes for prisoners who could not be repatriated because of fears that they would be tortured or otherwise ill-treated in their home countries.

The Mail stated that Slovenia was "told that if it wanted a meeting with the president, it would have to accept a prisoner," that "the island nation of Kiribati [in the central Pacific] was offered incentives worth millions of dollars to take in Chinese Muslim detainees" (the Uighurs, the most high-profile cleared detainees in the prison), and that Belgium was told that "accepting more prisoners would be a 'low-cost way’ to 'attain prominence in Europe.’"

In addition, the Guardian posted a cable detailing discussions in March 2009 between John Brennan, President Obama’s principal counter-terrorism adviser, and King Abdullah of Saudi Arabia. Most notable for the King’s fiery, warmongering rhetoric about Iran, the meeting also involved Brennan giving the King "a letter from President Obama expressing a personal message of friendship, appreciation for our close and collaborative relationship and concern over the disposition of Yemeni detainees at Guantánamo" — 99 in total, at the time of Brennan’s visit.

Following discussions about the Yemenis, the cable noted:

"I’ve just thought of something," the King added, and proposed implanting detainees with an electronic chip containing information about them and allowing their movements to be tracked with Bluetooth. This was done with horses and falcons, the King said. Brennan replied, "horses don’t have good lawyers," and that such a proposal would face legal hurdles in the US, but agreed that keeping track of detainees was an extremely important issue that he would review with appropriate officials when he returned to the United States.

Elsewhere, the Washington Post noted that, "During a meeting between US and Chinese ambassadors in Kyrgyzstan in early 2009, the Chinese diplomat said it was a "slap in the face" that the United States was not returning Chinese Uighur detainees to their homeland but was instead planning to resettle them in Germany," which never happened.

The problem with all these stories is that they reveal nothing that was not already known, and, moreover, skip over the uncomfortable truth that, when it comes to closing Guantánamo and dealing with the prisoners still held there, every problem that America encounters is of its own making.

No one should be surprised that a certain amount of horse-trading, arm-twisting and envelopes stuffed full of cash were involved in relocating former Guantánamo prisoners to the majority of the 16 countries in which those who could not safely be repatriated were given new homes. With a few exceptions, the countries that took prisoners very obviously sought money and/or influence.

Belgium was not particularly prominent in this list — although the country did indeed take a prisoner in October 2009 –  any more than were Ireland, Portugal and Spain (and Portugal’s former colony Cape Verde), which have all taken former prisoners, but from Eastern Europe and the former Soviet Union countries were almost queuing up for favors: in Albania, Bulgaria, Georgia, Hungary, Latvia and Slovakia. Noticeably, however, Slovenia, despite the mention in the Wikileaks documents, obviously thought twice about the importance it attached to securing a personal audience with President Obama, as it has not taken in a single former Guantánamo prisoner, and nor has Kiribati, despite the offer of millions of dollars.

Outside of the middle and lower rungs of the pecking order, France, which took two Algerians in 2009, and Germany, which made up for turning down the Uighurs, taking a stateless Palestinian and a Syrian in September this year, had less to gain, except, perhaps, for making their neighbors look less generous, and Switzerland picked up where Germany left off by taking two Uighurs in March this year, risking the wrath of China that its northern neighbor was so anxious to avoid. Others who punched above their weight to help the Uighurs — Bermuda, which took four in June 2009, and Palau, which took six in October 2009 — did so not only for influence and/or financial reward, but also because they were not afraid of China: wealthy Bermuda because it is immune to the need for Chinese support, and Palau because the tiny nation in the north Pacific deals with Taiwan rather than Beijing.

As for the Saudi story, the Washington Post correctly noted that Brennan’s meeting involved hopes that King Abdullah would accept some of the Yemenis into its rehabilitation program, but noted that this was "an ambition that faltered along with the plan to close Guantanamo Bay" — as indeed it did, quietly fading away despite extensive and hopeful reporting about the plan, which lasted throughout most of 2009.

This kind of vague reference to the failure to close Guantánamo is as far as the mainstream media has gone in its analysis of why negotiations with other countries were so important. For those seeking powerful headlines that never appear, the blunt truth is that almost everything of importance relating to Guantánamo, and an unacceptable situation in which, it now appears, the prison may never close, involves four parties in the US, and has nothing whatsoever to do with Wikileaks or with other countries, as it relates primarily to the miserable manner in which the resettlement of the Uighurs was handled.

The first of these four culpable parties is President Obama’s Justice Department, which, in February 2009, fought to prevent the Uighurs from being rehoused in the US, as ordered by Judge Ricardo Urbina when he granted their habeas corpus petition in October 2008.

The second is the D.C. Circuit Court, which agreed with the Justice Department, and made some contentious arguments about immigration and executive power to prevent their release.

The third is Congress, which came close to passing a law preventing any Guantánamo prisoner from being brought to the US mainland for any reason in the fall of 2009, but then relented, agreeing — in theory, at least — that prisoners could be brought to the mainland for trial, but not for any other reason (although no one has been transferred to the US since the law was passed).

The fourth is President Obama, who, in May 2009, killed a plan by White House Counsel Greg Craig to bring two of the Uighurs to live in the US, as a precursor to bringing more, and on the clear understanding that it would encourage other countries to take cleared prisoners who couldn’t be returned home.

Although these decisions paved the way for the negotiations highlighted in the Wikileaks documents, the main problem now is that it looks as though even the horse-trading has stopped. There are apparently 33 prisoners — most of whom face the risk of torture if repatriated — who are awaiting release, or who are "approved for transfer," to use the phrase that Obama’s interagency Guantánamo Review Task Force learned from President Bush when it reviewed the cases of all the prisoners last year, although the well of countries prepared to take them appears to have dried up.

And the rest? There are 58 Yemenis, also "approved for transfer," but held on what seems to be a permanent basis because of a moratorium on releasing anyone to Yemen, which President Obama announced last January, after it was revealed that the failed Christmas Day plane bomber, Umar Farouk Abdulmutallab, had trained in Yemen; 34 other men, including Khalid Sheikh Mohammed and four other men accused of involvement in the 9/11 attacks, who were recommended for trials that Obama doesn’t want to risk pursuing; and 48 others whom the Task Force recommended should be held indefinitely without charge or trial.

Compared to this, some horse-trading and financial incentives are nothing, and compared to making deals with other countries, the real story is that Guantánamo may never close, and no one seems to care.

Andy Worthington is the author of The Guantánamo Files: The Stories of the 774 Detainees in America’s Illegal Prison (published by Pluto Press, distributed by Macmillan in the US, and available from Amazon — click on the following for the US and the UK) and of two other books: Stonehenge: Celebration and Subversion and The Battle of the Beanfield. To receive new articles in your inbox, please subscribe to my RSS feed (and I can also be found on Facebook and Twitter). Also see my definitive Guantánamo prisoner list, updated in July 2010, details about the new documentary film, "Outside the Law: Stories from Guantánamo" (co-directed by Polly Nash and Andy Worthington, currently on tour in the UK, and available on DVD here), and my definitive Guantánamo habeas list, and, if you appreciate my work, feel free to make a donation.

As published exclusively on the website of the Future of Freedom Foundation.

 

Font: http://www.uruknet.de/?s1=1&p=72402&s2=02

 

 


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