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Wikileaks: tra scoop e
bluff?
Cui
prodest? A chi giova?
Filippo Fortunato Pilato - Redazione TerraSantaLibera 2 dicembre 2010

In un intricatissimo puzzle di verità e documenti scottanti,
molti inediti, ma che sostanzialmente non dicono nulla che
già non si sapesse, e che non cambiano le relazioni tra
Stati, si assiste alla rappresentazione di copioni per lo più scontati:
dall'indignazione del perbenismo politicamente corretto,
alla speculazione strumentale politica a senso unico per ridicolizzare
il nemico (se ad essere colpiti dal gossip sono i propri avversari
politici, indipendentemente dal danno che ne subisce la
propria Nazione), all'esaltazione dell'unità globale tra
Nazioni (preludio del NWO) per far fronte alla "nuova
Al-Qaeda informatica", all'enfasi mal celata di coloro
che da questa campagna propagandistica hanno tutto da
guadagnare: a cominciare dai bankers-gangsters dell'alta
finanza apolide e rapace, che sulle macerie costruiscono le
loro fortune, per continuare con i mafiosi del petrolio e
con coloro che stanno già affilando le armi per l'assalto
all'ultima frontiera da abbattere, per coronare finalmente
il proprio sogno d'egemonia messianica (spuria).
Assange un perseguitato? Vista la visibilità
ed importanza che gli si è data, mobilitando editoria,
redazioni giornalistiche e parlamenti, si direbbe proprio il
contrario. Magari per dare più credibilità a tutto lo show
gli faranno fare anche un po' di galera, e se non servirà
più lo elimineranno fisicamente, ma alla fine vincerà il Pulitzer.
La verità non sempre è quella che appare, e far diventare
un portale web l'ago della bilancia per le battaglie sociali
e le sorti dei popoli con i loro governi è eccessivo ed è
stravolgere la funzione di un servizio, tra tanti, per
attribuirgli ruoli che non ha e non gli competono.
Addirittura in certe situazioni limite, e da parte di alcuni
faziosi Member of the Parlament, si è giunti a chiedere, ad
altrettanti MP seduti al governo, di dare spiegazione e
soddisfazione quanto ai pettegolezzi di palazzo (ce ne
fossero pochi...) riportati da Wikileaks (WL). Come se
le cause politiche di una Nazione dipendessero da questa o
quell'indiscrezione di blogghisti in rete e sui social
networks e non dalla realpolitik di fatti concreti e
legittimi.
Tali comportamenti strumentali, alla Tonino manetta
Robespierre, danno la misura dell'effetto provocato
dalla causa WL.
Della maggior parte delle notizie contenute nei documenti
resi noti, quasi tutti obsoleti e datati, d'altronde il web era già
pieno.
Pochi sono coloro che hanno fatto un balzo sulla
sedia soddisfatti e meravigliati nel leggere che Berlusconi fosse malvisto dagli Usa
(indipendentemente
dalle false-farse di facciata della Clinton e Obama),
perchè già a molti (eccetto ai soliti antiberlusconiani
morones ed un po' ottusi) era chiaro che il cavaliere
fosse scomodo a certe lobbies finanziarie, sia per la sua
strategia di rottura d'accerchiamento energetico italiano,
che per le sue scelte spesso in contrasto con i piani dei
rapinatori dell'alta finanza d'oltralpe (veri cravattari
legalizzati...) che vorrebbero fare la "scarpetta" di
quel che resta delle ricchezze nazionali.
Sapere poi che i petrolieri arabi, corrotti e senza
scrupoli, ce l'abbiano a morte con l'antagonista iraniano, che disturba i
traffici con i loro referenti privilegiati (già
mesi or sono erano stati pubblicati, e pure noi li avevamo
ripresi da fonti ufficiali, i
resoconti delle nuove forniture di armi all'Arabia Saudita,
per esempio),
o che in Iraq si siano commessi atroci crimini di guerra, in
misura superiore a quanto dichiarato ufficialmente, pure ne
eravamo tutti a conoscenza.
Anche le voci di corridoio che circolano nei palazzi del
potere, secondo le quali Netanyahu è particolarmente "affascinante ed
elegante", e che la sua parola vale come il due di coppe quando la briscola è a mazze, già ci era noto
da molto tempo. Non sono pochi i bloggher e webmaster che si
occupano di giornalismo on-line, noi compresi, che hanno
dato ampio risalto in questi anni al fascino ed eleganza di
personaggi come Netanyahu, Peres, Olmert, Sharon, Dayan,
Meir, Livni, Gabi, Lieberman: il fascino del mostro.
Notizie che, comunque, sarebbero
state diffuse via via sempre più radicalmente, sono
quindi forse state
sacrificate, dando loro una morte più veloce, per aumentare
la credibilità di
uno scoop che forse tale non è???
E' credibile che per mesi ci sia stato un traffico di
documenti, secretati, dei servizi americani ed occidentali,
senza che nessuna firewall o software di difessa informatica
se ne sia potuto mai accorgere?
Va bene essere dei bravi pirati informatici, ma che
dall'altra parte siano tutti fessi è poco credibile. Carpire qualche documento,
superare certi blocchi, godere di coperture e complicità
all'interno dell'Establishment per accedere a files
confidenziali, è cosa possibile; ma
che centinaia di migliaia di faldoni siano emigrati, senza che
un esercito
di programmatori e addetti alla sorveglianza, profumatamente
pagati e qualificati, abbia notato nulla, sinceramente ci puzza un po'.
E' ipotizzabile invece concepire e
considerare Assange un paladino della web-verità (nella
migliore delle ipotesi), cui
si sia permesso di portare avanti il lavoro, magari
illudendolo di essere stato così abile da averla fatta in
barba a tutte le firewall dei Servizi, mentre invece a
condurre il gioco erano proprio i servizi del controspionaggio???
Tutta questa concertazione dei media e tutta questa
propaganda gratuita di files che si dichiarano, a parole,
scomodi, ma che tornerebbero a vantaggio di chi si vorrebbe, in teoria, morto, non
fa rizzare le antenne a nessuno???
A voi non sorge nessun sospetto nel vedere tutta quella sciolina e vaselina,
in quantità e modalità veramente industriali, che
viene spalmata nei canali di
diffusione???
Julian Assange è un martire, un perseguitato, uno scaltro
hacker, oppure una pedina utile, (strumentale o compiacente che sia),
proprio per quei poteri di cui egli svelerebbe altarini e
misfatti???
In rete non sono pochi i files, video e testi, che
documentano crimini, scandali, imbrogli: perchè tanta
rilevanza, a livello planetario, a chi diffonde alcune
verità scomode, molte gossip, mentre contemporaneamente vige
un'omertà globale, da parte dei media, per quel che riguarda altrettante notizie
riguardanti crimini di guerra e contro l'umanità, per le
quali viene stesa, nonostante i tanti articoli, video e
documenti di cronaca prodotti da altrettanti "Assange", una spessa coltre di silenzio
misto a velate falsità e/o mezze verità???
Sicuramente molto materiale prodotto da Wikileaks verrà
usato allo scopo di diffondere informazioni utili, come
d'altronde già si fa riprendendo le notizie di cronaca
ovunque esse si trovino, spesso anche da fonti non proprio amiche.
Ma ciò non significa che esse non vadano vagliate e
analizzate, sempre ponendosi la stessa domanda: cui prodest?
Il ministro Frattini dichiara che queste rivelazioni sono
l'11 settembre sul web, una Al-Qaeda informatica. E noi, insieme a molti altri
onesti e sinceri ricercatori, abbiamo ben chiaro a cosa sia servito l'11
settembre, il sospetto di chi possa averlo organizzato, e
pensiamo anche di sapere quale possa essere la mente che
muove la manovalanza della famosa rete terroristica
islamista, creando false-flags sempre organiche alle
strategie militari imperiali israelo-anglo-americane.
Infine la ciliegina sulla torta, che ci viene offerta dal
commento del quotidiano israeliano Yedioth Ahronot:
"La minaccia iraniana non è affatto
una paranoia tutta israeliana ma un incubo condiviso da
tutti i leader del mondo, da Ryad a Mosca. Se Wikileaks non
esistesse, avremmo dovuto inventarlo".
Allora, di cosa stiamo parlando, CUI PRODEST?
Filippo Fortunato Pilato
Redazione TerraSantaLibera 2 dicembre 2010
http://www.terrasantalibera.org/wikileaks_cui_prodest.htm
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CORRELATI:
(dal blog di F. Nirenstein)
Ma ci hanno
preso tutti per imbecilli?
Wikileaks
potrebbe non essere quell’esempio di trasparenza
Wikileaks? E' così facile manipolare i media…
Il Mossad dietro Wikileaks? «Le notizie sono pro Israele»
Wikileaks,
Soros e il picco del denaro
Wikileaks
&
South stream mainstream
(cosa ne pensa Giulietto Chiesa)
Le rivelazioni di Wikileaks nello scenario
mediorientale
Wikileaks: verità o complotto?
Wikileaks, rapporti Italia-Russia,
Ambasciata USA e Berlusconi
VIDEO CORRELATO:
Wikileaks, false flag
&
propaganda
Le rivelazioni di Wikileaks
nello scenario mediorientale
di Simone Santini -
30 Novembre 2010
- Clarissa.it
Dunque la
diplomazia occidentale è un colabrodo che perde acqua da
tutte le parti. Se saranno necessarie settimane per avere
un panorama completo dei 250mila file desecretati dal sito
pirata Wikileaks, le anteprime opportunamente filtrate da
una pattuglia di quotidiani internazionali, New York
Times, Guardian, Le Monde, El Paìs, Der Spiegel, in
collaborazione con lo stesso sito ("Abbiamo un accordo.
Wikileaks non può mettere online nulla senza la nostra
approvazione" ha spiegato Sylvie Kauffmann di Le Monde),
sono servite ad orientare il pubblico verso le
indiscrezioni più succose, o meglio, verso quelle su cui
esisteva l'intenzione di concentrare i riflettori.
Tra le voci più clamorose che escono dall'ombra delle
segrete stanze diplomatiche, quelle relative lo scenario
mediorientale appaiono come le più suscettibili a
influenzare la politica odierna e dell'immediato prossimo
futuro.
Il re saudita Abdallah esorta gli americani a "tagliare la
testa del serpente", ad attaccare cioè l'Iran prima che
possa diventare una potenza nucleare. Sulla stessa linea
gli Emirati Arabi, Giordania, Egitto, Yemen, per cui
l'Iran è, di volta in volta, "il diavolo" o una "minaccia
esistenziale".
Non si tratta di novità clamorose. Negli ultimi tempi la
tensione tra Ryad e Teheran aveva toccato dei picchi, con
i clan sauditi (sunniti wahabiti) sempre più allarmati
dall'influenza iraniana presso le turbolenti minoranze
sciite della penisola araba e per il presunto sostegno
alla guerriglia Houti dello Yemen.
Ben altre indiscrezioni erano trapelate negli scorsi mesi:
sottomarini nucleari israeliani che attraversano il canale
di Suez scortati dalla marina militare egiziana per
andarsi a posizionare nel Golfo Persico; l'Arabia saudita
pronta ad aprire un corridoio aereo ai bombardieri di Tel
Aviv per consentire loro di giungere in tutta tranquillità
al cuore dell'Iran. Le smentite non erano state
sufficienti a rasserenare il clima nella regione.
Le attuali indiscrezioni, a confronto, sembrano più che
altro voci di disturbo. E come tali sono state
interpretate in una conferenza stampa dal presidente
iraniano Ahmadinejad, che ha accusato apertamente gli
americani di aver ordito un complotto: "Si tratta di pezzi
di carta che non hanno alcun valore legale e nessuno
perderebbe tempo a dargli una occhiata. Le nazioni della
regione sono per l'Iran come amici e fratelli e questi
atti tesi all'inganno non avranno alcun effetto sulle
nostre relazioni".
Una coincidenza è completamente sfuggita alla stampa
italiana. Proprio mentre venivano divulgate le rivelazioni
di Wikileaks, il premier libanese Saad Hariri si trovava
in visita ufficiale in Iran per una missione
delicatissima. Il Libano è stato l'epicentro della
diplomazia mediorientale degli ultimi tempi. Il monarca
saudita Abdallah vi si è recato la scorsa estate per una
visita ufficiale che mancava da decenni; il presidente
iraniano Ahmadinejad ha avuto il suo bagno di folla a
Beirut e nel sud sciita del paese a metà ottobre. E' in
Libano, infatti, che potrebbe scoppiare a breve il bubbone
capace di travolgere tutta la regione.
Da mesi ormai negli ambienti diplomatici circola la voce
che il Tribunale speciale dell'Onu per il Libano (TSL)
guidato dal giurista italiano Antonio Cassese, sarebbe in
procinto di incriminare i vertici di Hezbollah per
l'omicidio del leader sunnita libanese Rafic Hariri, padre
dell'attuale premier Saad, avvenuto a Beirut nel 2005 con
uno spettacolare attentato.
Questo porterebbe senza dubbio ad una situazione
drammatica nel Paese dei Cedri. Da una parte la componente
filo-occidentale di Saad Hariri, che ha come sponsor più
immediato proprio l'Arabia Saudita; sull'altro fronte il
Partito di Dio sciita libanese (Hezbollah) e i suoi
profondi legami con l'Iran.
Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah, ha già fatto
chiaramente intendere che il suo movimento non accetterà
mai questa manovra attribuita a Stati Uniti ed Israele per
mettere fuori gioco gli sciiti libanesi. Sembra che Hariri
si trovasse in Iran proprio per scongiurare questa ipotesi
da guerra civile. Infatti, anche se l'incriminazione
dovesse avvenire, solo una dichiarazione dello stesso
premier Hariri che sconfessasse le conclusioni del
Tribunale Internazionale, potrebbe impedire lo scontro
frontale tra le due componenti maggiori che formano
l'attuale governo di unità nazionale.
La reazione di Ahmadinejad alle veline di Wikileaks, di
cui si è dato conto, è tutta tesa ad ammorbidire i toni.
Resta da verificare quali saranno le reazioni della
controparte. In questo senso è possibile che la tempesta
diplomatica sia orchestrata al fine di influenzare
l'Arabia Saudita e le componenti sunnite libanesi sulle
decisioni da prendere.
Esiste un unico paese mediorientale, non islamico, che
avrebbe tutto da guadagnare nel creare un conflitto aperto
tra sunniti e sciiti in Libano, se non addirittura
direttamente tra Arabia Saudita e Iran. Non è forse un
caso che il quotidiano israeliano Yedioth Ahronot, in
maniera quasi esultante, abbia commentato: "La minaccia
iraniana non è affatto una paranoia tutta israeliana ma un
incubo condiviso da tutti i leader del mondo, da Ryad a
Mosca. Se Wikileaks non esistesse, avremmo dovuto
inventarlo".
Fonte:
http://www.clarissa.it/esteri_int.php?id=1428 |
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Wikileaks: verità o complotto?
di
Alberto Terenzi - 30 Novembre 2010
- Clarissa.it
I documenti di
Wikileaks faranno sicuramente discutere, anche se
è difficile pensare che susciteranno quel terremoto nelle
relazioni internazionali che alcuni ipotizzano, per il
semplice fatto che quello che stanno rivelando è
esattamente quello che molti hanno spesso descritto o
ipotizzato. Possono quindi sorprendere o fingere di
sorprendere solo i più conformisti fra gli analisti di
politica internazionale.
La prima dimostrazione che difficilmente queste notizie
avranno effetti rivoluzionari viene proprio,
sorprendentemente, dal presidente iraniano Ahmadinejad, il
quale lunedì, in una conferenza stampa, ha dichiarato
tranquillamente che la pubblicazione di questi documenti è
in realtà un complotto nord-americano per creare contrasti
fra i Paesi mediorientali.
Da quanto pubblicato risulta infatti che i più accaniti
sostenitori di un attacco risolutivo contro l'Iran sono
stati proprio i vicini sauditi, che chiedevano agli
americani di "tagliare la testa del serpente". È ben
strano quindi che Ahmadinejad si preoccupi di smentire una
verità nota da sempre, dato che l'Arabia Saudita ha sempre
considerato l'Iran come il proprio nemico mortale ed ha
alimentato quel fondamentalismo wahabita che tanta
responsabilità ha nella nascita del movimento talebano, ad
esempio, e nella origine stessa delle vicende di un Osama
Bin Laden. Ed è altrettanto noto che l'Arabia Saudita stia
fomentando in ogni angolo del Medio Oriente, con il
sostegno israeliano e almeno di alcuni settori americani,
un conflitto interreligioso dei Sunniti contro gli Shiiti
i cui effetti maggiori sono già riscontrabili in Iraq ed
in Libano.
Sempre in materia di Iran, è anche da leggere il documento
relativo ad un incontro tenutosi nei primi mesi dell'anno
a Roma, fra autorevoli rappresentanti della commissione
esteri del parlamento americano ed alti esponenti dell'establishment
politico ed economico italiano, in merito proprio
all'applicazione delle sanzioni all'Iran. Quello che più
colpisce è l'evidente imbarazzo dei vertici dell'Eni che,
sotto chiara pressione politico-diplomatica del nostro
alleato-egemone, hanno dovuto giustificarsi per il fatto
di dover rispettare i termini dei contratti in essere con
l'Iran, almeno fino al recupero degli investimenti fatti
in quel Paese.
Anche in questo caso, noi Italiani sappiamo bene, fin dai
tempi di Enrico Mattei, quanto siano costati cari al
nostro Paese i sempre più sporadici tentativi di avere una
politica di approvvigionamento energetico autonoma
rispetto ai potentati mondiali del petrolio. Anche qui,
queste rivelazioni appaiono del tutto conformi a quanto
già noto a chi minimamente non si accontentava della
solita vulgata storico-giornalistica.
Come si vede, la politica internazionale non può che
beneficiare della verità, da qualunque direzione e per
qualunque ragione essa venga rivelata; a condizione che si
abbia poi il coraggio di farne uso, di trarne tutte le
conseguenze.
Fonte:
http://www.clarissa.it/esteri_int.php?id=1427 |
The Irrelevance of Wikileaks’
Guantánamo Revelations
Andy
Worthington
December 1, 2010
Following
Wikileaks’ release of 251,287 US diplomatic cables,
which has, if nothing else, revealed that secrecy and the
Internet appear to be mutually incompatible, a handful of
media outlets immediately picked up on references to
Guantánamo — and the Obama administration’s negotiations
with other countries — in the cables.
Britain’s
Daily Mail led the way, claiming that the
cables revealed that the Obama administration "played a high
stakes game of 'Let’s Make a Deal’ with foreign
governments," as it tried to secure new homes for prisoners
who could not be repatriated because of fears that they
would be tortured or otherwise ill-treated in their home
countries.
The Mail stated that Slovenia was "told that if
it wanted a meeting with the president, it would have to
accept a prisoner," that "the island nation of Kiribati [in
the central Pacific] was offered incentives worth millions
of dollars to take in Chinese Muslim detainees" (the
Uighurs, the most high-profile cleared detainees in the
prison), and that Belgium was told that "accepting more
prisoners would be a 'low-cost way’ to 'attain prominence in
Europe.’"
In addition, the
Guardian posted a cable detailing discussions
in March 2009 between John Brennan, President Obama’s
principal counter-terrorism adviser, and King Abdullah of
Saudi Arabia. Most notable for the King’s
fiery, warmongering rhetoric about Iran, the meeting
also involved Brennan giving the King "a letter from
President Obama expressing a personal message of friendship,
appreciation for our close and collaborative relationship
and concern over the disposition of Yemeni detainees at
Guantánamo" — 99 in total, at the time of Brennan’s visit.
Following discussions about the Yemenis, the cable noted:
"I’ve just thought of something," the King added, and
proposed implanting detainees with an electronic chip
containing information about them and allowing their
movements to be tracked with Bluetooth. This was done with
horses and falcons, the King said. Brennan replied,
"horses don’t have good lawyers," and that such a proposal
would face legal hurdles in the US, but agreed that
keeping track of detainees was an extremely important
issue that he would review with appropriate officials when
he returned to the United States.
Elsewhere, the
Washington Post noted that, "During a meeting
between US and Chinese ambassadors in Kyrgyzstan in early
2009, the Chinese diplomat said it was a "slap in the face"
that the United States was not returning Chinese Uighur
detainees to their homeland but was instead planning to
resettle them in Germany," which never happened.
The problem with all these stories is that they reveal
nothing that was not already known, and, moreover, skip over
the uncomfortable truth that, when it comes to closing
Guantánamo and dealing with the prisoners still held there,
every problem that America encounters is of its own making.
No one should be surprised that a certain amount of
horse-trading, arm-twisting and envelopes stuffed full of
cash were involved in relocating former Guantánamo prisoners
to the majority of the 16 countries in which those who could
not safely be repatriated were given new homes. With a few
exceptions, the countries that took prisoners very obviously
sought money and/or influence.
Belgium was not particularly prominent in this list —
although the country did indeed take a prisoner in October
2009 – any more than were
Ireland,
Portugal and
Spain (and Portugal’s former colony
Cape Verde), which have all taken former prisoners, but
from Eastern Europe and the former Soviet Union countries
were almost queuing up for favors: in
Albania,
Bulgaria,
Georgia,
Hungary,
Latvia and
Slovakia. Noticeably, however, Slovenia, despite the
mention in the Wikileaks documents, obviously thought twice
about the importance it attached to securing a personal
audience with President Obama, as it has not taken in a
single former Guantánamo prisoner, and nor has Kiribati,
despite the offer of millions of dollars.
Outside of the middle and lower rungs of the pecking
order,
France, which took two Algerians in 2009, and
Germany, which made up for turning down the Uighurs,
taking a stateless Palestinian and a Syrian in September
this year, had less to gain, except, perhaps, for making
their neighbors look less generous, and
Switzerland picked up where Germany left off by taking
two Uighurs in March this year, risking the wrath of China
that its northern neighbor was so anxious to avoid. Others
who punched above their weight to help the Uighurs —
Bermuda, which took four in June 2009, and
Palau, which took six in October 2009 — did so not only
for influence and/or financial reward, but also because they
were not afraid of China: wealthy Bermuda because it is
immune to the need for Chinese support, and Palau because
the tiny nation in the north Pacific deals with Taiwan
rather than Beijing.
As for the Saudi story, the Washington Post
correctly noted that Brennan’s meeting involved hopes that
King Abdullah would accept some of the Yemenis into its
rehabilitation program, but noted that this was "an
ambition that faltered along with the plan to close
Guantanamo Bay" — as indeed it did, quietly fading away
despite
extensive and
hopeful reporting about the plan, which lasted
throughout most of 2009.
This kind of vague reference to the failure to close
Guantánamo is as far as the mainstream media has gone in its
analysis of why negotiations with other countries were so
important. For those seeking powerful headlines that never
appear, the blunt truth is that almost everything of
importance relating to Guantánamo, and an unacceptable
situation in which, it now appears, the prison may never
close, involves four parties in the US, and has nothing
whatsoever to do with Wikileaks or with other countries, as
it relates primarily to the miserable manner in which the
resettlement of the Uighurs was handled.
The first of these four culpable parties is President
Obama’s Justice Department, which, in February 2009,
fought to prevent the Uighurs from being rehoused in the
US, as ordered by Judge Ricardo Urbina when he
granted their habeas corpus petition in October 2008.
The second is the D.C. Circuit Court, which agreed with
the Justice Department, and made some contentious arguments
about immigration and executive power to prevent their
release.
The third is Congress, which
came close to passing a law preventing any Guantánamo
prisoner from being brought to the US mainland for any
reason in the fall of 2009, but then relented, agreeing — in
theory, at least — that prisoners could be
brought to the mainland for trial, but not for any other
reason (although no one has been transferred to the US since
the law was passed).
The fourth is President Obama, who, in May 2009,
killed a plan by White House Counsel Greg Craig to bring
two of the Uighurs to live in the US, as a precursor to
bringing more, and on the clear understanding that it would
encourage other countries to take cleared prisoners who
couldn’t be returned home.
Although these decisions paved the way for the
negotiations highlighted in the Wikileaks documents, the
main problem now is that it looks as though even the
horse-trading has stopped. There are apparently 33 prisoners
— most of whom face the risk of torture if repatriated — who
are awaiting release, or who are "approved for transfer," to
use the phrase that Obama’s interagency Guantánamo Review
Task Force learned from President Bush when it
reviewed the cases of all the prisoners last year,
although the well of countries prepared to take them appears
to have dried up.
And the rest? There are 58 Yemenis, also "approved for
transfer," but held on what seems to be a permanent basis
because of
a moratorium on releasing anyone to Yemen, which
President Obama announced last January, after it was
revealed that the failed Christmas Day plane bomber, Umar
Farouk Abdulmutallab, had trained in Yemen; 34 other men,
including
Khalid Sheikh Mohammed and four other men accused of
involvement in the 9/11 attacks, who were recommended for
trials that Obama doesn’t want to risk pursuing; and 48
others whom the Task Force recommended should be
held indefinitely without charge or trial.
Compared to this, some horse-trading and financial
incentives are nothing, and compared to making deals with
other countries, the real story is that Guantánamo may never
close, and no one seems to care.
Andy
Worthington is the author of
The Guantánamo Files: The Stories of the 774 Detainees
in America’s Illegal Prison (published by Pluto
Press, distributed by Macmillan in the US, and available
from Amazon — click on the following for the
US and the
UK) and of two other books:
Stonehenge: Celebration and Subversion and
The Battle of the Beanfield. To receive new
articles in your inbox, please subscribe to my
RSS feed (and I can also be found on
Facebook and
Twitter). Also see my
definitive Guantánamo prisoner list, updated in July
2010, details about the new documentary film, "Outside
the Law: Stories from Guantánamo" (co-directed by Polly
Nash and Andy Worthington,
currently on tour in the UK, and available on DVD
here), and my
definitive Guantánamo habeas list, and, if you
appreciate my work, feel free to
make a donation.
As published exclusively on the website of the
Future of Freedom Foundation.
Font:
http://www.uruknet.de/?s1=1&p=72402&s2=02
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